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PRIMO CAPITOLO Sono nato a Parigi ventisei anni fa. Quando ho cominciato a capire qualcosa del mondo, ho deciso che non sarei rimasto là per sempre. Troppa merda. Non sarei rimasto mai in nessun posto tanto a lungo da mettere i piedi al caldo. Il caldo ai piedi puzza di pantofole. Meglio girare a vuoto finché non si trova uno scopo nella vita, quello per cui si è nati e di cui ci si accorge solo quando càpita. Così faccio da molti anni. Sono un vagabondo, e mi piace. Sono andato poco a scuola. I miei insegnanti delle superiori dicevano che ero molto intelligente e potevo proseguire gli studi, ma io non ho voluto. Avrei dovuto rompermi l'anima a imparare cose di cui non mi fregava niente. Non c'è niente che m'interessi, a parte vivere e lavorare quel poco che basta per mantenermi. Sono arrivato a Cap d'Antibes solo da pochi giorni, e ho già trovato un'occupazione più che decente, e per giunta ben pagata. Appena sceso dal treno, ho girato un po' per la città vecchia, poi sono andato a suonare il campanello dorato di una villa circondata da un alto muro di cinta, a picco sul mare. L'avevo notata alzando gli occhi dalla spiaggia. E' venuta ad aprirmi una donna molto magra, sulla cinquantina, con i capelli rossicci, gli occhi acquosi da vecchia affamata, un'abbronzatura eccessiva che sfiorava il color cioccolato mettendo in risalto un fitto reticolo di rughe su tutto il viso, e un naso adunco almeno il doppio di un becco d'aquila. Indossava un massiccio orologio d'oro che a ogni movimento le ballava su e giù dal polso sottile alle braccia flaccide, un paio di enormi occhiali da sole neri e un pareo azzurro allacciato al collo. Non sapevo dove guardasse. Mi guardava dappertutto. A un certo punto, dopo un lungo silenzio imbarazzante, mi ha domandato che cosa volessi, insinuando che, se ero lì per vendere qualcosa, non avrei raggiunto il mio scopo, perché loro non avevano bisogno di aspirapolveri, stoviglie, prodotti per l'igiene della casa, e tantomeno enciclopedie sugli animali o libelli informativi sui testimoni di Geova. Io le ho detto che sbagliava, che cercavo semplicemente un lavoro qualunque, meglio se ben retribuito. Lei si è presentata come Madame Besson, la direttrice di casa. Ha acconsentito subito alle mie richieste e accettato le mie condizioni, non so se per le scarse referenze che nemmeno possedevo, o per un apprezzamento d'altro genere verso la mia persona. Io l'ho capita, quella. E' il classico tipo della zitella cinquantenne spremi-cazzi, o della single cinquantenne spremi-cazzi, come dicono adesso, che poi è lo stesso. Le signore stagionate con la carne molle non sono mai state il mio genere. Il mio uccello è un tipo piuttosto intelligente: subisce l'influenza del cervello. Se non ci sto con la testa, non ci sto nemmeno con il cazzo. Se non vedo un culo sodo, uno sguardo giovane e sorridente, modi carini, soprattutto non stronzi, e una bella pelle tesa, meglio se abbronzata, non mi si rizza. Non c'è niente da fare. Infatti con Madame Besson non mi si è rizzato. Lei invece si è arrapata subito. Ha detto che era una strana coincidenza, ma stavano proprio cercando un uomo che si occupasse della piscina e del parco, e poi ha chiesto se avessi esperienza come giardiniere. Io ho risposto di sì, anche se non era vero. Che ci vuole? Lei mi ha offerto uno stipendio più che rispettabile. Io ho accettato. Madame Besson mi ha alloggiato in una stanzetta a pianterreno, di fianco alle cucine. Per fortuna in questo periodo non hanno un granché da sbattersi, perché il padrone di casa e la moglie sono via. Quindi la cucina è il regno del silenzio. Questo posto è molto bello, di gran lusso. E' una casa grande, a forma di ferro di cavallo, tutta dipinta di bianco, con le persiane bianche e dei balconcini decorati davanti alle stanze. Di fianco all'ingresso principale e sulla piscina sorgono palme tropicali e rampicanti di rose rosse. La piscina è lastricata da un prezioso mosaico che riproduce l'immagine di due donne che fanno l'amore avvinghiate in un sessantanove. Al centro della piscina svetta una conchiglia di marmo rosa che sputa zampilli d'acqua ai lati. E io devo pulirla stando due ore al giorno a bagnomaria. Nel parco c'è un enorme labirinto con siepi di bosso e alloro, e al centro una grande aiuola riservata a piante esotiche. L'erba del parco è tagliata corta, a prato inglese. A ridosso del muro di cinta, verso il mare, svetta un'immensa serra piena di piante di una bellezza sconvolgente. La Besson la chiama "la serra della signora". La casa mi piace. Mi piace l'atmosfera di ricchezza e lussuria che trasuda persino dai muri. La Besson invece non mi piace affatto. In materia di donne, ho gusti molto difficili. Per eccitarmi, ho bisogno di particolari sottili, un certo modo di accavallare le gambe, muovere le mani o scuotere i capelli. Per esempio mi piacciono le donne che fumano una sigaretta come se stessero facendo un pompino. Mi piace vedere le guance rientrare e incavarsi profondamente, come per succhiare un frutto molto saporito. Madame Besson non fuma. Confesso che comincio a provare una certa curiosità nei confronti dei padroni di casa. Di fianco al cancello è inchiodata una grande targa dorata con su inciso un nome altisonante. Villa La Rochelle. Il proprietario della villa si chiama Jacques de la Rochelle. Mai sentito nominare. Suona come una specie di nome d'arte per un nuovo riccone che vuol nascondere le sue umili origini. Per fortuna sono stato abbastanza intelligente da capire che non era nemmeno la ricchezza, che volevo, nella vita. Io voglio solo vivere. Vivere e basta. Posso anche vivere in mezzo alla gente ricca, per caso, se càpita, ma non per diventare ricco io stesso. Ho fatto molti mestieri dal giorno in cui, all'età di diciassette anni, partii per Parigi, deciso a lasciarmi alle spalle le eccessive attenzioni di mia madre e la permanente nullatenenza di mio padre. Ho lavorato a Cher, in una cantina che produceva vino, e in un paio di ristoranti italiani a Honfleur, in Bretagna, durante il periodo estivo. Poi ho tentato di fare il fattorino per una fabbrichetta che produceva biancheria intima provocante per signora, a Nancy, ma non andava bene, perché avevo degli orari pazzeschi, e le clienti mi invitavano sempre a entrare per offrirmi il caffè e anche qualcos'altro che puntualmente rifiutavo. Io non ho il cazzo automatico. Sono un libidinoso profondo. Uno stronzo sentimentale, forse, ma spero di no. Insomma, scherzi a parte, energia per energia, com'è possibile sentirsi nelle migliori condizioni per scopare, dopo aver percorso alcuni chilometri in bicicletta e sapendo di dover fare ancora una ventina di consegne in diverse parti della città? E poi incontravo signore ciccione che compravano per corrispondenza il tanga col buco per eccitare i mariti malati d'impotenza, o signore che fingevano di andare in bagno e poi tornavano da me mostrandomi addosso l'acquisto consistente in un baby-doll di pizzo nero sotto cui trasparivano strati di cellulite malcelata dalle calze a rete, o battone di mestiere mezze drogate che mi trascinavano in casa per raccontarmi i loro dolori con i clienti violenti o l'odio per gli uomini che le rimorchiavano per strada. Con loro l'arrapamento era proibito, e l'ammosciamento assicurato. Con qualche cliente, è ovvio, ci sono andato. Solo con le più carine. Ce n'era una in particolare che m'intrigava molto. Una scrittrice di favole erotiche per adulti. Vendeva i suoi libri nei sex-shop e in alcune trasmissioni televisive notturne condotte da un noto travestito della zona, presso una rete locale. Dominique. Bella e intelligente. Quando ho capito che mi coinvolgeva troppo, ho lasciato il lavoro e la città. Non voglio complicazioni. Non voglio mai complicazioni. Ho girato un po' per la Provenza. Mi sono fermato ad Aix-en-Provence per quasi sette mesi. Ho lavorato in un ristorante. Mi pagavano molto bene, ma era una cosa massacrante, così sono andato via anche da lì. Poi ho preso qualche giorno di vacanza. Ho visitato Avignone e i suoi monumenti dell'epoca romana. Dopo Arles sono capitato in Camargue proprio alla fine di maggio, quando tutti gli zingari d'Europa si radunano a Les Saintes Maries de la Mer, alle bocche del Rodano, per festeggiare l'anniversario della loro patrona, Santa Sarah la Nera. La Camargue mi è piaciuta molto. Là ci sono colori, suoni e profumi che non si possono trovare in nessun altro posto al mondo. Forse nemmeno in Paradiso. Quei tramonti con le nuvole rosa e viola su fondo azzurro, le immense distese gialle di spighe mature, e i prati verdi punteggiati di papaveri, su cui spesso pascolano cavalli selvaggi o feroci tori da corrida, sono uno spettacolo indimenticabile, per chi sappia apprezzarlo. S'incontrano addirittura delle zone in cui l'erba è tanto intrisa d'acqua, che la terra sembra verde-azzurra, perché l'acqua riflette il colore del cielo. Una pura meraviglia. Poi sono arrivato qui. Ormai ho visitato quasi tutte le stanze della casa, perché adesso, oltre al giardiniere e al "pisciniere", faccio anche l'uomo delle pulizie. Qui alla villa il personale non è proprio numeroso. Oltre a Madame Besson, ci sono un paio di cuoche che in questo periodo non combinano un cazzo, un maggiordomo volante, e una coppia di domestici cinesi, Chang e signora. Hanno la pelle giallastra, gli occhi a mandorla e i capelli neri. Lei è una grassona lardellosa, lui invece è magrissimo. Sarà lei, che lo prosciuga. Oggi ho lavorato al piano di sopra, nelle camere da letto. Sono molto belle, con un bagno indipendente ciascuna. Non mi piacerebbe affatto essere il padrone di tutta questa roba. A me la vita sta bene esattamente com'è. Infatti non provo alcuna particolare soddisfazione nel rigirare fra le mani il Buddha d'oro con gli occhi di diamante che siede panciuto sul mobile da toeletta di Madame La Rochelle. Lei si chiama Yasmine. Marito e moglie hanno due camere separate. In entrambe c'è un letto matrimoniale più grande della stanzetta in cui la Besson mi ha alloggiato. E tutt'intorno mobili sontuosi, soprammobili preziosi, quadri d'autore con le facce storte, firmati da un certo Picasso. E poi colonne marmoree, lampade di ceramica, tavolini di cristallo, cuscini di raso, e specchi, un'enorme quantità di specchi, appesi alle pareti, agli armadi, e persino ai soffitti. E tappeti di pellicce con le teste di tigre ancora intere, roba da dare il voltastomaco. Mi vien da ridere, a pensare alle camere separate: una sera Madame fa visita a Monsieur, e la notte dopo Monsieur si trasferisce da Madame. Andrà così, ma è una gran stronzata. Mia madre diceva sempre che una coppia in crisi risolve i problemi a letto. Questi qui, allora, vivono in crisi perenne! Stamattina, mentre pulivo la vasca da bagno privata della signora La Rochelle, Madame Besson mi ha messo una mano direttamente sull'uccello. Siccome i padroni avevano appena telefonato per informare il personale di servizio che stavano lasciando Montecarlo e sarebbero arrivati ad Antibes di lì a poco, la Besson si è precipitata subito ad avvertirmi, urlando e strepitando come una gallina. Piagnucolava, diceva che dovevo sbrigarmi, a finire la pulizia della vasca. Mai vista una vasca così, a livello terra, con il fondo scolpito a forma di conchiglia opalescente. Le pareti sono dipinte in vari colori, dal blu al verde, dal viola al nero. Rappresentano un fondo marino: pesci che passano, bollicine d'aria, alghe e coralli. Un'intera parete accanto alla porta è occupata da un immenso acquario in cui boccheggiano felici almeno venti varietà di pesci di diverse forme e colori, incluso un cucciolo di pirana, che se ne sta tutto solo, coi suoi dentini sporgenti, dentro a una gabbietta, in un angolo. Pare piuttosto inquieto. Gli altri pesci non gli si avvicinano nemmeno. Madame La Rochelle dev'essere un tipo piuttosto originale, mi sono detto, mentre davo l'ennesima accurata risciacquata a uno dei rubinetti madreperlati. A quel punto la Besson mi è arrivata da dietro, felpata come una biscia, si è inginocchiata alle mie spalle allungando un braccio ossuto per avvolgermi il torace, e mi ha abbassato le sue lunghe dita tentacolari sulla lampo chiusa dei jeans. Non ci ho visto più. Ho gettato lontano lo straccio, mi sono scrollato di dosso quella piccola donna vampiriforme, e ho preso la via della porta. E' stato allora, che l'ho vista per la prima volta. Quando sono uscito dal bagno, Yasmine de la Rochelle stava ferma sulla soglia di camera sua. Yasmine de la Rochelle è una splendida donna minuta e sottile, con la carnagione olivastra appena abbronzata. Il suo viso è una curiosa e sconvolgente miscela di almeno tre razze diverse. Ha occhi obliqui, da cinesina, tanto neri da non riuscire a distinguere la pupilla dall'iride nemmeno con la lente d'ingrandimento. Occhi aperti, intensi, luminosi e piuttosto svegli: l'esatto contrario dello sguardo orientale, che secondo me ha sempre qualcosa di inebetito, quando non palesemente deficiente, con tante scuse a tutto il Sud-Est asiatico. Il nasino schiacciato tipico della razza orientale cade su un paio di labbra molto carnose, da negra. I capelli neri, con preziosi riflessi viola-blu, lunghi e lisci, sfioranti i fianchi, scendono pigri sulle spalle muscolose. Avrà venticinque anni a dir molto. Quando è entrata senza farsi sentire, non ho potuto evitare di restare a fissarla, incantato e adorante, come uno scemo. Lei ha appoggiato il beauty-case sul letto lanciando nella mia direzione un debole sorriso stanco che per eccesso di fantasia avrebbe anche potuto sembrarmi affranto. Aveva denti piccoli, bianchi e un po' appuntiti, e mani meravigliose, affusolate, con le unghie lunghe come artigli. Io ho distolto lo sguardo giusto in tempo per vedere quella stronza della Besson che usciva dal bagno, sconvolta e accaldata. Madame La Rochelle ha fatto trascorrere lo sguardo nero da me all'avvoltoio, poi si è rivolta alla donna socchiudendo gli occhi in due feroci fessure. "Chi è questo signorino?" Madame Besson ha assunto un'aria colpevole. "E' il ragazzo che si occupa della piscina e del parco. L'ho assunto da poco." Yasmine ha annuito con interesse solo apparente. "Capisco... E cosa ci fa, nella mia stanza?" La Besson si è avviata alla porta. "Stavamo controllando se tutto fosse in ordine, Madame." Yasmine ha annuito gettando un mazzo di chiavi sul letto, con evidente stizza. "Va bene, ma adesso andate via, per favore. Voglio restare sola..." Madame Besson ha lasciato la stanza con la coda fra le gambe. Io l'ho seguìta molto lentamente, per ritardare il più a lungo possibile il mio congedo da quella presenza inquietante. Ripensandoci, devo ammettere che Yasmine de la Rochelle ha su di me l'esatto effetto di una potente scarica elettrica. Dev'essere una gran stronza. E anche una gran troia. Ha la pelle luminosa e lucida di creme profumate. Emana un aroma speziato, orientale, molto sensuale. Usa poco trucco. Veste più che altro di nero, rosso, o colori grezzi e coloniali. Mai di bianco. La mattina dorme fino a tardi. Si alza a mezzogiorno inoltrato. Fa una colazione leggera, poi sparisce in camera per la siesta. Ricompare solo verso le quattro del pomeriggio, prende un po' di sole in piscina, fa una lunga nuotata, poi si stende di nuovo al sole del tramonto, spesso con un libro in mano. Parla un francese perfetto, del tutto privo di qualsiasi accento che permetta di identificarne la provenienza. Può darsi che Monsieur La Rochelle l'abbia scovata in un bordello della Thailandia o negli squallidi sobborghi di una città del Sud-Est asiatico, mentre, ancora bambina, si vendeva agli uomini per pochi soldi. Ho molta fantasia sulle persone che mi incuriosiscono. Infatti Yasmine de la Rochelle stuzzica la mia immaginazione, mette alla prova il mio senso d'equilibrio, scàrdina tutte le mie teorie sul cazzo che dipende dal cervello. L'uccello invece va per conto suo. E' la legge del desiderio. Io odio Yasmine. Detesto tutto ciò che rappresenta. La detesto per quanto è ricca e troia, ma non riesco ad evitare che mi si rizzi. O meglio, ogniqualvolta lei mi passa vicino, devo sempre star lì a controllare che non mi si rizzi. E non è mica piacevole!!! Sono parecchi giorni che non mi faccio la barba. Alla villa lavoro molto, e alla sera vado a letto così stanco che crollo subito addormentato. Poi la mattina dopo rimando sempre e mi riprometto di radermi il giorno seguente. Stamattina mi sono guardato bene allo specchio. Fisicamente sono il tipo dello stallone pigro e tenebroso. Bello, ma non devo essere io, a dirlo. Piaccio molto alle donne, e fatico a scrollarmele di dosso, quando mi hanno assaggiato. Pur essendo atletico, non ho nulla di scattante o sportivo, a vedermi, tranne che a letto. Lì sono scattantissimo, ma so anche diventare lento e languido fino allo spasimo, a seconda delle esigenze della signorina in questione. Ho un'altezza al di sopra della media e sono piuttosto magro. Ho la pelle abbronzata, la faccia incavata, gli zigomi sporgenti, le mani lunghe e affusolate, con le unghie di bella forma, tagliate corte. Porto i capelli neri corti sulla nuca e lunghi al centro della testa. Un ciuffo ribelle mi cade sulla fronte ogni volta che mi chino, e il gesto a scatto che faccio con la testa per ricacciarlo indietro manda in delirio le ragazze. Lo dicono loro, io non ci trovo niente di speciale, se si esclude la comodità di trovare la fronte libera senza toccare i capelli con le mani. Di recente sulle tempie e nel ciuffo sono cresciuti alcuni bellisimi fili bianchi che paiono d'argento. Saranno in tutto non più di una ventina, ma fanno una certa impressione. In fondo ho un quarto di secolo, è una cosa che dà da pensare. D'altra parte era prevedibile, visto che mio padre a cinquant'anni suonati era già quasi canuto. Ho le labbra carnose, piegate in una smorfia ironica che alcune donne trovano irresistibile, una magnifica dentatura naturale, e due occhi di uno strano grigio scuro trasparente, un po' distanti ma piuttosto espressivi. Alle donne piace molto come cammino. Dicono che ho un'andatura fluida ed elastica, con un bel movimento di fianchi appena ancheggiante, che gli fa venire in mente meraviglie scoperecce. L'unica cosa che non trovo armoniosa nella mia faccia è il naso, dritto e affilato, forse troppo aristocratico in un individuo di estrazione proletaria, nato da una ex-ballerina jugoslava e da un ex-combattente del '45 in pensione. Eh, sì! Nelle mie vene non scorre nemmeno una goccia di sangue blu, e la cosa mi sta benissimo così. Anzi, me ne vanto. Ma non per questo mi metto a fare la lotta di classe. Sono tutte stronzate. |
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