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PARTE PRIMA
Della prima volta ricordo un corridoio
buio. Avevo chiuso piano la porta alle mie spalle. Sotto la camicia da
notte le gambe tremavano, più per il fatto che avevo trascorso l'intera
giornata in sella, sopra un cavallo, che per l'emozione….ma quale
emozione…
Avanzavo lentamente sulle assi di legno, ogni passo uno scricchiolio, uno
più forte, uno più lieve.
Avanti, altre due porte.
Nel buio non avevo difficoltà. Facevo scorrere la mano lungo la parete,
tenendo le dita leggere per non fare rumore contro gli stipiti che avrei
incontrato.
In un attimo aprii la porta che cercavo e fui dentro. Appoggiai le spalle
al muro grezzo. La camicia da notte era di batista leggera, così che la
superficie ruvida e piena di punte mi grattò la schiena. E non fu una
sensazione spiacevole.
Respiravo piano, con il fiato corto, proprio come un animale in un
territorio non suo. Nessuna voce, nessuna parola. Mi aspettava, senza
essere sicuro di cosa aspettare.
Sergio aveva capelli folti e castani, oltre che il doppio dei miei anni.
Di lui conoscevo ogni cosa: la moglie, il suo cavallo Airone, il suo
sedere piccolo e muscoloso che non riuscivo mai a smettere di fissare ogni
volta che uscivamo insieme, in passeggiata.
A pensarci era per quel sedere che mi trovavo lì.
Eravamo in gita a cavallo con altra gente del club. Quella era l'unica
notte in trasferta.
"L'affido a lei, Sergio" aveva detto mia madre, ignorando il
vero significato delle sue stesse parole. Un significato che conoscevo io,
e che conosceva lui, che annuì come risposta, sorridendo.
I miei occhi, abituati all'oscurità, lo trovarono subito.
Non era a letto, ma seduto sulla poltrona vicina alla finestra.
Slacciai la camicia, un bottone dopo l'altro. Era una camicia che, per due
anni, aveva fatto il suo turno con le altre nelle notti trascorse al
collegio delle Orsoline.
Ero nuda, davanti a lui, immensamente
grata per quel silenzio.
Gli tesi una mano perché volevo che la baciasse come piaceva a me.
Lentamente distese le dita, posò le labbra sul palmo.
Ecco il calore… quel solito calore che quel tipo di bacio mi investiva
dal collo in giù, e giù giù fino al ventre.
A tredici anni non sapevo e non capivo.
Intuivo: era un inizio, una premessa.
Allungò le mani e le poso' sui miei fianchi, li attirò a se' con un
movimento rapido e deciso. Gli fui addosso, sentii il suo viso contro la
mia pancia, e le sue ciglia sbattere: ali di farfalla che mi solleticarono
in punti diversi.
Il mio calore aumentò mentre le sue mani scivolarono sulle natiche.
Caldo contro freddo.
"Toccami, scaldami..", non ricordo se lo dissi, o se lo pensai
soltanto.
Le sue dita, con una lieve pressione, allargarono le mie gambe da dietro.
L'impressione fu quella di aprirmi, di aprirmi tutta. Ero liquida e
bagnata.
Mi vergognai. Istintivamente mi coprii gli occhi e intanto ridevo, piano.
Mi sentivo inghiottire. L'impressione era quella di avvolgermi in me
stessa: come un maglione da sbattere fuori, sul davanzale.
E infatti volevo essere sbattuta, senza sapere come e dove. In che modo.
Riporto' le mani ai miei fianchi, mi fece girare e sedere in quel
triangolo di poltrona lasciato libero dalle sue gambe aperte.
Le sue labbra erano al mio orecchio, il suo respiro un vento leggero.
Mi accarezzò il seno con una mano mentre con l'altra scese oltre il
ventre, più giù. Lo sentii sorridere. Chiusi gli occhi più che potevo
mentre il suo medio entrava, piano piano, anche se non c'era resistenza.
Ero gonfia e calda, non più in grado di sopportare quella lentezza. Mi
muovevo, quel movimento che è nell'istinto, nella natura degli amanti:
era la prima volta che facevo la sua conoscenza.
Dondolavo i fianchi, i capelli mi coprivano il viso.
Poi mi fece alzare, mi portò sul letto, mi sedetti sul bordo.
Avvertii il tocco della sua lingua. Mi distesi e ancora nascosi gli occhi,
girai la testa su un lato. Lo sguardo scivolò oltre la finestra, si
incastrò tra le stelle.
Prese le mie mani e comincio' a tirarle. Dapprima scesi con tutto il
corpo.
Le sue dita stringevano: una morsa che mi
costrinse a sollevare le spalle.
" Devi guardare…"
Guardai, felice del fatto che fosse buio, che non potesse vedere il mio
viso.
" Guarda," ripete', una guancia posata su una mia coscia: "
sei calda e dolce". Allungò la lingua, un rapido guizzo, poi si
assesto' meglio.
Fissai ipnotizzata quei capelli castani che mi piacevano tanto, li
accarezzai.
Mi piegai in avanti, aprii le gambe. Vidi le sue labbra aperte contro le
mie. La lingua scivolava sicura e forte in una zona alta.
La mia testa divento' improvvisamente leggera, senza peso, le ginocchia
presero a tremare. Allora smise, si asciugo' la bocca prima su una coscia,
poi sull'altra. Era nudo e non me ne ero accorta.
Mi tirai su nel letto lasciandomi cadere tra i cuscini, lo attirai a me,
mi piaceva vedere il suo viso sopra il mio, così vicino. Mi lecco' le
labbra seguendone il disegno, lentamente, fino a penetrarle.
Sentii la pressione del suo cazzo, lo presi in mano e lui mi aiutò.
" Piano.." chiesi nella sua bocca. Lo sentivo enorme e duro.
Più spingeva più mi sentivo lacerare. Improvvisamente avevo paura.
" Sssh…" mi sussurrava all'orecchio e intanto spingeva,
entrava deciso. Sollevai le ginocchia, più mi aprivo più stavo male.
Avvertii una fitta, dolorosa ma breve.
Era come se avesse superato una barriera, si fosse liberato. E anch'io.
Avevo voluto che la mia prima volta fosse
istruttiva. Un ragazzo inesperto e pasticcione non lo avrei sopportato.
Dovevo essere erudita sulle tecniche, sulle varianti, sui differenti
percorsi che mi avrebbero condotta al piacere.
In teoria, già a dodici anni, sapevo tutto. Avevo letto libri scientifici
e non. Mi ero istruita, documentata.
Sapevo come ero fatta io e sapevo come erano fatti gli uomini.
Io ero la parte concava e loro la convessa. Insieme potevamo fare un
puzzle.
Ma il gioco non finiva lì.
C'era dell'altro, ed era quello che volevo conoscere.
"L'orgasmo" era il primo
capitolo che avevo letto e ricordo che mi aveva lasciato qualche dubbio.
Ero convita fosse una scusa inventata appositamente per le donne. La
classica carota legata al bastone.
Non riuscivo proprio ad immaginare "l'acme dello stato di
eccitazione".
Poi ho capito. Era successo dopo una caduta da cavallo. Avevo uno
stiramento ad un muscolo della coscia, e urgente bisogno di massaggi.
Il medico del collegio mi aveva consegnato una piccola macchina: era
grigia e ovale, non più grande di una mano. Inserita la spina bastava
premere un pulsante e iniziava a ronzare, e a vibrare.
L'avevo infilata sotto le coperte, poi avevo scostato le mutandine.
L'avevo accesa.
Volevo trovare il "Punto G ", l'asso pigliatutto del piacere.
Non ebbi difficoltà: era in alto, appena sotto la partitura della carne.
Aprii le ginocchia, e aspettai, incuriosita.
Ascoltai il battito del cuore. Nel petto. Nel ventre. Nei fianchi.
La sensazione fu particolare: all'improvviso immaginai di risalire una
montagna. Passo dopo passo mi accorsi di andare avanti, di avanzare.
Mi chiesi dove mi avrebbe condotta, quella scalata. Allora chiusi gli
occhi. Mi abbandonai.
Fui felice di scoprire che l'orgasmo non era una carota legata al bastone…
Finii il collegio con quello stiramento alla coscia, e quando tornai a
casa iniziai a prendere in seria considerazione la possibilità di
continuare con le sperimentazioni.
Ma non ero una ragazzina facile. I coetanei non mi piacevano, volevo un
uomo. Interessante. Intelligente. Esperto.
Mi avevano detto che la prima volta avrebbe cambiato tutto: non sarei più
stata la stessa. Non sarei più tornata quella di prima.
E poi tutti avrebbero capito che l'avevo fatto. Che avevo scopato.
Bugie.
Non era cambiato nulla. Mi era solo venuta una gran febbre, dopo la prima
volta. Una febbre indiavolata. La prima di una lunga serie.
Sergio mi aveva capita. Era un uomo profondo, non aveva solo un bel culo.
Mi paragonava ad una rosa preziosa: delicata, ma con lunghe spine che
potevano far male.
"Chissà fino a che punto riuscirai
a ferire un uomo", aveva detto. E intanto slacciava la cintura.
Eravamo scesi da cavallo in un bosco in mezzo alle colline. I raggi del
sole filtravano tra i rami degli alberi ed io lo guardavo.
C'era troppa luce e io non volevo vedere. Il cazzo non mi piaceva.
"Guarda, invece."
Avevo sospirato, e poi sbuffato come un'alunna svogliata.
"Inginocchiati."
Risposi di no, ma poi m'inginocchiai. A lui non riuscivo mai a tener
testa.
Guardavo a terra, c'erano piccoli sassi e foglie secche: una aveva un
colore bellissimo. Feci per prenderla ma lui mi fermò.
"Solleva lo sguardo. Non distrarti."
Sollevai lo sguardo. Strinsi il frustino che tenevo in mano. Lo strinsi
fino a che le nocche non diventarono bianche, sotto l'abbronzatura.
"Che cosa vedi? Voglio una descrizione dettagliata."
"Hai molto pelo." Risposi anche se non mi piaceva dirlo.
Deglutii e poi andai avanti. "E' grosso e scuro. E' anche lungo. La
punta e' più liscia e rossa e, sotto, vedo una piccola apertura. Da lì
esce la pipì, immagino."
"Non solo quella. Che altro esce da quella apertura?"
Ero imbarazzata, non riuscivo a trovare le parole giuste. Azzardai:
"Gli spermatozoi", e poi scoppiai a ridere. Sollevai lo sguardo
in cerca di conferme. Sergio teneva la testa abbassata, i capelli castani,
dritti, ricadevano in avanti. Lo trovai bellissimo e forse capii in quel
momento che sarebbe stato l'uomo della mia vita.
"Hai paura?"
"No."
" E che cosa provi. Voglio un'altra descrizione.
Dettagliatissima."
Restai in silenzio.
"Hai paura."
"No."
"E allora avvicinati e inspira. Dimmi che odore senti. Dimmi se ti
piace." Chiusi gli occhi, ma non del tutto.
In alcuni tratti, il cazzo sembrava avere la pelle d'oca: la pelle
diveniva più spessa. Ero così vicina che riuscivo a vedere i pori da
dove nascevano i peli.
"Stai trattenendo il respiro. Voglio
sentirti inspirare."
Inspirai, ma così velocemente da non registrare alcun odore. Buttai fuori
l'aria nel giro di mezzo secondo.
Ma Sergio non era stupido. "No, non va bene. Non va affatto
bene."
Strinsi le labbra e mi odiai. Non sopportavo di essere ripresa.
Okay, pensai. Fissavo il cazzo ma non mi decidevo. Restai in apnea.
Ancora un attimo, mi ripetevo. E l'attimo non arrivava. Non trovavo il
coraggio, non riuscivo a capire dove si fosse nascosto.
"Ti faccio schifo, allora."
Sollevai lo sguardo allarmata. "No!", dissi, e quasi lo urlai.
Lo amavo. Come poteva farmi schifo!…ogni cosa di lui adoravo. Più di
una volta mi ero scoperta a baciare la sua sella…se solo lo avesse
saputo!…
Tornai a guardarlo. Aprii i polmoni e feci sentire il respiro. Inspirai
con tutta la forza che avevo.
"Sa di sapone", dissi alla fine. Sì, sapeva di sapone.
"Non è possibile. Avvicinati di più."
Aspettai un attimo, il tempo necessario per raccogliere il coraggio. Okay.
Spinsi in avanti un ginocchio, poi l'altro. Mi scontrai con l'uccello, ci
sbattei il naso sopra.
Continuava a sapere di sapone. Non avevo dubbi.
"E allora inclina la testa. Ma prima, dimmi cosa vedi."
Vedevo i testicoli. Non erano grandi. Erano duri come castagne, e pelosi.
Dissi tutto.
"Adesso respira tra l'inguine e un testicolo. Decidi tu quale."
Chiusi gli occhi, avvertii il solletichio dei suoi peli, erano davvero
duri. Respirai una volta, due volte, fino a quattro volte per registrare
anche il retrogusto.
Poi mi scostai, sollevai lo sguardo e dissi: " Di primo acchito ho
sentito ancora odore di sapone. Poi un odore più intenso e dolce con
venature aspre." Mi abbassai sulle ginocchia e affondai le dita su un
fazzoletto di muschio steso alla base di un castano. Ne strappai un
piccolo lembo e lo portai al naso. Sì, l'odore era davvero simile.
Incredibile ma era così. Annusai ancora una volta l'inguine e poi il
muschio.
La somiglianza era sbalorditiva.
Gli sorrisi, ma dal suo sguardo capii che
non era ancora finita.
"Che sapore immagini abbia?"
No, mai! Mi scostai istintivamente. Portai indietro un ginocchio, ma non
l'altro.
"Hai paura?"
"No." Ma non ero sicura.
"Me lo devi dire se ti faccio schifo."
Non mi fai schifo. Ti amo. Ma non lo dissi. Restai in silenzio.
La prima volta mi ero lasciata fare tutto. Di tutto.
Ma non avevo pensato che la situazione si potesse capovolgere. Non avevo
previsto di doverlo prendere in bocca.
Fissavo il cazzo: da così vicino potevo cogliere ogni sporgenza, ogni
venatura, ogni minima pulsazione.
Mi riusciva difficile credere che fosse entrato dentro di me. Nel mio
corpo. Si era fatto strada fino in fondo. Lo avevo sentito nella pancia.
Ricordo che all'inizio - superato il dolore - non mi era sembrato gran
che. Anzi, avevo rimpianto la mia piccola macchina per stirare i muscoli.
Ma poi, mano a mano che mi colpiva, mi scaldavo. E più mi scaldavo, più
desideravo essere colpita. Sempre di più. Sempre più a fondo.
L'eccitazione era lievitata. Avevo iniziato a risalire la montagna.
Ma la montagna era più alta, molto più alta.
E il piacere più intenso. Molto più intenso.
Ma adesso non sapevo cosa fare. Stringere, tirare…no, mi sembrava un
esercizio troppo difficile. E anche abbastanza ributtante.
Sollevai lo sguardo. Lo sollevai a scatti, un po' alla volta.
I pantaloni da equitazione erano aperti, abbassati sui fianchi. La cintura
di cuoio ricadeva ai lati. La camicia azzurra aveva due bottoni slacciati.
La pelle era compatta e tesa, vidi piccoli segni solo attorno agli occhi.
Le ciocche di capelli ricadevano sulla fronte, sugli zigomi.
"Schiudi le labbra e posale sulla punta."
Guardai la sua bocca. Avrei voluto baciarla.
Schiusi le labbra e le posai sulla punta. Il contatto mi fece scivolare
subito in avanti. Serrai le mascelle ma l'istinto mi portò a proseguire.
Il cazzo lo sentii contro il palato. Feci
ruotare la lingua indietro, sulla cappella, insistendo per cercare la
piccola apertura. Premetti, la stuzzicai fino a sentirla umida. Allontanai
la testa per poi tornare a spingerla in avanti.
Il suo pelo si avvicinava e allontanava davanti ai miei occhi, e il
respiro - via via che uscivo e rientravo - diveniva più corto. Strinsi le
labbra e succhiai. Lo sentii gemere, mormorare, ripetere il mio nome.
Non sentivo altro che il sottile piacere di farlo godere. Senza chiedere
nulla in cambio. Lo facevo per lui. Lo avrei fatto solo per lui.
Sergio mosse un passo indietro. Udii il rumorino grazioso della ghiaia
schiacciata dai suoi stivali.
Restai comunque attaccata a lui, mi spinsi in avanti.
"Basta così. Adesso alzati."
Mi sollevai in piedi. Le ginocchia mi facevano male ma il dolore lo
avvertii solo in quel momento. Passai una mano sui pantaloni. Sassolini si
erano incastrati sul tessuto, cercai di strapparli via con due dita, ma
non era facile.
Sergio si avvicinò. Porto' le mani alla mia cintura. La slacciò, ed io
mi scostai piena di vergogna.
Avevo le mestruazioni, era la seconda volta che arrivava il ciclo.
"Hai paura?"
"No." Ma sentii il viso andare a fuoco.
Appena tornò ad avvicinarsi mi buttai tra le sue braccia. Mi nascosi sul
suo petto. Infilai il naso tra un bottone e l'altro della camicia.
Inspirai il suo profumo. Il suo odore di uomo.
Solo così trovai il coraggio di dirglielo. Che non potevo.
"Non ti devi vergognare. E' normale. Sei una donna."
E invece mi vergognavo. Mi sentivo a disagio.
"Ti fanno male?"
Risposi di no, ma il sangue non mi piaceva.
Quella mattina ero rimasta a lungo a cavalcioni sul bidè a osservare la
scia di sangue che cadeva macchiando la ceramica bianca. Avevo aperto
l'acqua. Ma il sangue continuava a colare. Il flusso era forte, quel
giorno.
Orribile.
E poi, poco prima, mentre lo guardavo, mentre lo succhiavo, avevo sentito
altre ondate. Dentro di me era sceso un piccolo fiume.
Avevo la camicia fuori dai pantaloni e un
maglioncino legato in vita. Ero sicura che avrei comunque fatto un
disastro, sicuramente avrei macchiato anche la sella.
"Fammi vedere."
Oh…Dio, no!
Per prudenza mi ero portata un cambio. Non sapendo dove metterlo lo avevo
sistemato di traverso sul ventre, incastrato tra la pelle e le mutandine.
Lo avrebbe visto, e sarebbe stata la fine.
Ma non volevo ribellarmi detestavo che capisse che ero in difficoltà.
Lui non lo era mai. Mai.
Mi spinse verso un grosso masso. Mi ci appoggiai e lasciai che facesse
quello che voleva fare.
Allargo' la cintura, aprì il bottone a gancio, fece scivolare giù la
cerniera.
Ecco. L'umiliazione era vicina.
Scostò la parte alta delle mutandine e sfilò l'assorbente.
"Che buona idea", disse. Sollevò il pannolino pulito con due
dita, poi mi abbassò i pantaloni. Li fece scendere giù, rovesciandoli
fino agli stivali.
Poi abbassò anche le mutandine. Spostai lo sguardo. Non osavo guardare.
I nostri due cavalli badavano ai fatti loro. Strappavano ciuffi d'erba,
sferzavano la coda nell'aria. Stavano meglio di me. Sicuramente.
"Sei una ragazza in ottima salute. Ti trovi proprio nel mezzo del
ciclo, vero?"
"Già."
Stacco' il pannolino sporco, lo appallottolò e lo poso' a terra.
Mi allargo' le ginocchia e mi pulì il sesso con un fazzoletto di carta.
Premeva leggermente tra le labbra e capii che quei tocchi potevano essere
pericolosi.
Infatti sentii il sangue fluire, macchio' il fazzoletto e anche le sue
dita.
"Scusami."
Non rispose. Tornò a pulirmi con un altro fazzoletto, e non sembrò
impressionato.
Poi, senza dire una parola mi girò. Posai le mani sul masso e avvertii
subito, sul solco delle natiche, il suo uccello. Lo sentii scorrere giù e
poi entrare, lentamente. Sentivo la cappella premere, aprirsi il varco, e
via via scivolare fino in fondo.
Ero incredibilmente sensibile e non
capivo se dipendesse dalle mestruazioni o dal fatto che lo avevo osservato
così da vicino, studiato in ogni più piccolo dettaglio.
Ascoltai le mie sensazioni e mi accorsi che niente era mai riuscito a
darmi quel senso di completamento, di totale appagamento.
Entrava, mi sentivo riempire, mi sentivo colare.
Tra le mani strinsi il frustino, piegai i gomiti, inarcai la schiena.
Entrava e usciva dal mio corpo. Era una delizia.
"Sergio…".
Il piacere arrivò quasi subito, abbracciai il masso, spinsi con forza una
guancia sulla superficie ruvida e tiepida. Ero felice.
Poi mi girò. Aveva il cazzo completamente ricoperto di sangue.
"Oh… scusami."
Non rispose. Mi strappò il frustino dalle mani e lo girò dalla parte
dell'impugnatura.
"Apri le ginocchia. Più che puoi."
Guardai il frustino giocare con i riccioli del mio sesso. Erano così radi
che me ne vergognai.
"Sei una bellissima bambina."
Il frustino scendeva. Lo sentivo sul clitoride. Scivolava da una parte
all'altra. A destra e a sinistra. Sentivo che si ingrossava. Il clitoride.
L'impugnatura era bombata. La punta arrotondata si fece strada tra le
labbra, le scostò, si fermo' sull'apertura, premendo leggermente.
Fissai la scena. E anche se il mio bel frustino si stava macchiando non
m'importava.
"Guardami negli occhi. Negli occhi."
Mi ci tuffai, nei suoi occhi.
"Che cosa senti quando faccio così?" Il frustino ruotava,
spingendo appena.
Scostai le ginocchia, tentai di allargarle ancora di più, ma non fu
davvero possibile.
"L'impugnatura è liscia, ma osserva quei piccoli rilievi in cuoio.
Non servono solo per permetterti una presa migliore, sai." Spinse il
viso vicino al mio. Mi baciò la bocca. Un bacio tenero, leggero come una
piuma.
"Vuoi sentire a che altro servono questi piccoli rilievi. Vuoi?"
"Sì." Portai indietro le mani
per sostenermi, offrii il bacino.
E il frustino entrò dentro di me. Scivolò su, durissimo.
Lo fece muovere, ondeggiare da una parte all'altra. I piccoli intarsi mi
stimolarono la vagina in punti sempre diversi.
Ondate di calore si abbatterono su di me all'improvviso. Sentii la loro
forza portarmi via. Emettevo gemiti che non conoscevo, e intanto ruotavo i
fianchi. Mi scoprii a volerlo di più. Ancora di più.
Gli dissi che stavo godendo. Il solo dirlo aumentò il mio piacere.
Mi lasciai andare ancora una volta.
Fui sul punto di aggiungere ti amo. Lottai ferocemente contro
quell'impulso. Vinsi io. La frase mi suonava nella testa come un disco
rotto. Un cliché. Un luogo comune. Una nenia spaventosa.
Ma allora che altro potevo dirgli…
Lo disse lui: "Ti amo" e a sentirle, quelle parole, mi
sembrarono le più dolci.
Poi mi guardò, e aggiunse in un sussurro continuo, appena percettibile:
"Mi stai facendo fare una follia. Potrei finire in galera per questo
e…e non avrei attenuanti."
Sorrisi e lo abbracciai.
Sergio era un brillante avvocato e, nell'eventualità, se la sarebbe
cavata.
Di questo non avevo dubbi.
Abbassai le mani, le feci scivolare sotto i pantaloni e strinsi tra le
dita i suoi glutei. Li spinsi e li attirai verso di me.
"Questa volta posso venirti dentro, bambina. Non corri
pericoli."
Mi stesi sulla schiena, ma non era facile. Non mi bastava quello che
sentivo. Gli chiesi di sfilarmi uno stivale. Almeno uno per liberare una
gamba.
Per piacere.
Fui felice di potermi avvinghiare a lui. Tenevo le ginocchia sollevate e
la sua testa tra le mani.
"A che punto sei…" mi chiese.
Gli risposi che stavo cercando di dominarmi. E che lo stavo aspettando.
"Sei un'incredibile bambina", disse. "Ma adesso lasciati
andare, vieni con me."
Posai un piede sul masso, afferrai la caviglia per tenerlo fermo. Non
volevo che i colpi mi spostassero. Volevo sentirli in tutta la loro forza.
"Dai…" mi sussurrò
"adesso."
Abbandonai gli ormeggi e spinsi il viso verso il suo. Sentii la sua pelle.
Il suo respiro su di me.
"Voglio sposarti", dissi.
Il momento dell'abbandono era trascorso nel silenzio e nessuna parola
avrebbe potuto esprimere il suo valore.
Stava staccando l'adesivo dell'assorbente, lo attaccava alle mutandine. Io
lo guardavo, gli accarezzavo i capelli. Era un gesto tenero, il suo. Un
gesto che solo un genitore poteva fare. E che solo una figlia poteva
accettare.
"Ci sposeremo tra quattordici anni, se non avrai cambiato idea."
Quattordici anni? Erano più della mia età!
No. Non volevo aspettare. Glielo dissi.
"Devi conoscere la vita, prima. La tua prima volta non può essere
l'unica, e neppure l'ultima. Dovrai conoscere altri ragazzi, altri uomini.
Ti innamorerai, resterei delusa…" Fece un vago gesto con le mani,
le spostò verso l'esterno, poi le lasciò cadere.
"E' perché ti amo", disse. "Se non ti lasciassi libera che
razza di amore sarebbe, il nostro…"
A quelle parole restai in silenzio. Okay, mi dissi. Okay.
Ma intanto, dentro di me, scoppiò una bomba. Schegge volarono dappertutto
e con così tanta forza che non riuscii a reagire. Il dolore mi passò
sopra, lo sentii in tutto il suo peso eppure, in quel momento non mi fece
male.
"Una sola domanda."
Ero già montata in sella, avevo infilato i piedi nelle staffe, raccolto
le redini. Sergio spinse Airone verso di me, mi fissò con quei suoi occhi
caldi e belli. Così non li avevo visti mai.
"Voglio sapere cosa ti è rimasto della nostra prima volta. Intendo,
qualcosa che magari, tra tanti anni, ti possa far ricordare di me."
Non ci pensai un attimo. Gli risposi subito: "La camicia da
notte."
" E allora la voglio."
No. Quella no.
" Ascolta: mai più, neppure tra quattordici anni, si potrà ripetere
quella prima volta."
Strinsi le labbra e forse anche gli
occhi. Quelle erano parole che non volevo sentire. Lo odiai.
"Fammela trovare in scuderia. Ripiegata in un sacchetto sotto la
sella di Airone. La aspetto." Detto questo sollevò le redini con un
movimento deciso. Spinse il suo cavallo al galoppo lungo il viottolo. Gli
zoccoli sollevarono un polverone ed io non mi scostai. Sentivo che lì
dovevo rimanere. Come un oggetto dimenticato da rispolverare molto tempo
dopo.
Dovette comunque aspettarla, la camicia
da notte.
La febbre mi costrinse a letto per una settimana.
Poi aprii il cassetto e la cercai, tra le altre. La sollevai stringendola
tra le dita. Il tessuto era così leggero che potevo sentire il calore dei
polpastrelli che si sfregavano uno sull'altro.
Guardai la camicia per l'ultima volta, la infilai in un sacchetto azzurro.
In auto mia madre chiese: " Che hai lì dentro?"
"Carrube", risposi. Guardai fuori dal finestrino.
Arrivata al maneggio andai subito in selleria, poi uscii fuori sotto il
portico. Restai in piedi per qualche minuto. Cercai di analizzare le mie
emozioni, di dare un ordine ai pensieri, ma non fu possibile. Una parte di
me dormiva.
Spostai lo sguardo e incontrai quello di un bambino, mi stava osservando:
aveva capelli neri e occhi obliqui da gatto selvatico.
"E' così, ti dico! Sergio ha lasciato sua moglie!"
La frase mi colpì con la stessa forza di uno schiaffo.
Vidi, vicina al bambino, una donna molto bionda e scollata. Parlava con
mia madre.
"Le ha detto che è si è innamorato di un'altra donna. Avrebbe pure
intenzione di sposarla, ma non subito…" la signora lanciò uno
sguardo veloce in giro e poi aggiunse, in un sussurro: "gira voce che
si tratti di una ragazzina."
Chiusi gli occhi. Non potevo crederci.
E non era finita.
"Comunque la moglie non si dispera. Tutt'altro. Continua a ripetere
che, grazie al divorzio, si porrà fine al suo periodo di castità
forzata. Sergio - par di capire - la trascurava abbastanza."
Seguirono risate, interrotte da una vocina: "Mamma, cos'è la
castità?"
La signora bionda abbassò lo sguardo,
accarezzò con tenerezza i capelli del suo bambino. Rispose: "E' come
quando una persona ha tanta fame ma non riesce ad aprire la dispensa,
Luca."
Così dovevo aspettare. Conoscere la
vita. Innamorarmi. Rimanere delusa. Sergio mi aveva lasciato quattordici
anni per fare tutto questo: non sapevo da quale parte iniziare.
I ragazzini continuavano a non piacermi. Avevano brufoli, mani umide e
poche idee. Non avevo voglia di frequentarli, di uscire con loro: dopo
cinque minuti già non sapevo più di cosa parlare.
Non riuscivo a provare un sentimento che fosse vicino al trasporto, o alla
tenerezza, o alla semplice curiosità.
E poi l'attrazione non c'era.
Pensare ai loro cazzi da ragazzini mi inorridiva. Non li volevo guardare.
Non li volevo toccare. A pensare di baciarli mi si rivoltava lo stomaco.
Mi ero cimentata in qualche storia, ma poi non ce la facevo, non riuscivo
proprio a portarla avanti.
Quando qualcuno di loro mi veniva a prendere a casa cambiavo idea, non
volevo più uscire. Mai più, mi dicevo, ogni volta.
L'adolescenza arrivò e si concluse nella quiete più assoluta.
I tormenti, le crisi tipiche di quell'età non mi sfiorarono neppure. Per
tutto il tempo restai ad osservare la vita in chi mi circondava: guardavo
e prendevo appunti, con distaccata curiosità.
I miei desideri erano diversi, non assomigliavano a quelli di nessuno.
Altre erano le mie aspirazioni, altri i pensieri segreti.
Fu allora che mi accorsi di quel filo invisibile che separava me dagli
altri.
A ripensarli, quegli anni, li vedo avvolti da un manto di ghiaccio.
Ero in uno stato di quiescenza, e aspettavo di sbocciare, a primavera.
E fu d'estate che i sogni - come i frutti - diventarono maturi, pronti per
essere colti.
Mi trovai con le spalle addosso ad una cabina di una spiaggia. Il ragazzo
era biondo, aveva un nome simile a quello di un profumo, ed occhi verdi.
E questo era tutto ciò che sapevo di lui.
Indossavo un abito verde chiuso da una cerniera, scorreva tra i seni e
scivolava giù. La aprì fino in fondo e
in un istante fui nuda.
Allungo' le braccia dietro e dentro il vestito, spalancandolo. Si abbasso'
a leccarmi i capezzoli. Erano duri e sensibili, mi scostai: l'eccesso di
piacere m'infastidiva. Mi girai, lo sentii piegarsi sulle ginocchia,
afferrarmi i fianchi, poi il sedere. Mentre mi apriva avvertii come un
formicolio profondo, dolcissimo. Girai lo sguardo. Ero terrorizzata dal
fatto che qualcuno potesse arrivare, sorprenderci in quel modo.
Lui sembrò capire questa mia paura, sollevo' il vestito, mi coprì la
testa e tirò, imprigionandomi. Ero incastrata con le braccia in una
posizione scomodissima, ma ribellarsi era inutile, lui tirava e tirava il
vestito.
" Zitta…", sussurrò all'orecchio, stava slacciandosi i jeans
ed io, al riparo dell'abito, sorrisi. Sentii il suo cazzo nello spazio,
nel triangolo, che ho tra il corpo e le cosce: era grande, più di quanto
avessi immaginato indovinandolo, di giorno, sotto il costume bagnato. Una
gradita sorpresa.
Sentivo, oltre al respiro, le onde che battevano lente sulla riva e,
ancora, la paura. Una paura che prendeva forma, si materializzava come
cento mani che mi afferravano le caviglie, si allungavano su per le
ginocchia, e ancora su, a superare i fianchi.
Non fiatavo, temendo che una mia parola potesse coprire un rumore
importante, un segnale.
Poi, nel mio cappuccio, chiusi gli occhi. Appoggiai un lato del viso alla
porta della cabina. Ero trafitta. Inarcando la schiena era meglio, mi
piegavo, sempre più forte.
" Così, brava…" mi sussurrava il biondo, affondando dentro di
me.
In un angolo della mia testa, l'ultimo rimasto lucido , osservai quanto
poco la sua voce rendesse onore al suo essere uomo. Ma era grande, lungo e
duro. Entrava lento, andava avanti in posti lontani. Lo sentivo nella
pancia, e forse ancora più in alto.
Poi mi lasciava, uscendo. Mi svuotavo e non avrei voluto.
E poi rientrava, si apriva il varco e andava avanti. Lo sentivo slittare ,
centimetro dopo centimetro lo sentivo tutto. Mi mordevo un labbro per non
urlare. Il suo cazzo mi lascio' proprio quando stavo per venire.
Non avessi avuto le braccia imprigionate, fossi stata libera lo avrei
picchiato,
"Bastardo…" riuscii solo a dire, pensandolo davvero.
Temevo di aver perso la mia onda di
piacere, quella che, se trascurata nell'istante in cui s'ingrossa e
lievita, poi mi abbandona, lasciandomi rotolare in spasmi di fastidio, e
di rabbia.
Mi girai tentando di liberarmi dal vestito, lui s'inginocchio'
trascinandomi con se'.
" Sei una brava amazzone, fammi vedere come sai cavalcare un
uomo".
E lo cavalcai, felice di aver ritrovato il mio piacere intatto, appena un
po' regredito. Mi liberai il viso e le braccia dal vestito che ricadde
leggero lungo la schiena. Con una mano gli afferrai il cazzo, me lo feci
scivolare dentro. Mi trafiggeva come e più di un fendente. Mi lasciai
dondolare, accarezzare il seno e il culo mentre il ventre si ingrossava,
via via che entrava, dentro di me.
" Sei calda, e stretta."
Allungai le braccia oltre le sue spalle , con una mano accompagnai il suo
viso al mio seno. " Leccami, leccami…".
Era generosa la sua lingua, forte e sicura. Ruotava attorno ai capezzoli,
girava attorno fino all'incavo delle ascelle e sopra, oltre le spalle.
Serravo le cosce sui suoi fianchi, la mia onda personale s'ingrossava e si
alimentava.
Spingevo e mi sollevavo, andavo avanti stringendo tra le mani la sabbia.
Serravo i pugni, i granelli scivolavano tra le dita con delicatezza
provocandomi un piacere inaspettato.
Alzai le spalle, inarcando la schiena gli presi le mani, le appoggiai ai
miei fianchi. Le sue dita ruotarono sulle ossa del bacino.
Non c'era più paura mentre la mia onda di piacere si alzava,
ingrossandosi, inondandomi tutta: non opposi resistenza, e mi lasciai
trascinare dalla mareggiata.
La mattina dopo restai a lungo distesa al
sole.
Ogni tanto mi giravo sulla pancia, guardavo quel tratto di spiaggia che,
per una notte, era servito da letto, per un amplesso da ricordare.
E così ricordavo. Qualche ombrellone più in là c'era chi mi osservava
con più attenzione del solito e, ricambiando lo sguardo, capivo il
motivo.
Il pensiero che qualcuno - e sicuramente era così - avesse visto come
avevo trascorso la notte, non mi preoccupava. Anzi. L'idea che qualcuno
non si fosse perso un particolare mi stimolava, mi eccitava.
E a quel punto non mi restava che fare i
conti con ciò che ero diventata, per la prima volta avevo l'occasione di
farlo anche se la consapevolezza dei
miei desideri non si era fatta largo dentro di me un po' alla volta: c'era
sempre stata. Occorreva soltanto che mi decidessi a prenderla in
considerazione e fino a quel momento avevo preferito ignorarla.
E' che mi stupiva che tutto fosse così facile. Che gli uomini fossero
così facili. Mi bastava desiderarli. Mi bastava un pensiero e già li
avevo. Tutti.
Il problema, poi, era liberarsene.
Mi faceva ridere la loro aria sicura, all'inizio.
Bene, pensavo, ogni volta: il gentile signore ha capito. E invece…
Credevo che, come me, volessero solo scopare. Gli uomini. Macché.
Volevano succhiarmi, fagocitarmi, chiudermi in prigione. La loro prigione.
Già mi sentivo addosso le umiliazioni, le punizioni inevitabili per la
mia inadeguatezza. Per la cena che non sapevo preparare, la spesa
incompleta, le visite ai parenti, la scopata del sabato sera.
E i figli, magari. E magari anche le corna.
Fuggivo, fuggivo. Qualche volta piangevo.
Parlavo con mio padre ma non serviva. Sapeva leggermi dentro fin troppo
bene. Era un guaio.
"Hai bisogno di un uomo", diceva, " che sappia capirti e
proteggerti senza soffocarti. Un uomo che ti sappia guidare senza
arroganza. Che riesca a farti piegare senza che tu non te ne
accorga."
Sì, pensavo. Di questo avevo bisogno, ma era presto.
Mancava ancora troppo alla scadenza del quattordicesimo anno.
Ingannavo il tempo con uomini più grandi di me. Li preferivo ai giovani:
mi piacevano le loro contraddizioni, e i loro ricordi.
E poi mi illudevo sempre di trovare una guida. Non la trovavo mai o,
forse, non era quella giusta.
Così iniziai a frequentare un attore. Mi augurai che riuscisse a
regalarmi un'illusione. Lo avevo conosciuto per caso e da quel momento non
aveva smesso di telefonarmi, di inondarmi di fiori. E poi i viaggi, i
suoi. Ogni volta che poteva mi raggiungeva. Ad ogni stagione percorreva
chilometri e chilometri al volante della sua potente auto tedesca, bassa e
nera.
Ma che cosa lo portasse da me, oltre a quell'auto, questo non l'ho mai
capito.
Aveva un'aria grave e preoccupata quando
mi incontrava, e conoscevo la ragione di quell'aria. Ancora non sapeva,
ne' poteva prevedere quanto tempo gli avrei dedicato: un giorno o una
sera, oppure un'ora, o meno ancora.
Non volevo scopare con lui, ma per gentilezza non formulavo in parole
questo proposito. Aveva trent'anni più di me, ma non era quello il
problema.
Spesso mi chiedeva di guardarmi cavalcare. Mi accompagnava al maneggio,
si sedeva in tribuna, i gomiti sulle ginocchia, le mani una nell'altra.
Gli piaceva vedermi in sella e il trotto era l'andatura che preferiva.
Il mio cavallo inglese aveva una falcata lunga, questo mi consentiva
movimenti morbidi ed elastici.
Se saltavo, cercavo di farlo girandogli le spalle: le gambe spalancate, le
ginocchia premute, ferme sui quartieri della sella, il sedere che si
solleva nel momento in cui il cavallo si alza per superare la barriera.
La sera lo accompagnavo a quell'albergo che, alla lunga, era diventato
familiare. La stanza era la stessa di sempre, la più bella, affacciata su
un giardino arredato con grazia, con infinita pazienza.
A volte lo lasciavo alla porta, altre entravo, mi spogliavo e mi stendevo
sul letto a guardare il soffitto. Lui mi raggiungeva, si sedeva vicino per
accarezzarmi, leccarmi, se volevo.
Leccava bene, ma questa non era una ragione valida per farmi poi scopare,
anzi.
Aspettava, con quell'aria grave e preoccupata mi diceva che ero una
ragazza eccezionale, intelligente, la migliore che avesse mai conosciuto.
Ripeteva queste parole mentre con le dita si faceva strada tra le mie
gambe, giocava tra i riccioli e scendeva, scivolando, entrando.
"Bella fica…" concludeva.
Ecco il motivo per cui non l'ho mai scopato, credo.
Le pagine precedenti sono le prime pagine
del libro in successione, ora vi
Invitiamo alla lettura di alcune frase del primo capitolo.
E lo baciavo, continuamente, sempre più a fondo.
Mai più sono stata baciata così. Mai più ho provato quell'incanto,
quella passione in un bacio.
L'ho spogliato: indossava boxer in tinta con le scarpe da basket che
macchio' subito di sperma. Era venuto tra le mie dita che non lo avevano
neppure sfiorato.
Io ridevo e tremavo. Quel coinvolgimento così forte mi entrava dritto nel
cuore, nell'anima.
Lo baciavo, lo ascoltavo, ci guardavamo negli occhi, era come se bevessi
qualcosa dal suo sguardo, e lui dal mio.
Tra i denti facevo scorrere ciocche dei suoi capelli: sapevano di Tenax,
ed io mi leccavo le labbra come se avessi appena succhiato una caramella
al limone.
Io e lui, davvero come in un'isola. Due naufraghi che solo il caso aveva
fatto incontrare, così felici da non credere, da non riuscire a smettere
di parlare, di raccontare.
Siamo riusciti a fare l'amore due giorni dopo. Ero affacciata alla vetrata
del della mia mansarda. Lui dietro, una mano sulla mia schiena piegata.
Ogni colpo una montagna. Fissavo le pale di San Martino, senza riuscire a
vederle.
Avevo gli occhi pieni di lacrime, non riuscivo a godere. Non sentivo
niente.
Troppo Amore e Passione e Desiderio.
Non era stato facile abituarsi a tutto
questo.
Una sua mano mi toccava la spalla e iniziavo a tremare. A letto lo
guardavo sopra di me e il fiato si accorciava, il cuore prendeva a battere
forte, lo si poteva sentire. Nascondevo gli occhi, mi irrigidivo:
diventavo inospitale e piccola per quel cazzo pieno di voglia.
Mi spalmava di crema e di marmellata per poi leccarmela via.
"Apriti…apriti…" diceva, " e non nascondere gli
occhi."
Allora io lo guardavo: era ormai diventato un esercizio fissarlo
intensamente, e poi baciarlo. Lunghi, lunghi baci liquidi, avrei voluto
non finissero mai.
Quando udii bussare alla porta non avevo
ancora infilato nulla addosso. Inaugurai una vestaglia blu, leggera e
impalpabile che mi scivolava dappertutto, la chiusi distrattamente con la
cintura.
Dissi di entrare e mi sedetti sulla sponda del letto per osservarlo
muoversi. Aveva capelli nerissimi pettinati all'indietro, lunghi oltre il
collo. Mi fece un cenno di saluto: il volto era segnato da tratti decisi,
estremamente virili. Chiuse la porta e poso' il vassoio sullo scrittoio.
Con un paio di pinze prese una meringa e poi un'altra, sollevò un piatto
e mi servì.
Allungai due dita e feci cadere una meringa, si aprì come una mela troppo
matura sul tappeto, sporcandolo di panna.
Una bambina dispettosa e cattiva non sarebbe riuscita a far di meglio.
Impassibile, si chinò a raccoglierla. Andò nel bagno e torno' con una
salvietta umida. Si piego' su un ginocchio, davanti a me, ed inizio' a
pulire.
Puntai le mani sul bordo del letto, strinsi con le dita la coperta e
allargai le ginocchia, la vestaglia si aprì, scivolo' giù.
Lui non alzo' lo sguardo dal tappeto, continuò imperterrito nel suo
lavoro
di pulizia. Allungai allora una mano
verso il piatto che avevo posato sul letto, affondai due dita nella panna
soffice e spumosa, le portai al mio sesso.
Lui restò chino e silenzioso, si sarebbe detto impassibile, ma le sue
orecchie rosse lo tradirono.
Posai un piede nudo sulla sua coscia piegata. All'improvviso, proprio come
un predatore, mi afferrò le caviglie con così forza da bloccarmi il
respiro, da farmi credere che le volesse spezzare.
Sollevo' lo sguardo, uno sguardo fondo che riuscì a spogliarmi di quel
poco che avevo.
Lascio' le caviglie e fece scorrere i pollici lungo l'interno delle cosce,
premeva con forza lasciando una scia scarlatta, che salì fino in alto.
Lecco' via la panna, lentamente, la sua testa si muoveva avanti e
indietro.
Poi sentii le sue dita afferrare le labbra esterne del mio sesso: le
teneva aperte , dividendole, premendo. Era una scena indecente, ma non
protestai. Allora riprese a leccarmi. Leccava il clitoride e scendeva,
entrando, succhiando. Ogni tanto mi dava dei colpi ed io trasalivo perché
ogni tocco più violento aumentava il piacere.
E, mentre leccava, lo sentivo slacciare la cintura dei pantaloni, aprirli.
Pensai di aiutarlo, ma poi lasciai stare.
Mi sollevai sui gomiti per guardarlo e mi spinsi indietro, tra i cuscini.
Pensai che uno dei miei sogni prediletti si stava realizzando. E, come
sempre, non mi stupii: era bastato solo che lo desiderassi.
Il ragazzo aveva un corpo muscoloso, pelle compatta e dorata.
Si buttò sul letto e ricomincio' a leccarmi, poi spinse dentro un dito,
giù giù, fino al punto più dolce e sensibile, sulla parete anteriore.
Sfregandolo con mosse esperte, mentre la sua lingua si muoveva rapida e
morbida e l'altra mano premeva sulla pancia, arrivai ad un orgasmo
palpitante e inatteso.
Cercai di richiudere le gambe per prendere fiato ma lui mi costrinse a
riaprirle, si fece avanti, sopra di me, e mi infilò dentro il cazzo.
Si muoveva da destra a sinistra toccando parti che - pensai con indulgenza
- mai nessuno aveva toccato prima.
Si sollevo' sulle braccia, e comincio' a menare colpi feroci con quel suo
cazzo durissimo.
Vibrava stoccate così potenti che mi lasciavano senza fiato, stavo per
venire, ma proprio in quel momento lui si ritrasse, disse: " Aspetta,
non ancora…".
Poi mi girò con forza, mi diede un gran colpo sul culo, me lo infilo'
dentro da dietro. Mi scopava ed io perdevo la testa. Con le dita mi
strofinava il clitoride ed io venivo, urlando, stringendomi.
Ruotai il busto perché volevo succhiarlo, ma lui mi respinse. Con una
spinta
mi sbatte' giù sul letto, poi mi afferrò le gambe, le poso' su una
spalla e ricomincio' a scoparmi con decisione.
Che fortuna averlo incontrato…
Non avevo mai conosciuto nessuno capace di darsi così completamente.
E lui non sembrava avere remore o incertezze: era chiaro che il sesso era
quello che voleva. La sua faccia aveva un'espressione decisissima, come se
scopare fosse una questione di vita o di morte. Teneva le mie gambe
sollevate, le caviglie bloccate e mi scopava . Non potevo scegliere la
posizione o controllarla. Non ero io a condurre, e incredibilmente questo
mi piaceva. Venivo, in orgasmi lunghi e profondi in posizioni che fino a
quel momento avevo sempre giudicato scomodissime.
Tutte le volte che venivo lui rideva. Gli orgasmi gli stringevano il cazzo,
glielo spremevano.
Si inginocchio' sopra di me, brandendo l'uccello come un'arma letale. Era
scuro con una curva che lo portava a piegarsi a metà, quasi.
" Voglio scoparti fino a farti sballare", disse con quegli occhi
neri e
scintillanti. " Era questo che volevi da me…no?"
Restai senza fiato per il piacere e la sorpresa. Aveva uno sguardo da
folle, forse lo era davvero.
"Adesso cominciamo a fare le cose sul serio" disse girandomi.
Afferrò i miei glutei, " Che culetto meraviglioso", disse
" ma lo voglio di colore vivace."
Comincio' a sculacciarmi fino a far risuonare la stanza di colpi, fino a
farmi bruciare e pizzicare il sedere. La sensazione di bruciore infuocato
arrivo' fino alla fica. Mi girai supplicandolo di riempirmi.
Allora si spinse in avanti. Le mie ginocchia presero a tremare. Inarcai la
schiena, volevo sentire il suo cazzo slittare sul clitoride con più
forza.
" No, non ancora." Si chino' tra le mie gambe e ricomincio' a
leccarmi, riempendomi la vagina e il culo con le dita.
" Voglio infilarti un dito dentro e sentire il buio, lì in
fondo" disse, e riprese a leccarmi.
Ero pazza di desiderio. Volevo resistere, non volevo gratificarlo con un
altro orgasmo. Qualcosa mi diceva che se avessi ceduto sarebbe stata la
fine. Sarei sprofondata in volontà cupe e sordide, non sarei più
riuscita ad ignorarle…
Cominciai a fremere, tremavo sull'orlo di un altro orgasmo. Strinsi, tirai
con forza i suoi capelli sulla nuca fino a farlo urlare di dolore. Mi
montò di nuovo e inizio' a scoparmi con un'intensità ancora maggiore.
Sollevo' la testa, rimase sospeso sopra di me, il suo viso esprimeva
sofferenza, teneva gli occhi socchiusi. Si alzo' sulle braccia e prese a
scivolare dentro e fuori dal mio corpo: spingeva fissandomi negli occhi.
Sollevai le ginocchia fino alle sue spalle. Allora lui uscì, venne su di
me. Mi schizzo' sui seni, sul ventre: gocce di sperma, come una pioggia
pesante e breve.
Chiusi gli occhi e allungai una mano su di lui, affondai le dita tra i
riccioli neri e duri del suo pube, mi concentrai su quel triangolo, ne
seguii i contorni con un polpastrello.
….Girai su me stessa per liberarmi, ma
lui mi trattenne bloccandomi le spalle. Si abbassò per baciarmi il viso,
era la prima volta che lo faceva e intanto inizio' a massaggiarmi e a
spalmarmi il seno e il ventre di sperma.
Pensai, e forse lo dissi che era un vero animale.
Gli accarezzai le spalle, scesi all'infossatura dei pettorali, poi ancora
più giù. I testicoli erano morbidi e freddi, mi piaceva seguire la loro
linea naturale che li legava all'inguine.
Nessuna donna poteva dire di aver conosciuto davvero il proprio uomo se
non aveva mai affondato il naso in quel punto.
Comunque non mi mossi, non avevo nessuna intenzione di conoscerlo.
Mi girai, questa volta più decisa, mi liberai dalle sue gambe e m'infilai
sotto le coperte. A pancia in giù volsi la testa dalla parte opposta,
chiusi gli occhi.
Sparì come avrei voluto sparisse.
Senza alcun rumore, senza lasciare nessuna traccia.
Massaggiargli il dorso era un modo per
sentirlo più mio. Puntavo le mani di piatto, le facevo ruotare spingendo
perché mi sentisse, per non correre il rischio che - anche per un solo
istante - potesse dimenticarsi della mia
presenza, che mi stavo occupando di lui.
Ogni tanto girava la testa per guardarmi,
poi tornava alla posizione di prima, ed io lo vedevo chiudere gli occhi
per la stanchezza, e il piacere.
Allargavo le braccia e le mani scivolavano sui suoi fianchi, salivano alla
pancia. Sotto le dita lo sentivo fremere: con i polpastrelli andavo in
cerca di quelle corde sensibili - le terminazioni nervose - che saltavano
ogni volta che le stuzzicavo.
Avvicinai il viso alla sua spalla, posai una guancia, mi piaceva il suo
odore dolce, mi piaceva che restasse nei miei vestiti che poi, a casa,
avrei annusato, pensando a lui.
Era sudato e dovevo asciugarlo. Presi la lama d'acciaio e la piegai ad
arco, la feci scorrere, piano, sul dorso. Sotto la pressione che
esercitavo il sudore
diventò schiuma bianca, la sollevai e ricominciai dalla spalla, scendendo
lentamente.
Ogni tanto scuoteva la testa, sicuramente aveva fame, ma sapeva che doveva
aspettare che io avessi finito.
Tre ore di passeggiata erano state divertenti : Nando aveva una gran
voglia di correre e, lungo i campi, lo avevo spinto ad andare.
Avevo sentito i suoi anteriori buttarsi in avanti e i posteriori potenti
spingere con forza. Sollevava zolle di fango e, sotto i suoi zoccoli, la
terra correva, forse era lui a farla ruotare attorno al sole.
Il mantello tinta mogano era lucido come seta, caldo e profumato.
Eliminato il sudore lo asciugai con un panno pulito, lo frizionai con cura
dal collo all'attaccatura della coda ed infine lo coprii con il suo
mantello verde, glielo assicurai con i cinturini.
Lo accompagnai al suo box, legato alla lunghina mi camminava dietro. Nella
scuderia risuonavano i clop clop dei suoi zoccoli. Ogni tanto lo sentivo
allungare le labbra ai miei capelli e tirare piano qualche ciocca.
Io lo lasciavo fare, era un vecchio scherzo tra noi.
Entrai nel box per l'ultimo saluto della giornata: posai le mani sulle sue
mascelle rotonde e lo baciai in quella zona tenera e delicata che sta in
mezzo alle narici. Nando abbassò la testa, posò il muso di piatto sul
mio petto, spingendo, fino a che fui bloccata con le spalle al muro.
Trattenni il respiro perché quel momento lo stavo aspettando. Avevo fatto
di tutto perché accadesse. Lo avevo cercato, desiderato.
Nando rimase immobile, come me: solo la sua mantellina verde si muoveva,
si allargava e si abbassava con movimenti lunghi e fondi.
Avrei voluto accarezzarlo.
"A che cosa stai pensando…" sussurrai.
Le sue orecchie catturarono il suono delle parole, registrarono le
differenti tonalità attraverso impercettibili contrazioni. Sollevò lo
sguardo fino ad incontrare i miei occhi.
Mi piacevano le sue ciglia scure. Erano lunghe e vezzose: lo ricordai
bambino. Con la mente tornai alla prima notte trascorsa con lui, dentro
quel box. E a qualche altra: quando era stato ammalato o quando, dopo
interminabili carezze, ero caduta addormentata. Allora mi lasciavo
scivolare a terra, sulla paglia: appoggiavo la schiena al muro,
accarezzavo il suo lungo collo steso sopra le mie gambe, chiudevo gli
occhi.
"Mai nessuno ti amerà come quel cavallo" mi ripetevano tutti, e
avevano ragione. A quelle parole non potevo replicare. Non c'erano
precedenti sufficientemente illustri ai quali potessi rifarmi per tentare
di esprimere, e di spiegare, la nostra forte intesa. La nostra affinità
spirituale.
Nando tornò ad abbassare la testa, le sue orecchie dritte mi
solleticarono il viso e, con un movimento dolce, mi scostò la giacca.
Avvertii il fremito delle sue narici all'altezza dello sterno: annusava,
inspirava, tratteneva il mio odore, dentro di sé.
Sollevò le labbra, le posò su un bottone, lo tirò piano: era un invito.
Slacciai la camicia, lasciai che la sua bocca si spingesse sulla mia
pelle.
Era un altro gioco tra noi.
Mosse lentamente la testa da una parte all'altra, fino a che la camicia fu
completamente spalancata.
Trasalii quando avvertii il suo tocco: adesso spingeva la bocca su un
seno, lo premeva con il naso. Abbassai lo sguardo. Mi piaceva vedere il
momento in cui avveniva quel contatto. La mia carne si schiacciava per
effetto della pressione, il capezzolo si induriva improvvisamente.
Feci scorrere una mano lungo il ventre, fino in basso. Fino a slacciare la
cintura, il bottone, le mie dita scivolarono giù, nel
punto più caldo e tenero di tutto il corpo.
Ero bagnata. Sprofondai tra le labbra,
risalii appena la vagina e poi tornai fuori. Stuzzicai il clitoride fino a
che diventò gonfio e rigido. Inarcai la schiena offrendo a Nando il seno,
il ventre, e la mia mano da odorare.
La sua testa era premuta di piatto: scendeva e risaliva come una dolce
carezza.
Sussurravo parole che solo lui poteva capire. Parole per lui. Per il mio
amore. Per la creatura che più di ogni altra sentivo vicina.
Era riuscito ad entrare nel mio cuore, a guadagnarsi uno spazio sicuro che
mai nessuno era riuscito a conquistare.
Le paure, le delusioni, le amarezze erano sensazioni lontane. Con lui
potevo stare tranquilla. Ero al sicuro.
Di amici non ne avevo. Le mie giornate si dividevano tra il lavoro, gli
amanti e l'attesa che mio marito tornasse.
Che ne sarebbe stata della mia vita senza Nando?…era l'unico punto
fermo, l'unica ragione che riuscisse a dare un senso alle mie giornate.
Ero cresciuta senza un pensiero, senza problemi. Obblighi particolari
continuavo a non averne: nessuno si aspettava niente da me, e
quest'assenza di responsabilità, di senso del dovere, cominciava a
tormentarmi. Ero sempre più inquieta e depressa: in certi giorni mi
sentivo veramente male. L'unico rimedio era quello di salire in auto e
guidare: con le mani strette al volante e lo sguardo fisso alla strada
andavo a caccia. Cercavo emozioni forti e brevi, sensazioni che potessero
colmare il mio vuoto interiore, anche solo per un minuto.
Cercavo l'appagamento in luoghi e persone che - sapevo - non potevano
darmi altro che miseria. Giorno dopo giorno, scalino dopo scalino, sentivo
di scendere una scala ripidissima. Non capivo a che punto mi trovavo, e
quanto in basso fosse il fondo. E se mai lo avrei visto.
Cercai di scuotermi. Mi obbligai a pensare alla cena a cui dovevo
partecipare con mio marito.
Accarezzai Nando, l'ultimo saluto della giornata, ma non mi lasciò
andare. Girò la testa attorno alla mia, facendomi avanzare di un paio di
passi: allungò il collo oltre la mia spalla circondandomi, come in un
abbraccio. Rimasi ferma con una guancia posata sulla sua criniera nera,
cominciai a piangere.
Più singhiozzavo più lui spingeva la testa verso la sua spalla,
stringendo
piano. Se avessi avuto un dubbio quella era la conferma della nostra
intesa: aveva compreso la mia tristezza e mi abbracciava nell'unico modo
possibile, per un cavallo.
…Abbassai una mano per accarezzare i
riccioli setosi e radi che coprivano il mio sesso. Spinsi, dentro di me,
due dita, poi tre. Entravano e uscivano mentre l'odore del sesso mi
arrivava alle narici, aumentando il piacere. Curvai in avanti il bacino
fissandomi nello specchio e lo sguardo che vidi non lo riconobbi.
Buttai indietro la testa, i capelli scivolarono lungo lo schienale.
Sentii un'ondata lunga arrivare, ero pronta e chiusi gli occhi.
Immaginai quel profilo, le labbra morbide, i capelli mossi.
.. fece scorrere tra le dita i capezzoli,
proprio come avrei fatto io. Poi si sposto' indietro per guardarmi.
Mi fissava, incantato, il seno: lo vidi schiudere lentamente le labbra,
allargare le narici come un bambino davanti ad un giocattolo meraviglioso.
Ero incantata da quel suo incanto.
Attraverso i pantaloni - i miei e i suoi - sentivo l'erezione. Posai le
mani sulle sue spalle e ruotai lentamente il bacino .
Mi slacciò la cintura, mi aprì il bottone, fece scorrere la cerniera,
disse:
" Ti prego, spogliati. Spogliati subito."
Lo accontentai lasciando che mi guardasse.
Fissandomi si libero' delle scarpe, dei jeans e della T-shirt. Sfilò i
boxer
bianchi tenendo sempre gli occhi su di
me.
Tornai di fronte a lui.
Disse: "Scusami se non ti guardo in faccia, e' che sei così bella…",
allargo' le mani come se non potesse farci niente, poi le posò sui miei
fianchi, li attiro' a sé . Mormorando lecco' l'interno dell'ombelico, la
sua lingua roteava compiendo giri sempre più ampi. Inarcai la schiena,
porgendogli il ventre. Piegai le ginocchia, mi sedetti sui talloni, gli
allargai le gambe e il suo cazzo si spinse ancora più in fuori: con le
dita sfiorai i peli del pube, toccai i testicoli contratti mentre con
l'altra mano cominciai a solleticare e a stringere l'uccello fino a che,
sulla punta, apparve una goccia trasparente. Iniziai a leccarlo da lì,
poi presi a succhiare. Facevo scivolare il cazzo dentro e fuori dalla
bocca, bagnandolo di saliva: ogni tanto lo sbattevo dolcemente sul palato.
Lo sentivo gemere ed io sorrisi: mi trattenevo dal prenderlo tutto.
Leccavo il contorno e facevo premere la parte alta della lingua sotto la
punta.
Mi sollevo' per farmi stendere sul letto. Comincio' a baciarmi il collo e
i seni: succhiava i capezzoli come un cucciolo, le sue labbra erano aperte
e
premute, le guance rientravano. Ogni volta che succhiava sentivo l'utero
contrarsi e non capivo se fosse una sensazione piacevole …
"Dimmi se faccio qualcosa che non va bene ", disse sollevandomi
sopra di sé. Mi abbassò improvvisamente con forza, spingendomi per le
spalle ed io trasalii per il doloroso piacere.
" Ti ho fatto male…?", ma ormai era tardi per rispondergli.
Stringevo i muscoli e spingevo, per sentirlo tutto. Ruotavo il bacino,
soprattutto indietro. Mi spinse da un lato e, lentamente, uscì da me.
Scese tra le mie gambe, posò le mani all'attaccatura delle cosce, le
aprì. Fissava la fica: allungo' una mano per toccarla, ci fece scorrere
un dito sopra, lo fece affondare prima tra le labbra, poi nella vagina. Il
dito entrava e usciva ed io mi bagnai: sentii il liquido caldo e denso
scendere sulla sua mano.
Mi montò sopra e comincio' a scoparmi: con le mani afferrò le ginocchia,
le raccolse in avanti. Lo sentivo slittare e salire, mentre l'utero si
contraeva dal piacere. Gemendo uscì da me. Mi girai sulla pancia e mi
sollevai sulle ginocchia. Mi accarezzo' le natiche, le bacio' poi spinse
le mani lungo la schiena facendole scorrere su ogni curva, ogni avvallo.
Mi scopò da dietro con forza, il letto
batteva sul muro ed io strinsi tra le mani la testiera, urlando di
piacere. Inarcai il busto per sentire l'uccello slittare sul clitoride.
Gli spasmi dell'orgasmo mi spinsero in avanti, distesi le gambe ma lui non
mi lasciò, continuò a scoparmi con forza stando steso sopra di me. Nella
stanza rimbombavano i colpi del suo corpo contro il mio, sempre più
forti, sempre più frequenti, quasi fossero schiaffi.
Poi mi girò, aveva l'espressione del viso sfigurata: i morbidi riccioli
scendevano sulla fronte e sulle guance, sembrava un selvaggio. Eppure era
attento e delicato perché i suoi gesti rivelavano timore di sbagliare.
Mi chiese se fossi venuta, mi disse di avvertirlo, ogni volta che
accadeva, voleva saperlo.
Si sedette sui talloni, mi afferro' per le gambe tirandomi per il dietro
delle ginocchia. Mi guardò la fica, ci fece ancora scorrere sopra due
dita, che si porto' alle labbra, leccandole. Con i pollici, solletico'
l'apertura della vagina, la aprì. Sentii di bagnarmi ancora: il liquido
usciva dal mio corpo e scendeva, davanti ai suoi occhi.
Guardavo Luca e mi sembrava impossibile che fosse davvero lì. Il suo
sguardo scorreva così pesante sul mio corpo che potevo sentirlo sulla
pelle. Gli chiesi di penetrarmi, gli dissi che lo volevo, che lo
desideravo, che mi piaceva da impazzire. Mi sollevai sulle spalle, mi
spinsi in avanti e lo vidi entrare.
Fissai ipnotizzata quell'immagine che da sempre è presente nei miei
sogni: il cazzo che entra, la fica che si apre.
…
Abbassò la testa, chiuse gli occhi mentre la sua bocca inizio' a darmi
piacere. Allungo' le braccia dietro di me, tra le mani strinse i glutei, e
quando sentii le dita affondare nella carne sospirai. La lingua
solleticava il clitoride, lo leccava da una parte all'altra, quindi scese
per farsi strada tra le labbra. Godevo, e stringevo i muscoli. Le ondate
calde di piacere diventarono liquide, entrarono nella sua bocca, mentre la
lingua batteva, saliva, saettava veloce. Stavo per venire ma mi trattenni
perché lo volevo dentro di me. Luca capì il mio desiderio, tese le mani
e mi portò verso il letto. In piedi mi abbraccio'. Sentii il suo cazzo
duro contro il ventre, e mi strinsi ancora di più per premerlo e farlo
affondare sulla pelle.
Con le mani mi prese il viso, bacio' la bocca ed io sentii l'odore acido e
un po' spezziato del mio sesso. Gli leccai le labbra, passai la lingua sul
loro contorno, mi soffermai sugli angoli, insistendo.
Non resistevo più. Adesso che lo toccavo e lo annusavo, mi rendevo conto
che tutto questo non mi bastava. La sensazione era quella di essere appena
entrata in un mare di emozioni, di aver compiuto appena qualche passo
oltre la riva, quando invece avrei dovuto spingermi avanti per
avvicinarmi, almeno un po' di più, a quell'orizzonte.
Luca si allontanò dal letto. Le sue braccia incrociate sulla mia schiena
m'impedirono qualsiasi movimento, così fui costretta a
seguirlo, legata come una prigioniera. Mi spinse contro una parete, sentii
la superficie perfettamente levigata e gelida del marmorino, mentre le sue
mani mi aprirono le gambe. Le sue dita scesero lungo il solco tra le
natiche, si nascosero in basso.
" Stringiti al collo" disse, e mi sollevo' una gamba, la spinse
oltre un fianco mentre le mani premevano i glutei.
Sentii la punta del suo cazzo contro la mia apertura, istintivamente
portai avanti il bacino, avevo davvero bisogno di sentirlo dentro di me.
Entro' lentamente, questa volta, senza farmi male: mi aprii, mano a mano
che saliva.
Tutto ciò che avevo pensato e
rielaborato in quei due mesi di assenza era
poco.
Di solito la fantasia abbellisce i ricordi ma, ancora una volta, non era
quello il caso. Come nelle storie di cronaca la realtà superava di gran
lunga l'immaginazione, ed anzi, diveniva difficile riepilogarla, ridurla
nel così stretto confine dei gesti, delle parole.
" Ti piace? Sì? " mi chiese in un orecchio. Girai la testa da
una parte all'altra e, quando venni la prima volta mi resi conto di essere
completamente avvinghiata a lui, le gambe strette ai suoi fianchi
tremavano, la schiena puntata contro la parete mi sosteneva.
In quella posizione mi portò a letto, chiesi di abbassare le luci ma lui
non rispose. Aveva ripreso a baciarmi: le sue labbra scorrevano veloci
quanto le sue mani, che mi accarezzavano ovunque. Non ebbi il tempo per
riprendermi che sentivo di godere ancora. Mi girò, sollevo' i fianchi e
fece passare le sue braccia tra le gambe. Torno' a baciarmi a succhiarmi
mentre le sue mani stringevano i glutei, li aprivano completamente.
Ed io venivo, il mio corpo era scosso dai fremiti e continuavo a ripetere
il suo nome, senza soluzione di continuità.
Ero diventata cieca, sorda, avevo ormai perso ogni senso
dell'orientamento. Abbassai la schiena per farlo entrare fino in fondo.
Stesi le braccia in avanti, sollevando i fianchi più che potevo. Ero
così bagnata del mio liquido e della sua saliva, che sentivo le gocce
scorrere lungo le cosce.
Lui usci' e mi girò sulla schiena. Era inginocchiato e mi guardava con
quei suoi occhi obliqui da gatto selvatico.
Aprii le gambe perché potesse vedere meglio.
Passo' una mano sul mio sesso.
"Voglio che non rimanga traccia dei tuoi uomini…", disse, e
raccolse con le dita quel liquido che poi si portò sulla punta del cazzo.
Lo vidi leccarsi le mani con gusto, quasi fossero sporche di marmellata.
" Dio che buon sapore hai…", sorrise. Si stese sopra di me
baciandomi il collo. Sollevai le ginocchia, con le mani lo attirai, sempre
di più, quasi avessi voluto tutto il suo corpo, dentro di me.
"Questo è per tuo marito…" ringhiò colpendomi con quel cazzo
durissimo. "E questo per l'amante precedente. Per gli uomini che hai
avuto. Per tutti gli
altri…"
All'improvviso mi strinse, allungo' le braccia sotto le mie ascelle.
Sentii nell'orecchio il suo respiro farsi sempre più breve e profondo, e
poi venne, in sussulti violenti.
Avrei voluto dirgli che lo amavo, che lui era davvero tutto ciò che
desideravo, ma mi morsi un labbro per trattenere un impulso che mi apparve
sciocco, ormai del tutto inutile.
Tempo dopo un'amica mi regalo' un libro,
già ne possedevo una copia
- peraltro mai letta - e giaceva, quasi dimenticata, sullo scaffale di un
mobile.
" Storia inutile ", si chiamava il successo editoriale del
momento. Duecentosessantatrè pagine di passione e di tormento, di
pensieri vaganti e sensazioni forti.
La bravura dell'autore - scrivevano i critici - stava nel raccontare una
storia di sesso senza parlare di sesso, ma solo di emozioni pure e
raffinate, e ciò dimostrava -concludevano - un lavoro interiore profondo,
una maturità sorprendente per uno scrittore così giovane.
Quel regalo mi costrinse a prendere in mano quel libro. Aprii la copertina
rigida nera e sfogliai le prime due pagine quasi del tutto bianche, mi
fermai solo un istante su quella in cui era impresso, in alto a destra :
"dedicato a chi, forse, già più non ricorda…", ma andai
avanti.
Mi sedetti su una poltrona e iniziai a leggere:
"Questa è una storia dedicata a chi non può, per sua stessa natura,
essere invadente. A chi sa tenere a freno la curiosità e l'egoismo.
A chi riesce a stare giornate intere, settimane, e forse anche mesi ad
aspettare, senza sapere esattamente cosa.
E' una storia normale e ordinaria capitata chissà quante volte a chi si
vergogna di chiedere.
A chi si accontenta di poco e che, in quel poco, ci trova il tutto..
Di lei non riesco ancora a pronunciare il nome.
Ricordo pero' il suo numero di telefono: lo componevo sempre con una certa
paura e il cuore batteva all'impazzata. Rispondeva ridendo ed io restavo
in ascolto per indovinare se fosse felice, oppure no, di sentirmi.
Non c'è mai stata volta che sia riuscito a capirlo. E non c'è mai stata
volta
che glielo abbia chiesto.
E' sparita improvvisamente una sera: in un momento di distrazione l'avevo
lasciata andare. In realtà l'avevo sentita alzarsi, vestirsi, chiudere la
porta. Da allora non l'ho mai più vista.
Da allora non ha mai più voluto che la incontrassi.
Del resto, la nostra, era una storia arrivata ad una svolta: una decisione
doveva essere presa. Per il bene mio, e per il suo.
E comunque, la scelta di andarsene, era l'unica possibile.
Per questo dico che, quella, è stata una storia inutile."
Chiusi il libro, mi alzai e lo riposi
sullo scaffale da dove lo avevo preso.
L'autore era un personaggio nuovo, ma divenuto popolare in brevissimo
tempo perché piaceva sia a quei giovani che non avevano mai letto un
libro, che agli amanti della letteratura.
Nelle terze pagine dei quotidiani si parlava spesso del successo di
quell'autore, e della strana energia che irradiava la sua persona,
attraverso le parole che pronunciava, le espressioni degli occhi,
attraverso i suoi stessi gesti.
Io, invece, se torno indietro con i ricordi, rivedo un ragazzo seduto su
una sedia in una camera d'albergo. Il viso e le spalle protese, lo sguardo
attento e preoccupato di chi non riesce a capire, e provo una fitta di
dolorosa tenerezza.
Ancora oggi non riesco a trovare una risposta al fatto se fossi stata io a
non capirlo, o se invece lui, attraverso me, avesse imparato a comprendere
se stesso, e gli altri.
In fondo, per Luca, quella non era stata una storia tanto inutile. Anzi.
Avete letto il primo
capitolo ed alcuni bravi della prima parte del libro
DELLA PRIMA VOLTA E DI TUTTE LE ALTRE…
Questo libro è in
vendita nelle principali librerie, o direttamente presso l'Editore

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