Il gioco del vento e della luna
Francesca Ferreri Luna

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Alcuni brani scelti casualmente dalla prima parte del libro.

""Nove..." Gianni cominciò a contare in senso orario: Laura, Cristina, Mario, Francesca, Maurizio, Laura, Cristina, Mario, Francesca.
"E adesso che faccio?", chiese rivolgendosi a Maurizio.
"Giochi la carta che ritieni più adatta per l'occasione..."
Gianni mi guardò abbassando poi lo sguardo sulle carte e poi di nuovo su di me.
"Togliti un indumento!", disse appoggiando la carta sul tappeto e guardandomi negli occhi.
"Vai!", commentò divertito Mario.
Potevo rispondere con una carta che avrebbe bloccato quella richiesta ma preferii tenermela per un'altra occasione. Mario intonò un You can leave your hat on subito seguito da tutti gli altri. Mi adeguai alla situazione e presi a sfilarmi le calze corte di cotone blu che gettai poi in mezzo al gruppo.
Toccò a Laura: 7. Cristina, Mario, Francesca, Maurizio, Gianni, Cristina, Mario.
Lo guardò divertita pregustandosi la sua giocata.
"Spogliati completamente fino a rimanere con i soli slip, simulando uno strip tease!"
La richiesta venne accolta da un festoso applauso. Senza scomporsi per nulla Mario si alzò e chiese un po' di musica. Gianni accese l'hi-fi e inserì un cd. Non c'entrava molto il genere musicale ma la cosa funzionò lo stesso. Mario cominciò a muoversi e con inaspettata sensualità si sfilò i pantaloni, la camicia, la maglietta ed infine i calzini. Proprio come una navigata ballerina da night club. Lo accompagnammo con gridolini di entusiasmo. Finita la performance si rimise seduto.
Cristina: 5. Mario, Francesca, Maurizio, Gianni, Laura.
Si guardarono negli occhi.
"Bacia e accarezza le gambe del giocatore dalla caviglia all'inguine lentamente e con sensualità!"
"Ma allora sei stronza...", replicò Laura.
"E insomma che colpa ne ho se ho queste carte!"
"Ti puoi sempre rifiutare, al massimo ti ritrovi con due carte in più...", intervenne Maurizio
"Mi rifiuto!" Laura prese stizzita due carte dal mazzo.
Mario: 9. Francesca, Maurizio, Gianni, Laura, Cristina, Francesca, Maurizio, Gianni, Laura.
"Ancora io! Ma ce l'avete con me!"
"Bene, bene...", disse sogghignando Mario.
"Spogliati fino a rimanere a seno nudo!"
"Mi rifiuto!", rispose decisa
"Ma rischi di sballare...", intervenne Maurizio.
"Ma non voglio..."
"Insomma è un gioco, dài... non fare la preziosa!", intervenne Cristina.
Borbottando tra sé, Laura cominciò a slacciarsi i bottoni della camicetta rosa. Se la sfilò e di seguito si tolse il reggiseno rimanendo a seno nudo.
"Un po' di impegno per favore...", sbottò tra le risa generali Mario.
Un sorriso nacque anche sulle labbra di Laura.
Francesca: 7. Gianni.
"Fatti spogliare fino a rimanere in slip!"
"Uaaho!", commentò Cristina.
Gianni con estrema soddisfazione rispose con un'altra carta:
"Mi dispiace molto, chi ha tirato i dadi raccolga due carte dal mazzo!"
Ci rimasi male e raccolsi le due carte.
Maurizio: 8. Cristina.
"Versa un po' di liquore nell'ombelico e ripuliscilo usando la lingua!"
Cristina cominciò a slacciarsi i bottoni della camicetta sfilandola poi dalla gonna. Gianni allungò la bottiglia di Porto a Maurizio.
"Sdraiati, altrimenti ti lavo tutta..."
Cristina si allungò sulla schiena scoprendosi il ventre nel quale Maurizio versò appena un po' di liquido. Poi si abbassò e cominciò a leccarlo.
"Fai presto...", disse cominciando a ridere Cristina " mi fai il solletico...."
Gianni: 3. Mario.
"Fatti accarezzare il sesso da tutti i giocatori rimasti in slip!"
"Ma ci sono solo io!", esplose Mario ridendo.
"E allora accarezzati!", disse Maurizio. Mario in tutta disinvoltura iniziò a toccarsi.
"Almeno 15 secondi!", precisò Maurizio.
Laura: 8. Francesca.
"Indossa la maschera! Lo sconosciuto ti farà quello che vuole utilizzando solo la lingua!"
Maurizio prese la fascia di velluto e mi fece alzare. Me la fissò al capo stringendola non troppo forte. Non riuscivo comunque a vedere nulla.
"Adesso tiriamo i dadi, chi raggiunge il punteggio più alto diventa lo sconosciuto".
Sentii dei commenti ad ogni lancio ma non riuscii a capire chi avesse vinto. Un corpo mi si avvicinò. Dal profumo era un maschio ma sicuramente non Maurizio. Cominciò a leccarmi dietro alla nuca facendomi sorridere per il solletico. Poi passò all'orecchio, alla guancia, mi sfiorò le labbra, più volte. Scese lungo il collo e giù tra i seni e quindi su un capezzolo e poi sull'altro. Per due volte. Scese ancora e quando lo sentii appoggiarsi al sesso istintivamente mi ritirai indietro.
"Tempo esaurito!", concluse Cristina. Mi tolsi la fascia. Imbarazzata e divertita nello stesso tempo. I capezzoli risaltavano sulla maglietta aderente. Tornai al mio posto.
Cristina: 9. Gianni.
"Fatti togliere un indumento!"
Cristina si avvicinò a Gianni e cominciò a slacciargli i pantaloni.
"Ma lo decide lei l'indumento da togliere?"

 

UN ALTRO PERIODO DI LETTURA

Sono Francesca", dissi all'improvviso indirizzando il mio sguardo diritto nello specchio verso il viso di Valeria. Sorrise e avvicinandosi a me, con la testa che mi sfiorava la spalla, sussurrò:
"Me lo ero immaginata, sai... sono contenta che tu sia venuta... molto contenta... Appena sei entrata ho sentito qualcosa dentro di me che diceva è lei... è Francesca. Conoscevo il tuo corpo ma non la tua bocca, il tuo viso, i tuoi occhi, la tua voce. Sei come immaginavo sai? Ero sicura che eri tu e ne ho avuto la conferma quando mi hai chiesto di provare quel vestito... Ti sei ricordata di quello che ti ho raccontato, non è vero?"
"Sì, proprio così".
Uscimmo dal negozio e ci rifugiammo in una saletta al piano superiore di un bar. Eravamo le uniche persone nella sala. Cominciammo a parlare di noi, delle nostre storie, delle nostre vicissitudini.
Pensavo che l'intimità che avevamo raggiunto via lettera si dissolvesse come nebbia nel momento stesso che ci fossimo incontrate fisicamente. Invece non fu così e fu una piacevole sorpresa. Avevo l'impressione, e credo fosse così anche per Valeria, di averla sempre conosciuta e quando mi raccontava di lei erano storie che conoscevo, ed avevo vissuto con lei.
"E quegli stronzi si son fatti ancora vivi?"
Arrivò direttamente all'argomento e mi riportò alla realtà di ciò che stavo vivendo in quei giorni.
"Sì, purtroppo, ormai non so che fare... è diventata una situazione davvero insostenibile... Ho paura ad alzare il telefono, ad aprire le lettere, addirittura a prendere la posta alla casella. Ho come l'impressione di essere costantemente seguita, pedinata e tutto questo mi fa star male..." Un nodo alla gola faceva uscire le parole spezzate.
"Non... ce la faccio più... a reggere questa tensione..."
Valeria mi strinse una mano, come per aiutarmi a superare il momento.
"E' anche per questo che deciso di conoscerti personalmente. Ho bisogno di qualcuno su cui appoggiarmi, confidarmi e questo qualcuno non esiste... Non può essere certo mio marito..."
"E Maurizio?", mi chiese Valeria.
"E' lontano... per altri quindici giorni... e allora ho pensato a te e al rapporto che c'è fra noi... in te ho fiducia e mi è sembrato che potesse...", mi interruppe stringendo più forte la mano.
"Hai fatto bene, Francesca... hai fatto bene."

Quel giorno passammo ancora alcune ore assieme, mi sfogai fino in fondo, come non avevo mai fatto in vita mia. Ci trovammo a parlare anche dei nostri desideri più intimi che in parte già conoscevamo ma che non avevamo mai avuto l'occasione di confessarci viso a viso. Che sensazioni strane ho provato. Parlare così intimamente di me guardando negli occhi Valeria e vedere le sue labbra muoversi, raccontare di lei, di Fausto, di Marco, di Giulia, di me...
Ci lasciammo baciandoci a vicenda sulle guance e promettendoci di sentirci presto. Fu un bacio innocente che mi accarezzò la pelle per tutto il viaggio di ritorno.

Per alcuni giorni non ricevetti alcun segnale dai soliti ignoti. Speravo con tutta me stessa che fosse la volta buona. Con Valeria ci sentivamo praticamente tutti i giorni. Le telefonavo durante la mia pausa pranzo, quando lei era a casa. Spesso mi chiamava in ufficio semplicemente per chiedermi se tutto andava bene.
Una sera verso le sei mentre salivo sull'auto in parcheggio, ebbi una sensazione fastidiosa. C'era gente ed avevo l'impressione di essere osservata. Mi guardai attorno e non vidi nulla di particolare. Partii e come al solito presi la strada che da Sassuolo porta a Modena. E' molto trafficata, sempre al limite dell'intasamento, soprattutto quando finisce il corto tragitto di una superstrada che non sarà mai conclusa. Vedevo nello specchietto retrovisore un'auto che ogni tanto lampeggiava. Poco alla volta mi resi conto che quei segnali erano indirizzati a me. La cosa mi inquietò non poco. Accelerai per quello che potevo in quel traffico caotico ma l'auto non mi lasciava. Non era esattamente dietro di me, ma due automobili oltre. Ogni tanto si spostava verso il centro della strada e lampeggiava. Era una Volvo, grigia, familiare, con due persone a bordo.
Decisi di svoltare a sinistra per una stradina di campagna. Era un tragitto che allungava parecchio la strada del ritorno ma mi sentivo il fiato sul collo e il non potermene andare via da quel traffico mi angosciava. La Volvo mi seguì. Accelerai. Venivo raggiunta da quelle luci che a cadenza fissa mi si riflettevano negli occhi dallo specchietto retrovisore. Avevo lo stomaco in subbuglio, il cuore aveva aumentato il suo ritmo e il respiro lo aveva seguito. Sudavo. In una zona in cui la stradina si allargava la Volvo mi si affiancò e dal finestrino un ragazzo urlò che avevo lo portiera aperta. Non ringraziai nemmeno. Dopo alcune centinaia di metri affiancai la macchina al bordo della strada, in una piazzola di un cantiere. Piansi.
Raccontai a Valeria questa scena e dall'altra parte del telefono trovai una voce comprensiva e rassicurante che mi aiutò parecchio.
"Senti perché non ci vediamo... lunedì sono casa tutto il pomeriggio, se vuoi..."

"Va bene, Rolando, passo io al laboratorio, poi ti saprò dire".
I cataloghi dovevano essere pronti prima delle ferie. Impossibile pensai. Come tutti gli anni, immancabilmente, si parte due mesi prima dell'anno precedente e si arriva ad avere tutto pronto il giorno seguente l'inaugurazione della fiera.
Venerdì pomeriggio. Era caldo. La gente cominciava a sciogliersi aspettando mollemente le ferie sempre più vicine.
Arrivai al laboratorio sperando che tutte le foto fossero buone, altrimenti il lunedì si sarebbero dovuti rifare gli scatti.
Ritirai le foto di Rolando.
"Ah, dimenticavo ", disse Claudio, il commesso tuttofare "ci sono anche le tue".
"Le mie?", chiesi con sorpresa.
"Francesca Ferreri, sei tu?" Mi sorrise con una espressione divertita.
"Certo che sì, dài qua..."
Presi la busta. Controllai al visore le foto di Rolando. Andavano bene per fortuna.
Uscii e salii in auto. Mi venne in mente la busta. L'aprii e cominciai a guardare. L'angoscia si insinuò in me. Ad ogni foto la sentivo impadronirsi del mio corpo. Mi stava rubando l'aria. Ero ritratta mentre camminavo per entrare in ditta, a casa. Un pranzo al ristorante. All'entrata di un cinema con Sandra, un'amica.
La mia vita della mia ultima settimana era stata violata dagli occhi di qualcuno che mi aveva seguita, cercata, pedinata, trovata. Qualcuno che, con tutta probabilità, poteva ritrarre la mia espressione sgomenta esattamente in quel momento.
Avviai l'auto. Non si accese. Provai di nuovo. Partii di scatto. Sentii urlarmi dietro delle imprecazioni. Se poteva urlare, pensai, non doveva esser successo nulla di grave.

Riguardai le foto. Una ad una. Nella confusione di un parcheggio alle sei di pomeriggio. Telefonai a Rolando per dirgli che il lavoro andava bene. Rimisi il telefono nella borsa quando squillò. Lo portai all'orecchio.
"Allora Franceschina, come sono venute le foto? Bene? Sai a volte ho avuto dei problemi con la luce..."
"Stronzi". Fu l'unica parola che riuscii a dire.
"Sempre gentile... Comunque abbiamo pensato, naturalmente se sei d'accordo, di invitarti per domani pomeriggio per un aperitivo. Giusto così per prendere un po' confidenza..."
"Non ci penso nemmeno", risposi nervosa.
"Vedo che continui a non capire... il fatto che tu sia d'accordo o meno a noi non interessa... Domani alle cinque al bar Molinari. Un semplice aperitivo".
La comunicazione si interruppe. La voce dell'uomo continuava a rimbombarmi nelle orecchie. Me la sentivo dentro.
Domani alle cinque. Domani. Alle cinque.