Il prezzo del piacere
Sarah Hope - Walker

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Traduzione dall'inglese di
Francesca Mazzucato

CAPITOLO PRIMO

Helen appoggiò la testa sul ventre dello straniero e contemplò la fonte del suo piacere. Il pene, in riposo, appariva piuttosto bello ed aveva una fattura più complicata e intricata di quanto avesse mai notato. Grosse vene formavano strani percorsi sotto la superficie della carne che splendeva delle tracce dei recenti colpi che aveva appena sferrato, colpi che Helen sentiva ancora bruciare nel suo ventre. Lo sollevò delicatamente fra la punta delle dita per percepire il suo peso morto e poi, con un movimento del capo, lo indagò con la lingua. Il pene dell'uomo cominciò a fremere e a muoversi leggermente, aspettando il sublime piacere che la donna stava per dargli; lei si inclinò un po' di più, lo succhiò a labbra protese per poi contenerlo interamente nella sua bocca vogliosa. Il corpo dell'uomo fremette e mormorò qualcosa di incomprensibile ma tutto quello che le interessava era sentirlo aumentare nella sua bocca. Un sentimento sconfinato di potere. L'uomo si chinò verso di lei per accarezzarle i capelli e la donna capì che desiderava inghiottirlo completamente. Lo sentì che batteva sul palato e poi in gola e percepì le mascelle che le dolevano per lo sforzo. L'uomo gridò ma Helen non desiderava alcuna intrusione, non voleva che lui fosse partecipe. La sua voce, le sue mani, i suoi bisogni non dovevano interferire. Per ore si era sottomessa alle sue richieste, ma questo, era ben sicura, doveva essere un piacere solo suo, lui era il complice necessario, niente di più. Sollevò la testa, si rivolse a lui e gli sussurrò "Resta immobile. Sto per averti, questa cosa non ha niente a che vedere con te, resta fermo!"
Osservò la sua espressione sollevando gli occhi mentre continuava ad inghiottire il suo membro, gli occhi chiusi e i denti stretti, era chiaro che quello che gli chiedeva era molto difficile per lui.
Era stata l'iniziale intraprendenza dell'uomo che li aveva portati a quel punto dopo meno di ventiquattr'ore dal loro primo incontro. Adesso si trovava a prendere l'iniziativa come non aveva mai fatto prima e scopriva una decisione che non pensava di avere. Le sue mani premevano le anche dell'uomo permettendole di dirigere meglio i movimenti. Continuando a succhiarlo voracemente si concentrò sul piacere che stava provando: oltre il loro letto, fuori da quella stanza, c'era un mondo sofisticato e complesso costruito per soddisfare gli arroganti bisogni degli uomini, ma in quella stanza era lei che governava il gioco, assorbendo il godimento più sublime. Le sue labbra continuavano a muoversi sulla superficie tesa e turgida del pene quando sentì le sue mani sul petto e le dita che indugiavano sui capezzoli.
"No!" lo ammonì "Non toccarmi!"
Proseguì compiendo un lento movimento ritmico, rifiutando di prestare attenzione alla crescente urgenza del suo corpo, la sua testa compiva eleganti spirali mentre si concentrava sul piacere che non sarebbe tardato, sul fiotto di sperma caldo che le sarebbe schizzato in bocca. Meno di ventiquattr'ore prima si sarebbe offesa se qualcuno non l'avesse considerata nient'altro che una vedova virtuosa.


Kenneth era morto a novanta piedi sotto il mar dei Caraibi. Il suo aereo cisterna, le avevano detto, si era intrappolato con le gomene del relitto su cui era disceso in picchiata. Lei avrebbe dovuto essere con lui. Il regolamento prescriveva che si viaggiasse in coppia. Kenneth era l'esperto, lei stava imparando, ma alla fine, presa dal panico, non se l'era sentita. L'insegnante di immersione le aveva detto di non preoccuparsi, che accadeva spesso ai novizi. Avrebbe fatto meglio la volta seguente. Così, rassicurata e orgogliosa della sua brillante manovra di atterraggio, non aveva più pensato a Kenneth che, nel frattempo, con le cisterne vuote che perdevano carburante, stava lottando per la sua vita. Nessuno le aveva detto niente ma lei si era sentita terribilmente in colpa per quell'evento, visto che avrebbe dovuto essere accanto a lui per poterlo aiutare. Dopo la sua morte era precipitata quindi in un isolamento quasi totale.


"Dovresti riprendere ad uscire qualche volta, cara Helen" Millie aveva insistito "oppure decidi di unirti ad un ordine religioso. Inoltre c'è qualcuno che vorrei farti conoscere." Così, dopo sei mesi di cordoglio e di angoscia, si era fatta forza e aveva accettato con riluttanza l'invito per la festa della vigilia di Natale. Appena arrivata alla festa capì che era stato un errore. Troppi sguardi insistenti alla donna che era tornata da sola dalla sua luna di miele. La sfortunata e bellissima vedova.
Jeffrey le si era avvicinato allontanandosi da un gruppo anonimo di facce e di corpi e lei aveva capito immediatamente che era lui la persona che Millie voleva presentarle. Sentendosi colpevole, si rese conto immediatamente che Millie aveva ragione, c'era qualcosa in lui che catalizzava la sua attenzione. Mentre parlava con quell'uomo alto e tranquillo si scoprì a perdersi in pensieri indecenti. Tutto sembrava talmente naturale...
"Va tutto bene?"
La tenera domanda, rivolta con tono preoccupato, interruppe il corso dei suoi pensieri. Capì che doveva andarsene, altrimenti era perduta e perdersi non era proprio il caso, dopo quello che le era capitato. Con una scusa si precipitò al guardaroba a cercare il suo cappotto ma Millie si accorse che se ne stava andando.
"Helen! Che succede?"
"Mi dispiace Millie. E' solo che...non posso fare questo. Devo andare."
"Che cosa è accaduto?"
"Non è accaduto nulla. Non sarei dovuta venire. E' troppo presto."
Fu allora che Jeffrey le afferrò un braccio "Ti accompagno a casa. Stai a John's Wood, non è vero?"
Guardandolo negli occhi, così carichi di vera preoccupazione, capì di essere stata sconfitta. Sconfitta la sua volontà, sconfitto il suo desiderio di fuggire al più presto da quel luogo e dallo sguardo di quell'uomo. Attese con imbarazzante docilità che lui trovasse la sua giacca e poi si fece condurre alla sua macchina. Era un coupé sportivo di un tipo che non aveva mai visto. I sedili erano ampi e coperti di pelle e per terra c'erano lussuosi tappeti. Era una macchina che non aveva nulla a che fare col suo stato d'animo. Troppo sontuosa.
Mentre guidava osservò il suo profilo. Dentro di lei c'era un'emozione forte, di una intensità che aveva quasi dimenticato, tanto che si sentì invasa di vergogna. Arrivati sotto il suo portone, l'uomo scese e l'accompagnò alla porta. Helen infilò la chiave nella serratura e intese dirgli "Per favore, non entrare" ma da qualche parte fra il suo cervello e la sua lingua si perse la negazione e ne venne fuori un invito sfacciato. Lui la guardò fisso negli occhi per alcuni interminabili secondi.
"Non penso che tu abbia questa intenzione," le disse "ti chiamerò e ci incontreremo quando sarai meno depressa." Poi se ne andò, lasciandola in preda a una perversa sensazione di rifiuto.
Helen andò subito a letto sentendosi avvolta da un senso di vergogna che la torturava. Si sentiva vuota e cupa dentro pensando a quello che avrebbe potuto fare, infangando la memoria e l'amore di Kenneth.
Al mattino fu lo squillo del telefono che la risvegliò da un sonno inquieto. Era Millie, in ansia.
"Cos'è accaduto?" Helen era ancora mezza addormentata, si sfregò gli occhi e cercò di leggere l'ora dall'orologio sul comodino, senza riuscirci.
"Santo cielo, Millie, che ore sono?"
"Ragazza mia, è quasi mezzogiorno. Non dirmi che è ancora con te!"
"Chi? Di che cosa stai parlando?"
"Beh, quando ho visto come ti guardava, l'altra sera, ero sicura che… ci sono stati sviluppi? Dai, non tenermi sulle spine."
Sapeva bene che il presentimento dell'amica era giusto, ma continuò a fingere di cadere dalle nuvole.
"Millie, non ho la minima idea di quello di cui stai parlando."
"Jeffrey...! Non far finta di non ricordartelo!"
"Ah, lui, mi ha semplicemente accompagnata a casa, e questo è tutto."
"Non gli hai offerto un ultimo caffè?"
"No, te l'ho detto."
Millie restò in silenzio ed emise un lungo sospiro.
"Io davvero non so che cosa fare con te."
"Niente, non c'è proprio niente che devi fare con me. Sto bene come sto. In ogni caso possiamo riparlarne dopo? Mi sono appena alzata e ho bisogno di una doccia."
"D'accordo, però promettimi che dopo mi richiami per una lunga chiacchierata."
"Su che cosa Millie? Ti ho detto che non è accaduto niente."
"L'hai detto tu" rispose Millie e riattaccò il telefono. Era un'amica sincera che si preoccupava davvero per lei, ma in quel momento Helen si sentì profondamente infastidita. Subito dopo il telefono squillò di nuovo ed era sua madre. Era d'accordo che avrebbe trascorso il Natale con i suoi genitori. Si sarebbe messa in viaggio per la costa nel primo pomeriggio. La madre le ricordò di portare del vino e del liquore come contributo alla cena natalizia. Quello che nei giorni precedenti le sembrava una normale abitudine famigliare adesso pareva un peso intollerabile.
"Allora non dimenticarti niente, cara."
"D'accordo mamma, te lo prometto."
Sua madre restò in silenzio per un po' e poi ripeté quello che ormai le ripeteva ogni volta che la chiamava.
"Forse, dopo aver trascorso un po' di tempo con noi, troverai più attraente l'idea di tornare a vivere in casa."
"Mamma..."
"Lo so, non devo intromettermi, ma sono tua madre ed è normale che mi preoccupi per te. Kenneth purtroppo è morto e non possiamo fare niente per riportarlo in vita. Sono preoccupata per te, da sola in quella casa con tutti i ricordi. Davvero penso che sarebbe meglio se tornassi a casa."
Lei desiderava spiegare a sua madre che, nella sua testa, era già a casa, ma non riusciva a trovare le parole per addolcire il suo rifiuto. Sua madre aveva sempre pensato al fatto che lei lasciasse la casa -anche per il matrimonio - come un evento temporaneo che ora si poteva rimediare. La madre perde la figlia per un marito, la figlia perde il marito, per cui la madre ottiene nuovamente sua figlia. Il percorso a sua madre pareva perfettamente logico. Come spiegarle che lei non considerava tutto così semplice? Come farle capire il senso di colpa che provava dalla morte di Kenneth? In più adesso, al suo senso di colpa doveva aggiungere l'avere fantasticato rapporti sessuali con l'uomo conosciuto la sera prima. Si condusse, insieme al suo senso di colpa, fino alla doccia.
Avvolta in un asciugamano, coi capelli bagnati, si sedette sul bordo del letto osservandosi allo specchio mentre si asciugava i capelli. Lo specchio era grande e lucido, si ricordò del giorno in cui era andata a comperarlo con Kenneth. Erano entrambi eccitati dal fatto che rifletteva tutta la lunghezza del letto ed offriva la possibilità di molti giochi erotici. Si ricordò di quei momenti e, amaramente, di tutte le immagini che lo specchio non avrebbe più riflesso. Spense il phon perchè le era parso di sentire squillare il telefono. Si allungò sul letto per rispondere, convinta che fosse ancora sua madre:
"Pronto."
"Non ti ho svegliato, vero?" le chiese Jeffrey.
Con un sussulto si sedette e cercò una vestaglia per coprirsi.
"No, non mi hai svegliato, semplicemente non avevo sentito il telefono, tutto qua. Mi stavo asciugando i capelli e il mio phon è molto rumoroso."
Perchè non gli aveva detto che era nuda? Pensò. Aveva menzionato tutte le altre cose in quella lunga spiegazione.
"Mi stavo chiedendo, probabilmente senza alcuna possibilità essendo la vigilia di Natale, se per caso eri libera per cena questa sera."
"No, mi dispiace, no. Vado a Eastbourne questa sera."
"Questa sera? A che ora?"
"Beh, di solito preferisco guidare e arrivare prima che sia buio, ma ho dormito molto e quindi è impossibile."
"Allora potremmo vederci per uno spuntino presto."
"No, voglio davvero cercare di arrivare il prima possibile, detesto viaggiare di notte."
"Potrei accompagnarti là."
Immediatamente si sentì vulnerabile. Stava spingendo per accelerare le cose.
"A Eastbourne? No. Sarebbe ridicolo. E poi ho bisogno di avere la mia macchina là."
"Potrei guidare la tua macchina."
"E poi, una volta arrivati là?"
"Prenderei il treno per tornare."
"Smettono presto la vigilia di Natale. Il giorno di Natale poi non ce ne sono proprio."
"Allora prenderei un taxi."
"Da Eastbourne a Londra? Devi essere pazzo."
A questo punto lui fece una lunga pausa e lei scoprì dentro di sé l'ansia che riuscisse, in qualche modo, a trovare una soluzione più accettabile.
"Senti" disse infine "sono a dieci minuti da casa tua. Posso fare un salto? Mi piacerebbe davvero vederti prima che tu parta."
Guardandosi attorno, conscia del letto disfatto, del fatto di essere nuda e di avere i capelli in disordine, cercò di dissuaderlo.
"Starò via solo tre giorni. Possiamo incontrarci al mio ritorno."
"No" disse lui con decisione "Ti do una mezz'ora."
Helen riattaccò il telefono e restò immobile. Stava davvero permettendo questo? Quanto tempo avevano? Pochissimo. Un'ora al massimo e poi lei avrebbe dovuto partire. Tutto ciò era insensato. Ieri alla stessa ora lei non sapeva nemmeno dell'esistenza di quell'uomo, e adesso stava invadendo la sua vita in quel modo. Si precipitò in bagno e si osservò il viso a lungo, riflesso nello specchio. Pensò a quello che poteva mettersi e a come fare a mettere in ordine i capelli nel modo migliore. Infilò un paio di jeans e una maglia e si pettinò in maniera semplice, per poi spandere un velo di fondotinta sul viso.
Quando, poco dopo, lui suonò il campanello, lei si sentì comunque turbata.
"Davvero non ho tempo per questo" gli disse appena aprì la porta dell'appartamento facendolo entrare.
"Sono stato sveglio quasi tutta la notte pensando a te" le disse l'uomo, con grande naturalezza.
"A me?"
Le si avvicinò, tanto che riusciva a sentire il suo fiato caldo.
"Avevi bisogno di me l'altra sera e io me ne sono andato."
"Avevo...bisogno di te?"
"Ti chiedo scusa" le disse e le abbracciò i fianchi attirandola a sé. I suoi movimenti furono così rapidi che lei non riuscì neanche a protestare.
Il primo bacio la fece sentire senza forze, attirata a lui senza alcuna protesta, si era trovata nuda fra le sue braccia per incontrare il suo desiderio possente e incontenibile. Il suo cervello, che non riusciva ad accettare quel tradimento del suo corpo bramoso, stava pensando di trasformare il piacere in punizione, l'unico modo forse, in cui anche la sua mente sarebbe riuscita ad accettarlo. Ogni fibra del suo corpo si stava abbandonando a lui ed era talmente fuori controllo che udì la sua voce che lo pregava di farle del male e poi scoppiò in gemiti e singhiozzi quando lui obbedì e le sue dita la accontentarono, graffiandola e scavando in profondità nelle sue natiche frenetiche. Era stato doloroso, ma un dolore che aveva enormemente intensificato il suo piacere. Poi venne il momento del suo tradimento finale, quando sentì il punto più segreto della sua carne che sfregava contro il suo pene, e poi il suo pene che delicatamente scivolava dentro ed entrambi esplosero in un orgasmo multiplo che con Kenneth non aveva mai provato, ma che, con quell'uomo quasi sconosciuto, era successo la prima volta. Erano entrambi sdraiati, esausti, sul letto e lei, poco dopo, era scesa a salutare l'esausto guerriero con le sue labbra voraci e con un solo desiderio, riportarlo in vita perchè potesse ancora muoversi dentro di lei e farla godere. E c'era riuscita. E adesso avrebbe voluto morire di vergogna. Era tornato dentro di lei, per farla godere una, due tre volte di seguito e poi l'aveva lasciata stremata sul letto. Lo udiva sotto gli scrosci della doccia pensando a come riuscire a fronteggiare il suo sguardo. Millie avrebbe spettegolato su di lei, su come quell'uomo aveva trasformato una vedova virtuosa in una donna vorace in meno di un giorno. Quale uomo avrebbe potuto rispettare una simile creatura? Come poteva sopportare il suo sicuro disprezzo? Si rigirò nel letto attendendo l'inevitabile umiliazione. Quando finalmente l'uomo tornò nella stanza, sorridendo, completamente nudo e quasi in erezione, Helen desiderò nascondersi sotto il letto. Si sentì ancora più imbarazzata quando l'uomo spostò il cuscino con cui si era coperta la faccia e la guardò fisso negli occhi, sfiorandole delicatamente le labbra.
"E' stato meraviglioso." Lei si sollevò e si raggelò, aveva udito soltanto le parole che si aspettava, non quelle che lui aveva realmente pronunciato. Fu allora che lui osservò attentamente la sua espressione smarrita e rimase sconcertato.
"C'è qualcosa che non va?"
"Per favore, va via."
"Via? Pensavo di accompagnarti a Bournemouth?"
"Eastbourne" lo corresse.
"Ovunque sia, non dobbiamo andarci insieme?"
"Non è una buona idea." "Io penso che sia un'idea eccellente," e le sue mani accarezzarono le anche di Helen "io ho moltissime idee eccellenti."
Lei spostò la sua mano e fece per andare in bagno.
"Non ti rammarichi per quello che è successo, non è vero?"
"No…ma per favore, vattene."
Lui le afferrò un braccio "No. Voglio guardarti mentre fai la doccia. Non sono riuscito a vederti nuda e voglio osservare il tuo corpo."
Prossima alle lacrime lo pregò di lasciarla e finalmente riuscì a liberarsi dalla sua stretta. Andò in bagno chiudendo la porta della stanza, sentendosi per il momento salva. Anche in bagno Kenneth aveva messo un grande specchio per potere vedere il suo viso mentre la prendeva da dietro, fresca e profumata, dopo il bagno. Adesso poteva soltanto implorare il suo perdono.
In piedi, sotto la doccia, sentì le gambe deboli e dovette appoggiarsi ai rubinetti per non cadere. Sperava che l'acqua lavasse via anche quel senso di sporcizia che provava e tutto il senso di colpa. Un senso di colpa che nasceva non tanto da quello che aveva fatto, ma dal riconoscere tutto lo sconvolgente piacere che aveva provato. Era ancora immersa in quelle considerazioni quando si rese conto dei colpi sulla porta. Chiuse l'acqua e chiese con rabbia che cosa voleva.
"C'è il telefono" le disse attraverso la porta "sta continuando a squillare e penso che sia meglio che io non risponda."
Illogicamente arrabbiata con lui, Helen si avvolse in un asciugamano e aprì la porta udendo il telefono che stava ancora squillando. Lui si scostò per lasciarla passare e lei attraversò la stanza per rispondere. "Cara!" Urlò Millie" Ero sicura che te ne fossi andata senza richiamarmi! "
"Non ora Millie, sono molto di fretta, ti richiamo da casa di mia madre."
Riattaccò senza preoccuparsi del fatto che Millie si era sicuramente offesa. La sua telefonata l'aveva costretta ad uscire dal bagno e adesso era di fronte a lui, senza alcun posto dove nascondersi.
"Per che cosa ti senti così colpevole?" le domandò.
"Non sarebbe dovuto succedere, non avrei dovuto permetterlo."
"Mi dispiace."
Se avesse detto qualcos'altro, lei forse si sarebbe innervosita ancora di più, ma non lo fece. Si maledì silenziosamente perchè sentì che le stavano venendo le lacrime agli occhi. La solita debolezza. Le lacrime continuarono a fluire fino ad inondarle il viso e, senza capire come mai, si ritrovò abbracciata stretta a lui cercando conforto. Pianse come non piangeva da molto tempo, rassicurata da quel caldo e stretto abbraccio ma quella donna, proprio quella che lui cercava.
"C'è qualcos'altro che riguarda questo vestito" le disse, "però, prima che io ti mostri che cos'è devi promettermi qualcosa."
"Cosa?"
A quel punto si sentiva davvero scossa. Segreti e promesse erano come afrodisiaci per lei. Si domandava solo di che cosa si trattasse.
"Mi devi promettere che qualsiasi cosa accada a quel vestito nei prossimi cinque secondi tu non interferirai."
Rimase stupefatta, forse il vestito si sarebbe dissolto o cosa?
"Non capisco."
"Me lo prometti, in ogni caso?"
Helen annuì. Lui allora raggiunse i bottoni che tenevano il vestito in cima, li pizzicò e il vestito scivolò come una carezza sul pavimento, lasciandola completamente nuda davanti a lui. Quattro giorni prima - o era un secolo - quando ancora non lo conosceva, in una situazione simile Helen avrebbe senz'altro trattenuto il vestito per non lasciarlo scivolare ai suoi piedi, ma qualcosa di quell'uomo la influenzava così profondamente che adesso era fiera e contenta di trovarsi completamente nuda davanti a lui e desiderava essere ferma come una statua mentre lui la contemplava.
"Mozzafiato" disse l'uomo "ero certo di avere ragione. Tu sei perfetta col vestito o senza. Me ne farò fare degli altri. Trovo estremamente eccitante sapere che posso averti nuda, davanti a me, in pochi istanti. Devi essere sempre così, disponibile e pronta perché io possa averti quando voglio."
Tremando davanti a lui Helen si rese conto che l'uomo era scosso quanto lei. In quel momento c'era per lei una sola cosa importante, soddisfarlo sessualmente e per questo si inginocchiò ai suoi piedi.
"Incredibile. Che bello!" disse Jeffrey cercando di farla rialzare, ma lei non voleva. Era inginocchiata proprio in prossimità del suo cazzo, protetto solo dalla stoffa sottile dei pantaloni. Era proprio quel dio del piacere che lei voleva e la sua mano cominciò a cercarlo. L'uomo l'aiutò e poi Helen affondò sul suo membro la bocca desiderosa di procurargli un piacere inaudito. Cominciò a leccarlo, succhiarlo e lavorarlo mentre le cresceva dentro la bocca. Temeva che se lo avesse lasciato andare, sarebbe precipitata in un abisso di oblio. Quel membro ormai completamente duro era, in quel momento, tutta la sua vita. Amava il suo sapore, voleva che la riempisse tutta. Senza quasi rendersene conto si ritrovò sul letto e il cazzo di Jeffrey la penetrò bruciando dentro di lei. Sensazioni di piacere mai immaginato le attraversarono il cervello senza lasciarle spazio per altri pensieri che non fossero la soddisfazione dei bisogni del suo corpo. Provò solo un sussulto di dolore ai capezzoli.
"Sì!" urlò. "Ancora! Fammi male! Puniscimi!"
Le parole le uscirono in un urlo eccitato. Parole che le assicurarono che avrebbe provato tutto il …..