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Malisa Longo

Così come sono

Romanzo

 

 

Pizzo Nero
Borelli Editore

 

 

Conosco Malisa Longo da sempre.    

Non solo per averla diretta in tre film, “Salon Kitty”, “Miranda” e “Snack Bar Budapest”, ma anche perché la comune matrice veneziana crea fra di noi un feeling biologico che ci permette di capirci al volo.           

E’ come un grimaldello per scassinare lo scrigno della libido più intima, un passepartout per penetrare nel forziere dei segreti più torbidi e inconfessabili.

Quei segreti che, decantati dal tempo e disincantati dall’ironia, costituiscono il succo del romanzo che ha scritto.

L’aspetto più interessante del quale, come del resto per ogni opera autenticamente erotica, non consiste tanto nei fatti che espone, quanto nel modo in cui essi vengono espressi.

Mentre i primi sono in un certo senso fungibili, (una scopata vale un pompino, un’inculata uno smorzacandela ecc.), il secondo, cioè il linguaggio, lo stile, la forma è determinante e inconfondibile.

Specie in un’opera erotica, nella quale è il “significante” il vero “significare”.

E il “significante” nel libro di Malisa non ha solo la felicità d’espressione di chi controlla perfettamente la materia che tratta, ma è anche l’espressione della sua felicità di donna a trattare liberamente, gioiosamente, sfacciatamente temi e argomenti fino a poco tempo fa considerati tabù per il sesso femminile.                              Trattarli cioè con quel tipico “disincanto” veneziano, che permette di assumere un tono di ilare leggerezza anche nelle situazioni più pesanti e scabrose.

Trovo pertanto che il racconto di Malisa Longo rientri a pieno titolo fra quelli pubblicati in “Pizzo Nero”: anche la sua lettura comunica infatti quell’accattivante senso di vertigine che procura la visione di un vulcano in eruzione, quell’eccitante sensazione di libertà che dà la vista del magma incandescente quando dilaga prepotente a valle, insofferente ad essere ulteriormente compresso, represso, e spesso perfino soppresso, impaziente di espandersi ed esprimersi in trionfante, prepotente, spavalda indipendenza ed emancipazione.
Il magma dell’erotismo al femminile.

                        TINTO BRASS

 

 

 

 

L'Essere

tra tutto ciò che ci è più intimo,
            più vicino e insieme più lontano,
            ci è sconosciuto.
                                    (M.Heidegger)

 

La limousine cammina a passo d’uomo destreggiandosi nel variopinto caos cittadino. Lo devo riconquistare, ho bisogno di lui. Guardo fuori dal finestrino. Hong Kong è sempre uguale. Stesso aeroporto dentro la città, stesso contrasto fra passato e futuro, stesso divario fra poveri e ricchi, e stesso fascino esotico.            
«Perché sei sparito?» «Mi ero innamorato di un’altra.» La voce di Giorgio mi arriva come una doccia fredda. Com’era possibile? Cos’era successo? Il mio cervello era incapace di frenare un susseguirsi di pensieri. No, non potevano esserci altre donne. E poi, certe cose, una donna le sente. No, non poteva essere vero. «Dimmi che non è vero!» Il suo silenzio è peggio di una conferma. Guardo quell’uomo, tutto ad un tratto mi sembra un estraneo. «Ma allora la separazione è stata una scusa! Lei, c’era già?» domando incredula. «Sì» ammette evitando il mio sguardo. Non può essere lui il mio Giorgio, rifletto. Il mio amore, il mio amante, il mio complice, il mio amico, il mio tutto! «Perché?» «Non lo so», risponde mogio, «è successo.»                              
Quelle due parole fanno crollare il mio castello di certezze. Come ho potuto non accorgermi di quello che stava succedendo? «Ma tu poco fa hai detto che ti sono mancata! Cosa significa?» gli chiedo smarrita. Cerco una spiegazione e non la trovo. Perché dirmi una cosa del genere, se amava un’altra? Come se mi avesse letto nel pensiero, lui mi solleva il mento e mi costringe a guardarlo. «Sì, mi sei mancata. E’ la verità! Ed è per questo che ho capito di amare solo te!» La sua mano allenta la presa e la mia testa, pesante come un macigno, scivola sul poggiatesta. Schiacciato dalla memoria, il file della mia vita scorre nella mente, in un turbinio d’immagini. Silenziosamente, la limousine si ferma davanti allo Sheraton.

 

 

CAPITOLO PRIMO

«Questa non mi piace. Questa sì. Qui hai il culo basso! Questa no, sei troppo truccata. Ma non capisci che il trucco t’invecchia?» Era una domanda senza risposta. E poi, a che serviva rispondere? Era sempre la stessa storia. Donatella come agente era brava, ma voleva mettere bocca su tutto. «Ecco! Qui stai veramente bene! E anche in questa! Guarda, sei bellissima.» «Sì, è vero! Sto molto bene» confermai guardando la mia immagine. Meno male, pensai, c’era qualcosa che le piaceva.                  Assorta, china sulla scrivania, Donatella continuava a scegliere le fotografie e le divideva in due mucchietti. «Questa no, questa va bene. Qui sei magnifica! Sai andare a cavallo?» «Sì,» risposi automaticamente «ma che c’entra il cavallo?» «Queste vanno bene, ma queste… strappale!» continuò come se non avesse sentito la mia domanda.
            Ordinatamente, ripose le fotografie in due cartelline. «Prendi!» ordinò porgendomi la cartellina di destra. «Fanne stampare cinque copie di ognuna.» Presi la cartellina e detti una sbirciata alle fotografie. «Hai scelto le migliori» confermai. Lei mi guardò compiaciuta: «Ma ci vai veramente bene?» «Dove?» «A cavallo naturalmente! Mica ho parlato di bicicletta!» Sorrisi. Era sempre la solita. «Sì, ci vado benissimo!» «Ho mandato le tue foto alla produzione di un film americano molto importante. E’ un western.»

            Quell’estate a Venezia faceva un gran caldo. La storia con Marco, il mio ragazzo, era appena finita. Il distacco aveva lasciato in me un grande vuoto, ma mi fece riflettere. Cercai di distrarmi e cominciai a recitare qualche piccolissima parte in alcuni film. C’erano parecchie produzioni e, fortunatamente, lavoravo molto spesso. L’ambiente del cinema mi piaceva, anche se avevo qualche difficoltà a recitare perché ero inesperta.                               L’atmosfera sul set era piena di fascino, sembrava di essere proiettati in un altro mondo. Lentamente il pensiero di Marco svanì. Che strano! Ricordavo solo i momenti più belli, mentre tutto il resto sembrava sparito dalla mia mente. A settembre ricominciai la scuola e, approfittando dei soldi racimolati con il lavoro, mi iscrissi ad un corso di recitazione. Ormai avevo deciso: finita la scuola, dopo la maturità, sarei andata a Roma. Volevo fare l’attrice.

            «Se vuoi lavorare nel cinema ci sono tre regole fondamentali» mi disse Marcello Mastroianni. C’era la pausa per il pranzo e mi ero seduta vicino a lui e, fra un boccone e l’altro, gli avevo raccontato che mi sarebbe piaciuto fare l’attrice. «Regola numero uno: ti devi trovare un agente, e quello giusto! Regola numero due: ti devi fare un book fotografico. Attenzione, il book è il tuo biglietto da visita! Regola numero tre: devi studiare, studiare, e ancora studiare; ricordati che gli esami non finiscono mai! Ah, dimenticavo! Devi avere molta determinazione, anche quando, presa dallo sconforto, pensi: ma chi me lo fa fare?»             Partii per Roma e cercai di lavorare nel cinema. Trovai un agente e feci il book fotografico. La determinazione certo non mi mancava, ma in quanto a studiare, non avevo abbastanza soldi. Dovevo lavorare! Le mie giornate erano fitte d’appuntamenti con produttori e registi. Facevo una quantità enorme di provini, soprattutto per la pubblicità e, nonostante ciò, non venivo mai scelta. Abitavo con un’amica in una stanza in affitto. Il posto era centrale (Piazza Ungheria), ma l’interno era piuttosto squallido. Questa era comunque la cosa meno importante; in quella stanza non ci stavo quasi mai e la usavo solo per dormire. Era un periodo felice. Ero piena d’entusiasmo. Cominciai a lavorare facendo la solita gavetta in alcuni film.
Volevo imparare a tutti i costi e anche se avevo finito di lavorare me ne stavo ore ed ore ad osservare i “grandi” che recitavano, scrutando ogni minimo movimento, ogni impercettibile espressione, abbeverandomi (della) loro esperienza (nel) mestiere. Conobbi tanta gente simpatica e mi tuffai a capofitto nella divertente vita capitolina.
             Ero invitata a tutte le feste ed ospite fissa in tutti i salotti mondani, soprattutto quello di M.M. D’altronde ero giovane e bella e, soprattutto, sola. Un bocconcino alquanto appetibile sia per politici desiderosi di conquiste, che per stilisti assetati di pubblicità.

Entrai nella moda e feci un mucchio di sfilate. Cambiai appartamento e ne affittai uno molto carino sulla collina Fleming. Le cose stavano cambiando, guadagnavo bene. Feci anche della pubblicità, ma senza convinzione. La mia unica ambizione era fare l’attrice.

 

                        Quel western lo feci! Mi diedero la parte da protagonista. Purtroppo il film non ebbe molto successo e perciò era come non averlo fatto. Pazienza! Per il resto, ricominciai a frequentare le produzioni in cerca di lavoro. Mi iscrissi ad una scuola di recitazione e andai alla Ials, una scuola di ballo, frequentata dai ballerini della Rai.
                        Ricominciai a frequentare i salotti e fu in uno di questi che lo incontrai. Lui era un politico molto importante; stava seduto su un grande divano e tutti quanti intorno pendevano dalle sue labbra, ma sembrava che avesse occhi solo per me.                           Poco dopo, ci appartammo in terrazzo. Volle sapere tutto di me. Mi chiese del mio lavoro, delle mie ambizioni e delle mie delusioni. Ascoltava con molto interesse, come se esistessi solo io. Mi era difficile pensare che stavo raccontando di me, di ciò che provavo ad un capo di governo, ma lui riuscì a farmi sentire perfettamente a mio agio.
                                    Parlammo per ore, non so quante, e all'improvviso mi accorsi che era tardissimo. Ci scambiammo i numeri di telefono e lui promise che mi avrebbe aiutato. Mi riaccompagnò a casa con l’autista e la scorta, che ci seguiva come un’ombra.                               Il giorno dopo ricevetti una telefonata dal direttore di una rete Rai. Gli ero stata segnalata e mi voleva conoscere; cercavano la protagonista per uno sceneggiato. Anche lui mi chiamò e mi disse che, se non avevo niente di meglio da fare, avrei potuto cenare con lui e i suoi collaboratori in albergo. Accettai l’invito, lusingata.             A quelle cene andai tante altre volte. Ogni sera a tavola c’erano almeno dieci persone fra imprenditori, ministri, produttori e, a volte, attrici che facevano di tutto per attirare la sua attenzione.
                                    Conobbi anche la moglie. Era molto gentile e sembrava che non si accorgesse, o fingeva di non accorgersi, della simpatia che il marito provava per me. Ogni tanto veniva a trovarlo e rimaneva a Roma un paio di giorni.
                        Quando c’era lei, a cena, c’era sempre un’attrice molto conosciuta, con la quale parlava (fittamente). Mi dissero che era l’amante del marito, ma mi parve un pettegolezzo: le due donne sembravano amiche per la pelle. Questa strana amicizia mi intrigava, anche perché lui mi piaceva.
            Una sera eravamo in pochi; la moglie non c'era e, dopo aver cenato, siamo andati a proseguire la serata al bar del suo albergo. Incuranti della mia presenza, gli astanti gli si sedettero vicino, coinvolgendolo in noiose discussioni politiche, come se non esistessi. A disagio, cambiai posto e mi sedetti su una poltrona in disparte, poi li osservai distrattamente pensando ai fatti miei. Lui lo notò, si avvicinò e senza tanti preamboli mi sussurrò all'orecchio: «Perché non sali da me? Così parliamo un po' del progetto televisivo.». Che tipo, pensai, non avevo ancora cominciato a lavorare e già presentava il conto! Perché no? In fondo era un bell'uomo. Gli sorrisi enigmatica, senza rispondere. Anche lui mi sorrise, poi mi guardò dritto negli occhi e aggiunse sbrigativo: «Terzo piano, 325. Ti aspetto!». Poi cambiò atteggiamento e, come se la cosa non lo interessasse più di tanto, disse che si sentiva stanco e si alzò, salutandomi con distacco.             Tutti si alzarono e lo salutarono riverenti. Io restai sola con il gruppetto che, nonostante lui se ne fosse andato, continuava a parlare animatamente di politica. Oramai la serata aveva perso ogni interesse. Salutai tutti e mi avvia verso la hall, ma invece di uscire mi diressi all'ascensore. Quell'uomo mi piaceva e non mi stupì l'aver accettato il suo invito, anche se sapevo ciò che mi aspettava.
 
            Il portiere mi vide attraversare la hall, ma non mi chiese nulla. Appoggiato al bracciolo di una poltrona, vicino all'ascensore, c'era un uomo corpulento, doveva essere del servizio di sicurezza. Mi squadrò e poi distolse lo sguardo, indifferente, come se già sapesse dov'ero diretta. L'ascensore era al piano. Determinata, mi ci infilai dentro e pigiai terzo piano. Ripensai al portiere. «Chissà quante ne avrà viste salire?» mi chiesi scrutando il segnale luminoso dell'ascensore. «Chissà…forse è anche un po’ invidioso.»
                                    L’ascensore si arrestò e con esso si arrestarono anche le mie riflessioni: ero arrivata. La stanza era in fondo al corridoio. Accelerai il passo e arrivai davanti alla porta della suite 325. Bussai. «Entra, è aperto!» gridò dall'interno. Entrai, mi stava aspettando seduto su un divano davanti al televisore e guardava con attenzione il telegiornale della notte. «Vieni, siediti, è quasi finito» disse invitandomi con un gesto della mano.                             Mi sedetti accanto a lui e lancia uno sguardo al televisore, annoiata, pensando che non era per niente fotogenico. Era meglio di persona e poi quel suo modo di fare colto gli dava un certo non so che, un fascino particolare.
            «Allora?» continuò attirandomi a sé e passandomi un braccio intorno al collo. «Non dici niente?» «Eri così preso…» risposi continuando a sbirciare il televisore, «non ti volevo disturbare.» Lui sorrise. «Tu non disturbi mai. Lo sai che mi piaci!» replicò mentre spegneva il televisore e accendeva un lettore di compact disc.
                                    «Ti piace De Gregori?» Le note di “Fiorellino” invasero la stanza. «Sì, mi piace molto» affermai con convinzione. «De Gregori e Dalla sono i miei autori preferiti» continuò soprappensiero. «Anche i miei,» ribattei, «ma anche Battisti e Baglioni non mi dispiacciono.». In fondo era un romantico, pensai. Poi come se niente fosse, si sdraiò sul divano e appoggiò la testa sul mio ventre, continuando ad ascoltare la canzone ad occhi chiusi. «La musica mi rilassa.» Sì, era vero, riflettei. La musica rilassava anche me, come il calore della sua testa che mi riscaldava il basso ventre e mi dava serenità.
Chiusi gli occhi anch’io e appoggiai la nuca allo schienale, persa nelle note di “Titanic”. Non mi accorsi che mi stava guardando. «Sei molto bella» sussurrò giocherellando con i miei capelli e sfiorandomi il mento con le dita. Io feci finta di niente e assaporai quel momento col fiato sospeso, aspettando gli eventi. Stimolato dalla mia passività, lui continuò il suo percorso di seduzione.

            Le sue dita mi disegnarono gli occhi, il naso, poi si soffermarono sulle mie labbra dischiuse che gli si porgevano tumide ed invitanti. Non mi stupii quando sentii l’umido calore della sua lingua che ripeteva lo stesso percorso; anzi, la desideravo e quando me la ritrovai in bocca la succhiai con un ardore inaspettato.
                                    Esplorammo le nostre bocche per alcuni minuti, mentre con frenesia, e non senza qualche difficoltà, ci spogliammo reciprocamente. Adesso il mio viso bruciava. Quella lingua aveva intrappolato le mie viscere e le stringeva in un morsa, che scendeva dritta in mezzo alle cosce. Voluttuosamente gli accarezzai il torace, poi la mia mano scese lentamente sempre più giù. Trattenni il fiato: com’era duro!
Afferrai il suo membro e cominciai ad accarezzarlo sensualmente. I miei seni si erano inturgiditi e sembravano ancora più grossi. I capezzoli erano talmente duri che mi facevano male, ma nonostante il dolore, lasciai che li succhiasse e li stringesse fra le labbra, provando un piacere immenso. Aprii le gambe e cominciai a toccarmi, donando il mio corpo e tutta me stessa all'amore, senza incertezze. Attratto da quell'intrigante visione, lui si scostò e smise di leccarmi i seni. Rimase incantato a guardarmi ansimando di piacere. Con concupiscenza seguiva le mie dita che stimolavano viziose il mio umido solco, mentre con l’altra mano stringevo il suo fallo eretto, immobile. Lui strinse i glutei e me lo porse dritto, facendolo scivolare su e giù nella mia mano, inumidita dalla sua essenza selvaggia.
Guardai quell'oggetto di desiderio, meravigliata da tanto turgore. Lo sentii pulsare fiero, quasi volesse dirmi che era lui il padrone e che presto mi avrebbe imposto la sua volontà. Con il cuore in subbuglio gli accarezzai la punta, poi con una piccola pressione scivolai per tutta la sua lunghezza, lentamente.                Sentii il flusso del mio sangue correre dritto nel centro del mio essere, pronto a spegnere la mia passione e a fermare le mie dita che si muovevano furiose, incapaci di smorzare quel prurito (sedizioso). Volevo soddisfazione, non m’importava come, dovevo godere!

Chiusi gli occhi e rimasi sola, gelosa della mia lussuria, concentrandomi sul traguardo, librandomi sulle mie emozioni. Planai sulla sua bocca, avida e calda, che mi lambiva ansiosa di conoscere il mio nascondiglio d’amore. Cominciai a tremare. Lui mi lasciò, ma fu per poco. Annegando in un bagno di saliva la sua lingua scorrazzò serpentina nel mio desiderio, poi mi penetrò spavalda.
                                    Esasperata, gli presi la testa e la schiacciai sul mio sesso, muovendomi come se mi stesse scopando. Dritto e carnoso, il mio clitoride s’infilò fra le sue labbra voraci, ansioso di essere succhiato. Stavo arrivando all’apice, dovevo fermarlo! Ma ormai il bersaglio era stato colpito. Entrai nell’occhio del ciclone cercando di dominarlo, ma poi mi lasciai andare, senza più alcun freno, felice di perdermi nell’inevitabile. Come un torrente impetuoso sentii la mia linfa invadere la sua bocca.                          Anche lui era pronto. Lo capii dal suo cazzo che scalpitava impaziente di godere. Tutto ad un tratto sentii quel vuoto che nessuna lingua avrebbe mai potuto colmare. La terribile voglia di completare l’atto, di andare fino in fondo a quella battaglia d’amore che non aveva né vincitori, né vinti.
Di colpo staccai il mio sesso dalle sue labbra e scivolai per terra, a gambe spalancate, pronta a soddisfarlo.             Ora toccava a lui dimostrarmi la sua potenza, battersi, espugnare la mia fortezza. Lui accettò la sfida; come un cavaliere pronto a morire sul campo, si inginocchiò e con un colpo secco mi trafisse con la sua spada. Avvinta nel suo abbraccio, sprofondai su di lui, sul suo membro che, per quanto possibile, sentivo ancora più duro, implacabile nella sua fame di piacere, deciso a sconfiggermi.                         Vacillai, annientata dall’impetuosità di quei colpi, soggiogata dall’ebbrezza del desiderio. Ad un tratto gli sfuggì un terribile gemito: aveva perso la presa delle mani! Immediatamente mi trattenne per le natiche, impedendomi di lasciarlo. Io non opposi resistenza e, ben fissata a quell’ancora di desiderio, mi lasciai andare all’indietro.                             Annaspavo nel piacere, sospesa nel vuoto. Lo sentivo dentro di me, ma ogni tanto mi sfuggiva. Decisa a non perderlo, sollevai le gambe e gliele allacciai al collo. Avvolto dal mio umore lubrificante, lui lo spingeva sempre più dentro, con dei possenti colpi di reni.

            Lo sentivo dentro di me, mentre affondava la sua esuberanza nel mio delirio, in un crescendo che avrei voluto non finisse mai. Ma quando lo sentii irrigidirsi e, con un colpo netto, riempirmi, il mio piacere andò alle stelle e mi lasciai andare, libera, verso l’unione di quei fiumi in piena che disperatamente cercavano il mare. Ormai svuotato, si accasciò su di me, schiacciandomi con tutto il suo corpo e togliendomi quasi il respiro. Poco dopo, sentii il calore del suo sperma che mi scivolava fra le cosce. Rimasi così per un po’, senza pensare a nulla, poi stanca di quel peso, sgattaiolai via.
                        Eravamo sdraiati sulla moquette, sudati e ansimanti, uno vicino all’altro. Aveva gli occhi chiusi, pareva dormire. Mi appoggiai con la schiena al divano e guardai il suo membro a riposo: non era niente male, pensai, proprio una piacevole sorpresa! Sbirciai l’orologio. Era tardi, dovevo tornare a casa.   Con fatica mi alzai e andai in bagno per farmi una doccia. Mi guardai allo specchio. Avevo delle leggere occhiaie, forse era l’effetto della luce che veniva dall’alto. Mi raccolsi i capelli, aprii il rubinetto della doccia, e mi misi sotto l’acqua scrosciante. Il bagnoschiuma scivolava languido sul corpo, risvegliando i sensi. Lo desideravo ancora nonostante avessi appena finito di fare l’amore.

Chiusi gli occhi e sentii sulla pelle le carezze della sua lingua. Sfiorai il mio corpo, pensandolo, ma lui era già alle mie spalle. Con delicatezza, appoggiò la sua mano sulla mia e mi massaggiò il corpo, ormai coperto di sapone. «Rimani» sussurrò, appoggiandomi sensualmente le labbra sulla nuca, incurante di bagnarsi.

            Mi girai, era ancora nudo. «No, devo tornare a casa» risposi chiudendo l’acqua e prendendo l’asciugamano. «Ci andrai domani» insistette lui strofinandomi l’asciugamano sulle spalle. «Non posso, mi devo alzare presto, domani devo lavorare. Sono la protagonista di uno sceneggiato.» «Lo so» disse sorridendo. «Hai visto che il mio intervento è servito?» Abbassai gli occhi imbarazzata; forse pensava che mi fossi data a lui per riconoscenza. Lui lo notò e mi diede un bacio. Ero frastornata, quell’uomo mi piaceva veramente.
Uscii dal bagno, raccolsi gli indumenti sparsi sul divano, e mi rivestii in fretta. La musica era finita. Il silenzio nella stanza era rotto solo dal rumore del getto della doccia. Era stato bello, pensai, la mia curiosità era stata appagata, ma sentivo che c’era qualcosa di più. Mi aveva preso non solo i sensi, ma anche il cervello. Dovevo ritornare alla normalità, non dovevo farmi illusioni. Lui era un politico importante ed era sposato, e per lui non ero altro che una delle tante amanti. Il rumore dell’acqua cessò di colpo e il silenzio improvviso mi riportò alla realtà.
            «Beh, io vado» dissi a voce alta per farmi sentire. «Ti faccio accompagnare dalla macchina di servizio» offrì cortesemente uscendo dal bagno, avvolto in un mastodontico accappatoio bianco. «No, grazie, è meglio che prenda un taxi.» Sì, l’anonimato di un taxi era decisamente meglio, riflettei. «Come preferisci.» Il suo disinteresse mi turbò.             Indossai lo spolverino e lo baciai sulla guancia. «Ciao!» Ero ansiosa di porre fine a quell’incontro e andarmene. «Ti vorrei rivedere.» Quella richiesta mi mise in difficoltà, non sapevo cosa rispondere. Avrei voluto dirgli “anch’io!”, ma tutti i miei propositi? Che fine avrebbero fatto? No, se doveva essere un’avventura doveva finire così. «Non posso» risposi non troppo convinta. «Sì che puoi…se lo vuoi» mormorò con voce suadente. «Mi piaci, mi piaci veramente.» Abbassai gli occhi e mi staccai da lui, confusa. «Ti aspetto domani.» Non risposi, mi avviai verso la porta ed entrai nell’ascensore che nel frattempo era arrivato.             L’uomo della sicurezza era svanito nel nulla e il portiere aveva ceduto il posto a un collega. Meno male, pensai, non mi andava di rivedere la stessa gente. Uscii dall’albergo e m’infilai in uno dei tanti taxi che stavano aspettando nel parcheggio. Faceva freddo. Non ci volle molto per arrivare a casa: era tardi e la città era deserta. Con piacere infilai la chiave nella toppa ed entrai nel mio appartamento. Era caldo ed accogliente. Mi spogliai, andai nel bagno, riempii la vasca d’acqua bollente e vi versai il bagno schiuma. Poi m’infilai dentro. Immediatamente, il calore dell’acqua mi diede un certo benessere, rilassandomi. Lentamente i ricordi ripresero vita nella mia mente.                         Da quando avevo lasciato Marco era la prima volta che facevo l’amore. Avevo avuto tante occasioni, ma quando arrivavo al dunque riuscivo sempre a trovare qualche scusa per tirarmi indietro. Quante serate da sola pensando a lui! Il ricordo mi riempì di malinconia. (Tutt'a un tratto) sentii il calore dell’acqua sul mio corpo. Ero spossata: dovevo uscire dalla vasca. Con uno sforzo mi sollevai, mi asciugai e mi guardai, avvolta nella nebbia dello specchio.
                                    Ripensai a Venezia e ai suoi pigri inverni. Intanto, il vapore era andato svanendo e la forma del mio corpo riapparse, più nitida, nello specchio dai bordi appannati. Presi un’essenza orientale e, compiaciuta, la spalmai delicatamente sul mio corpo statuario.

Provai sollievo, ma ciò non bastò a domare desideri non ancora sopiti. I miei capezzoli si erano drizzati, e il mio corpo cercava le mie mani, come se appartenessero al più tenero degli amanti. Forse era l’effetto dell’essenza o forse il pensiero di Marco, il mio tenero amante veneziano. Mi sdraiai sul letto, e mi accarezzai, lasciando che l’istinto guidasse la mia mano.                   La mia mente tornò a Marco e al ricordo del mio primo pompino. Le mie dita sono già sul mio sesso e si stanno muovendo ansiose, accarezzandola con voluttà. Chiudo gli occhi e lo vedo. Schiudo le cosce e continuo a masturbarmi come allora, sfacciatamente, davanti a lui, titillandomi come una forsennata e sollevando il bacino.
                                    Le mie labbra si posano sulla spalla, ingorde; vorrei avere una lingua lunghissima, per leccarmi tutta, e per farla entrare dentro di me. M’infilo il pollice in bocca, e lo succhio languida, muovendolo dentro e fuori, come se facessi un pompino, ma non mi basta.

            Mi lecco il braccio e lo riempio di saliva, penso sia il suo cazzo, reso ancor più grosso dalla mia voglia. Ma non è più quello di Marco. La mia bocca avvolge il membro di un altro uomo fino a farlo sparire nella profondità delle mie viscere. Spalanco la bocca e (me la faccio scopare furiosamente!) E’ la fine!                             
Aprii gli occhi e guardai il mio sesso, ansimando. Le mie dita erano ancora lì e scivolavano esasperate nel mio umore, alla ricerca di un piacere che lentamente si stava dileguando. Cercai di non pensare più a niente, e sentii il mio corpo abbandonarmi. I miei sensi si assopirono con dolcezza. Mi stavo addormentando.

 Continua nel libro:

Così come sono