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P.E. Sala

 

 

 

IL TEMPIO

 

Romanzo

 

 

 

 

 

 

 

PIZZO  NERO

BORELLI  EDITORE

 

 

Un giornalista scopre che la donna dei suoi turbamenti è un’ entità dominante del Tempio, a capo di un gruppo di donne bellissime accomunate dal piacere di sottomettere gli uomini.

 

 

 

 

 

 

                          

 PROFILO DI UN UOMO QUALUNQUE

 

 

 

Il Dottor Carlo D'Adua, milanese di nascita, ma per molti anni romano d'adozione, è stato sempre e soltanto innamorato del suo lavoro e ciò in sostanza equivale a dire, di se stesso.

Questo, almeno, fino a pochi mesi fa.

Laureato in Scienze Politiche all'Università Statale della sua città d'origine, ha frequentato immediatamente dopo il biennio di Giornalismo a Bergamo.

Una carriera, la sua, senz'altro sudata e meritata, ma straordinariamente veloce.

Free Lance per indole e per carattere, amante dell'indipendenza e buon gestore del suo tempo libero, uomo brillante, generoso, sportivo, ottimo tennista, ha assolto al suo obbligo di giovane maschio dello Stato Italiano, subito dopo la maturità classica, facendo il paracadutista, non per fedi politiche di tendenza bensì perché amante del rischio e dell'azione.

Terminato l'anno del dovere marziale con risultati eccellenti e dopo aver completato gli studi sopra elencati, ha immediatamente trovato incarichi presso quotidiani di provincia, riviste di costume e d'attualità e, via via, mensili importanti, pagine d'inserto di giornali nazionali, noti settimanali, periodici di élite, eccetera eccetera...

Molti amori, se così si può dire: storie più o meno brevi d'intensa passione, relazioni talvolta necessariamente clandestine, ma mai un coinvolgimento tale da portarlo davanti ad un altare.

No, il Dottor Carlo D'Adua sacrifica i sentimenti di fronte ad un buon contratto, come quello che stipulò pochi anni or sono con una lussuosissima e assai esclusiva rivista di Ginevra.

Un maschilista, per dirla con un termine che non amo affatto; un uomo che ha sempre giudicato e trattato le donne come preziosi, necessari, indispensabili accessori di piacere e di rappresentanza nella vita di un professionista di successo, attraente, capace, intelligente, colto, eterosessuale e quindi, dal suo punto di vista, perfetto.

Questo fino a quarantadue anni suonati.

Io, che ho qualche anno meno di lui, l'ho studiato con una certa attenzione fin dai tempi dell'università, dato che sono a mia volta milanese di nascita e laureata alla stessa facoltà.

Naturalmente io entravo e lui usciva, ma per quelle come me un anno basta e avanza per capire in profondità la reale natura di un uomo.

Non c'è bisogno di conoscerlo personalmente e non è necessario cercarlo; è lui che inconsapevolmente ci avvicina e ci sfiora, ci guarda, ci ammira ma non osa, almeno con noi, fare avances. Lo si osserva a distanza, quando capita, si sta attente a come si muove, come si veste, come si comporta verso il suo prossimo, quali amici sceglie e frequenta, in che modo guarda le donne, le altre, o le corteggia, e così via.

Si sommano alcuni dati, se ne sottraggono altri, si eleva il tutto ad una precisa potenza, si divide per un determinato numero semplice…e voilà! Il risultato che otterremo sarà esattamente l'opposto di ciò che un uomo è in realtà.

Apparentemente il Dottor Carlo D'Adua potrebbe sembrare un uomo qualsiasi, certamente più fortunato di tanti altri, più capace, più realizzato, comunque, un individuo abbastanza comune; invece non lo è!

Non che ne sia ancora del tutto consapevole ma, posso assicurarlo, in questo momento sta facendo notevoli progressi.

Sono per mia natura estremamente selettiva e per nulla disposta a favoritismi, premio i meriti e punisco i demeriti, amo le cose soltanto nella loro esattezza e non concedo niente che non sia precisamente dovuto, né di più, né di meno, ma posso dire, di Carlo D'Adua, che ha buone speranze di riuscita.

Ho una certa e, credo, ben riposta fiducia in costui.

Nel mondo esterno, benché non lo sapesse, era già un eletto ed era stato individuato.

Qui è soltanto un iniziato, un aspirante, uno qualunque, anzi, meno ancora; è l'ultimo arrivato, l'ultima ruota del carro.

Uno qualunque, sì, ma pur sempre tra i pochi che meritano di entrare in questa casa, presso il Tempio di Saba.

Ciò che l'ha in certo modo premiato, recentemente, è dovuto ad un lavoro di ricerca piuttosto capillare affidatagli dal suo amico direttore della rivista svizzera con la quale il Dottor D'Adua ha avuto, fino a pochi giorni fa, un ben retribuito contratto: si trattava di un servizio a più puntate intorno al pianeta dell'Eros.

Il mio novellino è convinto di essere arrivato a me, Paola Di Saba, grazie al suo strepitoso tartufo da segugio.

Non dubito che sia un uomo piuttosto abile e dotato di un certo fiuto, ma il fatto è che, mancando nel mio regno una buona penna, le mie compagne e io abbiamo semplicemente sistemato nei punti giusti un paio di specchietti per l'allodola in questione.

Egli ha poco casualmente scoperto a Roma, presso la casa di un mercante d'arte di sua conoscenza, una tavola erotica firmata Paola Di Saba, un disegno a pastello.

L'uomo l'aveva ottenuta da un non meglio identificato collezionista in cambio di qualche fotografia degli anni Venti.

Si è dato da fare molto bene per risalire alla fonte: è giunto all'uomo del baratto, non lo ha incontrato personalmente, ma gli ha solo parlato attraverso il centralino dell'albergo dove costui era di stanza, ed è riuscito a strappargli un numero di telefono cellulare.

Il Dottor D'Adua, che qui è soltanto Carlo, e spesso è già troppo, ignora tuttora che il collezionista dello scambio era semplicemente uno dei nostri devoti.

A questo punto è giusto dire chi siamo.

Il mio nome è Paola e sono, per Carlo e per tutti gli altri, la Signora di Saba. Condivido questo luogo con molte compagne i cui nomi verranno man mano svelati, in questa narrazione, dalla servizievole penna del Dottor D'Adua.

Siamo donne apparentemente simili a tutte le altre, ma con qualche cosa in più e questo, piaccia o no, ci isola dal resto del mondo femminile: in breve, siamo una casta.

Per i nostri devoti siamo dee, per ciò a cui noi siamo devote, sacerdotesse.

Abbiamo caratteristiche che ci rendono diverse dalle donne normali e che sono presenti in tutte noi, caratteristiche che con calma e dedizione il nostro devoto scrittore non mancherà, nel tempo della sua nuova, unica e vera ragione di esistere, d'individuare e di segnalare.

In particolare ve ne sono due, una consequenziale all'altra, che riferirò io stessa.

1) Siamo tutte entità dominanti; abbiamo particolari virtù e talune conoscenze che forniscono linfa al nostro naturale potere.

Sottomettere gli uomini, purché eletti, è quindi un fatto scontato, ma nel contempo indispensabile, anzi, vitale.

2) Tutte, indistintamente, abbiamo sotto la pianta del piede il nostro punto erogeno primario. Questa caratteristica è anche una di quelle per mezzo delle quali ci riconosciamo.

C'è qualcosa di più, tra questi due punti, che una semplice consequenzialità. Lo stato di dominio, sia fisico che mentale, e lo stimolo del luogo erogeno primario, se uniti insieme concorrono a produrre una potente scarica di energia che giunge a sollecitare in noi percezioni estatiche e cognitive.

Benché ci piaccia, anche tra compagne, eccitare tale punto, il risultato non è e non potrà mai essere abbastanza vicino a quello che otteniamo con estrema facilità attraverso i nostri devoti, riducendoli all'annullamento  e alla sottomissione.

Nell'unire questi due poli, assorbiamo del maschio la maggior parte della sua energia.

Non siamo vampiresse, sia chiaro: esiste una sorta di scambio tra noi e loro, ma sono certa che anche questo sarà presto o tardi svelato dall'ex dottor D'Adua, in misura dei suoi personali progressi.

Oggi Carlo è un iniziato che aspira a diventare un devoto, ma dall'iniziazione alla totale devozione il passo non è né breve né regalato.

In verità, per ora egli aspira a ben altro e questo purtroppo è un suo limite.

Si è innamorato di una dea; ella è forse stata la ragione principale della preghiera, da parte di Carlo, di essere ammesso in questa casa.

Il nome di questa mia compagna è Rea, una tra le migliori sacerdotesse del Tempio.

Per adesso Carlo ambisce a diventare il favorito di Rea e io gli lascio volentieri questa illusione.

Anzi, di più: l'ho affidato a lei, per i primi giorni.

E' convinto che io l'abbia fatto per bontà e comprensione.

Non si rende ancora conto che qui dentro anche un inganno fa esame.

Difficile per lui capire che lo stato di totale devozione corrisponde allo stato di conoscenza, ovviamente nei limiti di ciò per cui ha ragione di esistere il maschio.

Lo stato di devozione, fintanto che rimane riservato ad una sola donna, non comporta niente e non produce nel devoto lo stato ottimale da noi desiderato e per il quale siamo state scelte da Iside Stessa: non è altro che uno stato intermedio.

La somma devozione è riconoscibile laddove il vero devoto adora senza limiti e differenze ognuna delle sue Signore e, attraverso queste, l'intero mondo femminile; infine quando riconosce e serve la verità assoluta, l'Eterno Femminino che ha partorito Dio, il misogino, la sfida alla conoscenza.

Ho qualche dubbio che Carlo D'Adua possa riuscire facilmente a raggiungere tale stato in tempi brevi. Non finché sarà innamorato di una sola donna, per di più di una dea.

Dovrà versare sangue e inchiostro per molto tempo ancora, ma chi dovesse leggere queste pagine e fosse per caso simile a lui o a me, sappia che ogni cosa ha un termine già scritto.

                                        

                                                  

                      

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IN VIAGGIO VERSO IL REGNO DI SABA

 

 

 

Alla stazione di Santa Maria Novella non ho dovuto attendere molto; il tempo di raggiungere la piazza, di gettare uno sguardo verso la splendida facciata rinascimentale della chiesa, opera mirabile dell'Alberti, e subito due giovani donne, una bionda e una bruna, elegantissime, mi hanno avvicinato.

- Il Dottor Carlo D'Adua? -

- Sì, sono io. Buongiorno. -

- Bene. Vogliamo andare, Dottor D'Adua? -

- Potreste chiamarmi semplicemente Carlo? Mi sentirei più a mio agio... -

- Come vuole, Carlo. Ci segua. -

La banale strategia del mazzo di rose rosse, segno di riconoscimento, ha funzionato con troppo anticipo.

Avrei preferito un lieve ritardo, qualche minuto di tempo per riflettere e raccogliere le idee, per dare un ordine e un senso alle domande che avrei dovuto rivolgere alla Signora Di Saba, ma le mie belle accompagnatrici erano già lì, tempestive e poco disposte a perdere tempo.

Una lucidissima Range Rover color nocciola e dai vetri fumé ci attende poco distante.

L'autista, un uomo attraente, sui quarant'anni, apre le due portiere di destra; la donna bionda sale davanti mentre io vengo invitato ad accomodarmi dietro, in compagnia dell'affascinante donna bruna.

L'autista richiude le porte, gira intorno alla vettura, sale e mette in moto.

Ora il mio viaggio comincia davvero e non c'è più modo di sottrarsi.

Perché mai dovrei farlo, dopotutto? Le interviste fanno parte del mestiere...

Silenziose, le due donne guardano oltre i finestrini con aria distratta e non sembrano desiderare colloqui, sicché m'adeguo anch'io, ma con poco entusiasmo perché qualche scambio di parole mi avrebbe aiutato a superare un certo imbarazzo e una strana sensazione di ansia che ora si va facendo più insistente.

Alla periferia di Firenze la mia compagna di sedile estrae da un cruscotto dell'elegantissima vettura una fascia nera.

- Si metta questa, per favore! -

- E' proprio necessario? -

- Non glielo chiederei, altrimenti! -

- Capisco! Sono un giornalista, quindi non vi fidate di me, ma se non bastasse la mia parola, signora, per convincerla del contrario, mi permetta di ricordarle che esiste una severissima legge a tutela della Privacy... -

- La Privacy, Carlo, nasce come virtù ed è ben più antica della legge. Si metta la fascia sugli occhi o sarò costretta a far fermare l'auto e a farla scendere! -

- D'accordo. Se non c'è altro sistema... -

- I sistemi sono due: o si mette la fascia, o si stende sul fondo dell'automobile. Scelga lei! - Risponde la mia ospite in modo garbato ma perentorio.

Mi rassegno e metto la benda nera, poi sento la mano di lei accomodarmela sugli occhi; è una fascia elastica, spessa ma non fastidiosa.

Tanto meglio per me. Non è stato facile ottenere un appuntamento con Paola Di Saba e sarebbe da sciocchi giocarselo per un dettaglio così da poco, sebbene un po' umiliante.

Ho impiegato tre mesi per riuscire ad avere un primo contatto e altri tre per l'appuntamento.

Tutto era cominciato a Roma, a casa di un amico mercante d'arte erotica.

Mi aveva fatto vedere, tra le altre cose, un disegno conservato dentro una cartella color tabacco: una donna nuda dal volto solare è in piedi sopra la testa di un uomo riverso sul ventre e con i polsi incatenati.

La figura femminile è perfettamente in equilibrio, eretta e fiera; il braccio sinistro è alzato e nella mano sorregge una mela rossa e intatta, il frutto inesistente, il simbolo ormai iconografico della conoscenza del bene e del male.

Il braccio destro è lungo il fianco; la mano stringe l'impugnatura di una frusta di cuoio intrecciato, una di quelle fruste da doma, da schiocco, lunghissime, da istruttori equestri, da gauchos o da domatori di circo e la sua coda si snoda come un serpente sopra la schiena dell'uomo, senza avvolgersi.

Era un disegno a pastello molto raffinato, semplice e chiaro, d'interpretazione tanto immediata quanto inequivocabile.

- L'hai pagato caro? - Chiesi per curiosità.

- Cinquecento, forse seicentomila lire, in teoria. -

- Non è caro! - Risposi senza riflettere.

La mia curiosità in effetti riguardava altro: la firma leggibilissima dell'autrice, certa Paola Di Saba.

- Ma chi è? -

- Se ti dico che ci ho provato in tutti i modi, Carlo, ma che non m'è riuscito di saperlo, devi credermi. Sai bene quanto sono curioso e cocciuto, in certi casi. -

- Ti credo... Dove l'hai preso? -

- L'ho scambiato con un collezionista; cinque fotografie degli anni Venti... -

- Però! -

Non mi ha saputo dire chi fosse l'uomo del baratto, ma scoprire piste e fonti d'informazione è la parte più divertente ed eccitante della mia professione.

Così è cominciata la vicenda che mi ha portato fin qui, con questa benda sugli occhi e un profumo di donne piuttosto inebriante che ha invaso l'abitacolo della Rover.

Il viaggio non promette di essere breve; non posso guardare l'orologio, ma ho la sensazione che sia già trascorsa un'ora e la fascia che mi costringe al buio, che non mi permette di seguire l'andamento dell'auto, di prevenire le curve o di guardare lontano comincia a causarmi un forte senso di nausea.

- Manca ancora molto? -

- Un buon paio d'ore, almeno... -

Azzardo una richiesta.

- Senta... Non potremmo fermarci qualche minuto? Questa situazione mi sta creando un certo malessere. Non credo che resisterò un altro quarto d'ora... -

- Spiacente, Carlo, ma di fermarsi non se ne parla nemmeno. L'aiuto a sdraiarsi sul fondo e poi potrà togliersi la benda. -

- Sul fondo? -

La bellissima signora sembra spazientirsi.

- E' un'automobile molto ampia, dottor D'Adua, e la moquette viene pulita ogni giorno. Non ci starà male. Si sbrighi, prima di essere lei a sporcarla! -

- Va bene. La prego... non ce la faccio più. -

Sento le sue mani prendermi le spalle e guidarmi verso il basso con molta delicatezza. Mi sdraio sul fondo, effettivamente ampio e morbido e finalmente posso togliermi la fascia nera.

La luce, attenuata dai vetri fumé, è di grande conforto.

- Va meglio? - Chiede lei con gentilezza.

- Molto meglio, grazie. -

Nel risponderle la guardo, o per meglio dire, guardo ciò che della mia compagna di viaggio è visibile; ha due gambe bellissime e calze a velo, sottili, lievemente dorate, color carne.

Mi ha fatto scendere con la testa dal lato di lei, tra le sue scarpe.

Non posso negare a me stesso che questa posizione mi ecciti, anzi, comincio ad avvertire all'inguine un certo movimento, un principio d'erezione e la cosa m'imbarazza un po'; m'imbarazza, mi eccita e m'inquieta.

Finirà per accorgersene, penso, visto che non potrò muovermi da qui per altre due ore...

Sposto la testa verso il sedile anteriore nel tentativo di vedere in viso la donna ai cui piedi ora mi trovo; si è accesa una sigaretta e guarda fuori dal finestrino, tranquillamente, come se per lei non esistessi.

Guarda il panorama d'una campagna toscana, almeno credo, che se poco prima mi mancava ora non desidererei più cambiare con la straordinaria e a dir poco eccezionale opportunità di contemplare, non visto, gambe tanto belle per due ore o forse più.

D'un tratto le accavalla, emettendo quel fruscio tipico di calze che a nessun uomo dispiace sentire, ma che da qui sotto si percepisce in modo particolarmente intenso. Non si può fare a meno di apprezzarlo ancora di più, perché accade come un fatto a sé, unico, isolato da ogni altro contesto, perciò non si confonde tra diversi fenomeni d'eccitazione, ma si manifesta, almeno per me, per la prima volta in tutta la sua potente capacità di stimolare i miei sensi.

Accade però che adesso il suo piede destro si trovi esattamente sopra la mia testa ad una distanza di pochi centimetri, centimetri che talvolta si riducono a millimetri, a seconda delle oscillazioni che il fondo stradale, le curve e le sospensioni dell'auto provocano alle sue gambe.

Il sottile tacco a spillo sembra gravitare sopra di me come una lama di stiletto che nessuno controlla, a volte si avvicina ai miei occhi, a volte si ferma sopra la bocca, sulla gola, altre volte mi sfiora il naso...

La ragione, se non la prudenza, suggerirebbe di sottrarsi, ma c'è qualcosa che mi blocca e che mi spinge a rischiare, a rimanere dove sono e in un certo senso ad "ascoltare" attentamente le sensazioni che quella elegante, raffinatissima spada di Damocle, squisitamente femminile, detta alla mente e al corpo.

In un primo momento avrei voluto chiederle quanto meno di togliersi la scarpa, ma non ne ho avuto il coraggio.

Le difficoltà incontrate per giungere ad un appuntamento con la Signora di Saba mi fanno sentire tutt'oggi un ospite poco gradito e non certo nella posizione di sfidare la loro già troppa cortesia.

La caviglia della mia accompagnatrice è davvero bella, sottile e la sua scarpa nera, lucida e scollata, mette in evidenza l'incavo del piede, la lieve curva della pianta, accentuata dalle leggerissime pieghe della calza.

Mi sorprendo a pensare che anche i suoi piedi devono essere molto belli. Le ho visto le mani, alla stazione: le dita lunghe, le unghie curatissime e smaltate di rosso vivo.

Quando sono belle le mani è impossibile che non lo siano anche i piedi...

Mi sorprendo di me stesso, è vero, ma la circostanza è talmente singolare, talmente irripetibile che non voglio perdere nemmeno un istante di questo viaggio e ciò che mi conforta di più è dato dal fatto che, qualunque cosa accada, comunque vada la mia intervista, il ritorno sarà uguale all'andata.

Ora la donna bruna cambia posizione, dà un'occhiata giù per evitare di urtarmi o di calpestarmi, appoggia il piede destro appena oltre il mio collo, tra spalla e mento, e accavalla la gamba sinistra.

La sua scarpa, al tallone, poggia contro la mia gola. Il tacco dev'essere più alto di quanto supponessi e piuttosto arcuato.

Mi basterebbe pochissimo per baciarle la caviglia, una lieve torsione della testa verso destra e...

Ancora, mi meraviglio di me stesso, ma dal suo piede emana un profumo intenso di Chanel, leggermente miscelato ad un buon odore di cuoio, di calzatura nuova.

Mi vergogno, ma non posso fare a meno di respirarne l'aroma, la delicatezza; è da questi non trascurabili particolari che trae origine il feticismo di un uomo, il piacere nell'adorazione di oggetti senza dubbio estetici, enfatici della bellezza femminile, ma in genere ignorati, forse perché accessori d'uso quotidiano, coprenti e non rivelanti, spesso lontani o troppo frettolosamente allontanati? Oppure niente, d'una donna, è scindibile dalla stessa, ma tutto concorre a creare un unico feticcio, totemico, un idolo fatto di bellezza, di dolcezza, di profumi, di forme, di cose... ?

Non è ancora il tempo delle risposte.

In fin dei conti sono qui per conoscere ed intervistare l'autrice sconosciuta di tavole erotiche particolari e belle, non per dare risposte mai abbastanza definitive ai misteri dell'Eros.

Ma una già comincio a darmela; sopra la mia testa, le cosce accavallate della bella ospite oscillano in continuazione e la loro bellezza è ancor più evidente perché difesa dalla distanza, e non solo.

Alla distanza s'aggiunge la circostanza, quella che ha messo un uomo normale, dotato di educazione, di buona cultura e di un certo self-control, in uno stato di totale inferiorità, di dipendenza e di subordinazione.

Questo stato di cose provoca un piacere diverso, ma nel contempo d'uguale natura, capace, se lo si lascia agire, di produrre un'eiaculazione.

La parte sconosciuta, semmai, è data da una sorta di orgasmo mentale che non si spegne, anzi, aumenta di continuo e ciò dev'essere dovuto ad almeno due condizioni: la prima credo che dipenda dal fatto di non poter raggiungere e toccare l'oggetto desiderato e questo porta il desiderio ad un livello altissimo, inarginabile, difficile da controllare, ma irrinunciabile. Ed è quello che mi sta accadendo!

La seconda è che lei, la donna, sembra ignorare del tutto il turbine di emozioni e desiderio che si sta creando nell'uomo ai suoi piedi: è talmente indifferente e lontana da diventare, ogni momento di più, uguale per natura ad una divinità, ad un idolo di pietra preziosa, ad una grande statua alla base della quale si prostrano i fedeli, a Dio stesso, se invece dell'uomo fosse stata fatta la donna a Sua immagine e somiglianza.

La bella ospite ignora i miei pensieri; cambia ancora una volta posizione e il tacco della sua scarpa destra torna ad oscillare sopra i miei occhi.

L'auto sembrerebbe salire lungo un percorso collinare, le curve aumentano e il fondo stradale pare piuttosto dissestato.

Sia il tacco che la suola ogni poco mi toccano, ma non con violenza e ciò mi fa credere che più di tanto non possa accadere.

Invece accade; una buca più profonda delle altre, una improvvisa scossa della vettura e il suo tacco giunge a segno colpendomi poco sotto l'occhio sinistro, sopra lo zigomo, striscia e inevitabilmente taglia.

Sento un bruciore forte, mi tocco e una traccia di sangue rimane sul dito.

La donna non si muove; sembra che non se ne sia nemmeno accorta.

Non se n'è accorta oppure non ci fa proprio caso?

Per qualche oscura ragione non mi sposto. Il dolore improvviso si è combinato con l'eccitazione, produce adrenalina e pensieri inquietanti.

Ma chi sono io, a questo punto? Dove potrei arrivare se anche un fatto accidentale che avrebbe potuto causarmi di peggio, invece di allarmarmi mi stimola? E quanto è distante la consapevolezza, crescente, di essere anch'io un feticista dalla probabilità di scoprirmi ben altro? Dov'è, sempre che ci sia, il confine?

In compagnia di questi pensieri fisso la sua scarpa che si muove per inerzia sopra il mio volto, fisso la sua bella caviglia, l'incavo del suo piede, le sottili e delicate pieghe della calza e l'immobilità distante, per me non visibile, ma solo immaginata, dei suoi occhi che forse guardano ancora, oltre il finestrino, un paesaggio a lei famigliare.

Nel frattempo il mio pene ha prodotto qualcosa di umido e caldo.

La grossa auto è talmente confortevole che rende difficile capire, al di là di certe scosse improvvise, che genere di percorso stia facendo, se stia andando veloce o lenta e l'incantevole profumo di Chanel m'impedisce di percepire odori esterni che potrebbero altrimenti indirizzare un discreto segugio come me sulla pista giusta.

Tre ore di viaggio da Firenze, ma in quale direzione? Siamo sempre in Toscana oppure siamo in Lazio, in Umbria, nelle Marche, in Liguria, in Emilia...?

Rinuncio, anzi, rimando; in questo momento la mente non mi appartiene più, ma è del tutto rapita dalle virtù di una donna che contingenze straordinarie hanno posto in una posizione dominante.

Infine, vorrei dire purtroppo, l'auto si ferma, i cardini di un cancello stridono, la Range Rover riparte ancora, percorre un viale sterrato, quindi si blocca e si spegne definitivamente.

Faccio per sollevarmi, ma questa volta il piede della mia ospite non è inerte, mi respinge giù con decisione e giù mi costringe a stare, conficcandomi il tacco tra la clavicola e la spalla.

- Si rimetta la fascia. Siamo arrivati. -

 

 

                           

 

 

 

 

 PAOLA DI SABA

 

Il breve percorso dall'automobile alla casa è affidato all'autista.

- Venga, prego. L'aiuto io. -

Cortile, aia, giardino, spiazzo che sia, il fondo è in ghiaia. Dopo qualche metro, sempre sorretto dal gentilissimo chauffeur, salgo un primo gradino basso, di pietra o di cemento.

Altri tre passi ed inizia una serie di scalini, tre più un quarto poco distante, che dovrebbe già essere la soglia.

L'interno è fresco e odoroso di fiori appena recisi e questo mi dice che la casa, villa, palazzo, cascina o castello, possiede un giardino ben curato (sarà poco, comunque è già un indizio).

La fascia nera, sopra la ferita, mi causa un bruciore fastidioso, ma ormai non dovrebbe mancare molto.

Quando la porta viene richiusa alle nostre spalle l'uomo mi toglie con delicatezza la benda.

- Voglia attendere qui, per cortesia. -

Rimango solo. Anche le due belle compagne di viaggio sono sparite improvvisamente.

La sala d'ingresso è oscurata, ma non buia e la luce attenuata dagli scuri socchiusi di due finestre ai lati della porta d'entrata, mi permette di vedere l'ambiente, arredato con gusto ed eleganza, con mobili antichi e sobri ai quali i fiori freschi e le suppellettili tolgono eccessi d'austerità.

Un ampio tappeto persiano è al centro della stanza.

Non è che un vestibolo, una sala d'attesa, ma non ci sono sedie, perciò attendo in piedi, né mi dispiace; dopotutto sono stato comodamente sdraiato per due ore...

I minuti trascorrono in questo silenzio ricco di profumi naturali e di penombra.

La bellissima donna bruna mi manca già, lo ammetto. Stava seduta come una regina, sopra di me, distaccata da tutto come se il mondo intorno a lei fosse stato fatto per servirla, per appagare i suoi più segreti desideri, per farlo sempre, senza che lei debba chiedere e io, che un'ora prima ero pieno di me stesso, sicuro, consapevole della mia posizione di privilegio sugli altri, uomo in piena carriera ma mai abbastanza sazio, mai abbastanza contento, nel vederla ho sentito venire meno il mio coraggio, l'impudenza e la sfacciataggine delle quali ho fatto mestiere, la superbia di cui mi so capace e poco dopo mi sono ritrovato sotto i suoi piedi come una cosa iniqua, da schiacciare, da ignorare, come un tappeto di pelle avvolto da poca stoffa, un involucro di carne viva sopra il quale lei può permettersi di poggiare le suole delle sue scarpe eleganti e griffate senza guardare in giù, un cuscino umano che la bella dominatrice può far sanguinare come e quando vuole, quasi che il sangue, il mio, sia lo scarto di ciò che le appartiene.

Tocco la piccola ferita per farla bruciare, così che il lieve dolore mi riaccompagni al ricordo di lei.

E' in questo momento che la porta in fondo alla sala d'aspetto si apre.

Una giovane donna dai capelli castano chiari, ondulati, sciolti e lasciati morbidamente cadere fin sopra i seni tondi e sporgenti, appare alla luce discreta del mio luogo d'attesa.

Indossa ben poco: calze nere, probabilmente in seta, reggicalze di pizzo nero e scarpe di pelle amaranto, scollate, tacchi cromati e punte sottili.

Il resto è a nudo, ed è un nudo perfetto come se l'avesse scolpito il Canova.

Al guinzaglio tiene un giovane uomo dalla muscolatura possente; egli sta con le mani e le ginocchia a terra, guarda in basso e non si muove.

- Si accomodi, dottor D'Adua. - Dice la donna.

Vado verso di lei come un paziente sotto ipnosi, rigido per qualche resistenza inconscia e quasi del tutto privo di volontà.

Entro in una stanza completamente buia, della quale distinguo soltanto il pavimento in cotto rosso.

La poca luce che penetra dalla sala d'aspetto illumina una sola poltrona in pelle scura, all'inglese.

- Si sieda, dottore. La Signora arriva subito. -

La donna si porta a meno di quattro metri da me, affiancata dal suo poderoso animale che cammina a quattro zampe, nudo.

Quando lei si ferma e si gira verso la mia poltrona, l'uomo si pone di traverso, immobile come una scultura di pietra.

Il guinzaglio di pelle è sottile e lo è anche il collare.

Penso che una massa di muscoli come quella potrebbe spezzarlo in due con la forza delle sole mani, uno strappo e via! Niente di più.

Ma il giovane dal corpo erculeo non lo farebbe mai, è chiaro. Deve esserci qualcosa di ben più potente che lo costringe alla sottomissione, a tenere la testa bassa e gli occhi a terra, fissi sulle scarpe della sua conduttrice e non è certamente quel simbolico laccio di pelle congiunto al collare per mezzo di un piccolo moschettone; più verosimilmente è la mano della sua padrona, la grazia con la quale stringe il guinzaglio tenendolo teso come la corda di un'arpa, la seduzione del suo corpo nudo e dei pochi indumenti che indossa.

E' strano, ma davanti a questa scena insolita non provo alcun disagio!

Dal fondo della stanza buia si apre una porta e una splendida figura di donna si staglia sulla soglia; costei richiude l'uscio scomparendo ancora nell'oscurità e avanza lentamente verso di noi.

Nel medesimo tempo la prima, quella dai capelli castani, lascia cadere a terra il guinzaglio ed esce attraverso la stessa porta dalla quale mi ha fatto entrare, senza richiuderla, così che la poca luce proveniente dal vestibolo renda visibili me e il giovane dai muscoli potenti, che rimane immobile.

Mi alzo in piedi.

La nuova ospite mi raggiunge entrando nel cono di visibilità.

- Benvenuto, Dottor D'Adua. Sono Paola Di Saba. Si sieda, prego! -

Le stringo la mano masticando tra i denti un "buongiorno signora" quasi impercettibile.

Paola Di Saba è di una sconcertante bellezza: capelli biondi, lunghi e mossi sopra le spalle, viso dall'ovale perfetto, occhi chiari, azzurri, forse verdi, lineamenti precisi e delicati, seni solidi, eretti, pieni, gambe nervose, esatte, se così si può dire quando si finisce in penuria d'aggettivi.

- Vedo che ha già il segno dell'iniziazione, Dottor D'Adua... -

- Carlo. Mi chiami pure Carlo, signora... Quale segno? -

Paola Di Saba sorride.

- Allo zigomo, lì, sotto il suo occhio sinistro! -

Mi tocco, lo faccio bruciare... ricordo.

- Ah... questo! Niente di grave... un banalissimo incidente. -

- Già! Un incidente... Mi scuso per averla costretta a viaggiare in quel modo, Carlo, ma qui siamo piuttosto gelose della nostra intimità. Non amiamo i curiosi e gli invadenti. Spero che mi vorrà comprendere. -

- Certamente, signora. Non si deve scusare affatto. Il viaggio è stato comunque confortevole... -

- Immagino! - Interrompe lei. - Se intende dare inizio alla sua intervista, mi chiami pure Paola. Sarà più facile per entrambi. Si accomodi! -

Mi risiedo sopra la poltrona inglese.

Paola prende posizione sul suo trono naturale, la schiena possente del giovane uomo, immobile e forte come il marmo.

- Avevo un mazzo di fiori per lei, ma... -

- Rose rosse, sì, grazie. Davvero molto belle. Mi sono già state consegnate da Sebastiano. -

- Il suo autista? -

- Esattamente. -

Anche lei indossa ben poco: una camicetta azzurra, aperta fino alla fessura dei bellissimi seni, calze scure, velate, autoreggenti, sandali aperti, leggerissimi, soltanto tre sottili strisce di pelle rossa a cavallo delle dita, un'altra alla caviglia e, immancabilmente, tacchi altissimi.

Perfettamente a suo agio, seria ma serena, osserva con pazienza il mio silenzio.

Accavalla le gambe. Non posso vedere, né mi spingo a farlo, ma qualcosa mi dice che non ci sia altro, sotto la camicetta; né reggiseno, né mutandine.

Paola avverte il mio disagio e prende la parola.

- Prima di cominciare, Carlo, mi dica che cosa intende fare con questa intervista. -

- Niente che non abbia il suo benestare, innanzitutto. In verità non lo so ancora. Ho visto una tavola firmata da lei, a Roma; molto delicata... Complimenti, innanzitutto! -

- Grazie. Che cos'era? -

- Era un pastello, credo. Una figura femminile con una mela in mano, in perfetto equilibrio sopra la testa di un uomo coi polsi legati. Mi ha incuriosito, così ho cercato di rintracciarla... -

- Sì, ricordo quel disegno. Ne ho prodotti tre o quattro. -

- Stampe? Serigrafie? -

- No. Sempre originali. Stesso soggetto, ma ogni volta ridisegnato. Non amo i sistemi di riproduzione. Dequalificano il prodotto. Preferisco riproporre l'immagine, ma sempre nella sua unicità d'esecuzione. Prosegua, Carlo! -

- Sì... Come le ho detto, Paola, non ho un'idea precisa. Vorrei la sua collaborazione... magari vorrei poter vedere altre tavole, se fosse d'accordo. -

- Senz'altro. -

La Signora Di Saba chiama un certo Achille a voce poco più alta di quella che usa parlando con me. Una porta si apre e Achille, presumibilmente, fa il suo ingresso con una serie di cartelle in mano, raggiunge la donna, s'inginocchia ai suoi piedi e le porge il materiale.

- Ah, Davide... Dov'è Achille? -

- In applicazione, mia Signora. Sapevo che avrebbe chiamato, così sono rimasto in atelier. -

- Bravo. In applicazione con chi? -

- Con Rea, mia Signora. -

- Va bene, Davide. Dalli al dottor D'Adua. -

L'uomo bacia il piede di Paola, non quello della gamba accavallata, che mi sarebbe parso più comodo, più a portata, bensì l'altro che poggia a terra. Si rialza, si avvicina a me e mi porge le cartelle ma, naturalmente, non s'inginocchia.

- Prego, dottore. -

- Grazie. - Prendo i disegni e me li appoggio sulle cosce.

Confesso a me stesso di essere spiazzato, stupito e leggermente sconvolto.

La gentilezza, la cortesia e nel contempo la signorile dignità di questi uomini, nonostante tutto, mi sorprende.

L'autista, il giovane dal corpo vigoroso sopra il quale Paola Di Saba sta seduta, questo Davide in cravatta e camicia che si prostra ai piedi della sua padrona con la più totale naturalezza, che le bacia il piede per semplice etichetta, mi tolgono la capacità di giungere a qualche conclusione scontata.

Non sono servili; sono educati a servire.

Ho l'impressione di vivere in un altro mondo, in un tempio matriarcale dove le cose che accadono, accadono per consuetudine e normalità, come se fossero d'ordinaria amministrazione.

Questa non è una casa, e tanto meno uno studio grafico; è un regno. Il Regno di Saba!

Prendo tempo. Apro le cartelle e le osservo con calma.

I disegni sono molto belli: difficile descriverli uno per uno.

Spero che Paola mi vorrà concedere di pubblicarne alcuni in modo che tutti possano capire quello che penso, che provo e che vedo.

Innanzitutto le tavole sono per la maggior parte a punta di pastello ben temperato, di tratto fine, anche se le carte talvolta sono spesse e ruvide come quelle destinate ai colori ad acqua.

I lavori sono realizzati da mano paziente e sicura, meticolosa, attenta ai particolari.

Noto, inoltre, che fra tante figure femminili due sono più spesso ripetute: la donna bionda che sovente è ritratta assomiglia a Paola, mentre la seconda è quasi certamente la splendida bruna ai cui piedi ho viaggiato per due ore.

Uno dei disegni le ritrae insieme, sedute sulle schiene di due uomini. La composizione è chiasmica, ovvero: la donna che credo sia Paola Di Saba poggia i piedi sulla testa dell'uomo sopra il quale è seduta la bruna, mentre quest'ultima permette al maschio che sostiene la bionda di leccarle la punta dello stivale.

Feticismo, un certo sadomasochismo, azioni di dominanza femminile, ma senza eccessi, senza pellami e lattice, senza la pesantezza più spesso volgare delle imbracature di cuoio, dei cappucci, delle pesanti catene, degli strumenti di tortura o quant'altro, oggetti di sottomissione apparentemente coercitiva.

Le donne indossano con disinvoltura indumenti intimi, scarpe dai tacchi alti, talvolta stivali, vestiario elegante, fine, ma niente che non sia vicino alle cose di tutti i giorni. Gli uomini sono nudi oppure vestiti normalmente, sono legati da corde senza nodi inestricabili, o vengono tenuti a guinzagli esili e lunghi come quello che porta al collo il "sedile" di Paola.

C'è raffinatezza in tutto quello che vedo: forse c'è dolore, ma non violenza, se non in pochissimi casi dei quali, senz'altro, chiederò spiegazione alla Signora Di Saba.

Devo farmi coraggio ed entrare nel vivo dell'intervista.

- Sono molto belli, Paola. Sono alquanto diversi da ciò che si vede solitamente. Alludo per esempio ai disegni di Stanton, per citare uno dei più famosi disegnatori erotici del mondo. Oppure ad un altro autore, contemporaneo, un italiano del quale non ricordo il nome, un emergente, con soggetti di evidente feticismo, di adorazione del piede femminile, ma sempre un po' troppo camuffati da un che di parodistico, di gioco a rimpiattino, tesi a non dare esiti precisi... Intendo dire, né di qua né di là! I giapponesi si limitano a sfruttare banalmente le figurine stereotipate dei giochini virtuali: caramelle d'infima qualità. Stanton è senz'altro più chiaro, più autentico, più artista, ma rimane sempre imbrigliato nel fumetto erotico, di tutto rispetto, ovviamente, ma sempre fumetto resta. Qui c'è più sostanza: ogni tavola è in sé completa e non ha bisogno dell'apporto di un'altra, per essere raccontata. Lei, Paola, è decisamente più esplicita, più diretta, più... disinibita? -

- I prodotti grafici che escono da qui sono semplici oggetti di comunicazione. Non invento le scene: le detto. Raccontano quello che normalmente accade durante la giornata. Per questo, forse, sono più espliciti. -

La risposta mi sorprende: quello che vedo su queste tavole, accade normalmente? Cerco di guadagnare tempo.

- Ma... se li intende come mezzi di comunicazione, perché rifiuta le tecniche di riproduzione più comuni? Perché non vuole che siano più ampiamente divulgati? -

- Beh, Carlo... è una domanda strana, da parte sua! Dovrebbe capirlo da solo. Non faccio comunicazioni alle masse. Sono messaggi diretti soltanto a quanti possono comprenderli, perciò ne curo la qualità insieme all'autenticità: un individuo, un messaggio. -

Vero: avrei dovuto pensare un po' di più, prima di porre la domanda. Quello che sto sperimentando oggi non ha precedenti. Né avrei incontrato tante difficoltà per avere un appuntamento, se l'intenzione di Paola fosse stata quella di allargare l'area di ricezione dei suoi prodotti...

- Ha ragione, mi scusi... Posso chiederle che cosa significa che... che Achille, mi pare che si chiami così, che Achille è in applicazione? -

Paola si accomoda meglio sulla schiena del suo trono personale, stende le belle gambe incrociando le caviglie e a braccia tese poggia le mani sopra l'enorme schiavo, la destra sulla spalla, la sinistra sulla natica: l'uomo non muove un solo muscolo.

- Innanzitutto è bene chiarire un punto che forse prima le è sfuggito, Carlo. Quando ho affermato che non invento le scene, ma le detto, intendevo fra le altre cose dire che non disegno, ma firmo. Sotto di me ci sono due disegnatori che vengono dalla stessa scuola, quindi abbastanza simili per tecnica. Uno è più portato verso le figure femminili, l'altro ha maggiori capacità d'impaginazione e una buona mano nel disegnare oggetti o immagini simboliste. In breve, si compensano. Non sempre, però, ottengono il risultato che desidero. A questo punto io o una delle mie compagne li mettiamo sotto applicazione, ovvero gli facciamo vivere in prima persona quanto dovranno in seguito eseguire graficamente. Tutto qui. -

- Già, tutto qui... -

Una simile risposta non me l'aspettavo; va oltre la mia capacità d'immaginazione e oltre i miei più nascosti "desiderata".

- Vorrei farle una domanda alla quale, Paola, può legittimamente non rispondere. -

- Prego! -

Mi carico di sicurezza, respiro a fondo.

- Che genere di considerazione ha, degli uomini? -

Paola ride e sembra divertita. Ha un sobbalzo e ricade pesantemente sopra la schiena del suo schiavo, come avrei potuto fare io sopra il robusto cuscino di questa poltrona inglese. L'uomo non ha fatto la minima piega.

Che bestia! Penso. Deve avere gambe e braccia indistruttibili come colonne di granito; è lì da almeno mezz'ora e quasi sembra che non respiri, che non ne abbia bisogno!

Paola ora si siede di traverso, sopra le spalle di lui, e solleva le gambe appoggiandogliele sui glutei.

- Non se la prenda se rido, Carlo! Era una domanda talmente ovvia che me l'aspettavo, sì, ma all'inizio dell'intervista! Invece è arrivata adesso: un po' in ritardo ma, inesorabilmente, è arrivata! Va beh, gli uomini? Li apprezzo! Non sempre li amo ma li apprezzo. Se questo può toglierle ogni dubbio, Carlo, le dico che sono totalmente eterosessuale e che non me ne faccio un problema, ovviamente. Quando mi va li uso anche per l'amore, nel modo più comune, intendo: amplesso tradizionale, ma sopra ci sto io, e loro fanno quello che dico io. Era questo, che voleva sapere? -

- Sì, no... beh, anche! Ma le chiedevo... Che considerazione ne ha, come li giudica... -

- Li giudico per quello che sono, a seconda di quello che sono! Perché me lo chiede? -

- Temo di essermi espresso male, Paola. Voglio dire... li giudica suoi pari o inferiori a lei? -

Paola mi fissa per qualche istante, riflessiva.

- No, non giudico nessuno per generalizzazioni o per assiomi. Rispetto alle donne gli uomini sono più abili in talune cose e meno in altre. Ogni singolo uomo, inoltre, è diverso, ha in sé qualcosa di eccezionale, di unico, e qualcosa di banale. Gli uomini esistono a compensazione dell'esistenza delle donne, e per nient'altro. Non li considero inferiori, benché lo siano di fatto, ma semplicemente subordinati. Non li umilio per principio o per vendetta, sia chiaro! Non ho battaglie bibliche, anzi prebibliche, da portare a termine. Li lascio essere come sono, cioè sottomessi alla donna. -

- E questo non è già un assioma? -

- Se lo è, è l'unico. - Risponde lei sorridente e maliziosa.

Senza riflettere, sfodero tutto il mio orgoglio di maschio.

- Ne è così certa, Paola? - Chiedo con tono di sfida. - Non crede di esagerare un po'? Non crede che l'uomo sopra il quale lei siede comodamente potrebbe spezzarla come un giunco? -

La Signora Di Saba fa scivolare le sue splendide gambe a terra e si pone di rimpetto a me lanciandomi un'occhiata fulminante.

- Quest'uomo ha la forza di un bisonte, Carlo! Potrebbe spezzare sia me che lei insieme, uno per braccio! Solo che lei morirebbe, mentre io no. -

Ironizzo. - E a cosa si dovrebbe un tale miracolo? -

- Lo si deve al fatto che io sono Paola Di Saba e lei è soltanto un uomo. Mi perdoni se sono così schietta; non intendo offenderla. I muscoli sopra i quali sto comodamente seduta, Carlo, non agiranno mai contro di me. Non possono: non appartengono a lui, ma a me. Sono cosa mia! Semmai agirebbero contro di lei, amico mio, se lo ordinassi. Costui, se solo lo voglio, mi porgerebbe la gola e io potrei schiacciargliela sotto il tallone fino a soffocarlo: non reagirebbe. Si lascerebbe uccidere. Capisce? -

Rido.

- Questa è bella! Ma come può affermarlo? Ci ha provato? -

Paola non sembra aver gradito la mia risata; il suo bel viso da regina del Regno di Saba immediatamente s'adombra.

- Ovviamente, Dottor D'Adua! Nessuno degli uomini che sono al nostro servizio è sfuggito ad un certo collaudo! Qui non entra chiunque; qui entrano soltanto quelli che noi decidiamo di fare entrare, dopo averli attentamente e severamente selezionati, a loro rischio e pericolo. Gli scarti non arrivano nemmeno al cancello più esterno di questa casa! Non le è già parso abbastanza evidente? Vuole vederlo con i suoi occhi? -

- No, lasci stare. Non mi sembra il caso... (la curiosità è forte e m'invade come un morbo; dopotutto è stata lei a lanciarmi questa sfida!)... Anzi, perché no? Diciamo che questo non farà parte dell'intervista. Dal momento che l'invito è venuto da lei, in questo caso, e che io continuerei a non crederle, se non me lo provasse... sì! Vorrei proprio vederlo con i miei occhi! -

Certo di averla messa in difficoltà, mi accomodo meglio sulla poltrona.

Paola si alza in piedi. Immediatamente il colosso si stende sulla schiena, si sdraia a terra e le porge la gola.

La donna gli gira intorno, va dietro di lui in modo che io possa guardarla frontalmente e senza togliersi la scarpa gli appoggia il piede sinistro sulla gola.

Il pomo d'Adamo dell'uomo s'incastra sotto l'incurvatura del sandalo rosso, alla base del fiosso.

L'estremità di Paola sembra una piccola cosa elegante, sopra il collo taurino del maschio...

Lei attende alcuni istanti, mi fissa negli occhi, forse a volermi dire - sei ancora in tempo per ripensarci - ma io mi sento stregato da quest'immagine di donna conturbante, sensuale e bellissima che tiene sotto il suo piede delicatamente velato di seta scura un poderoso e quanto mai inerte esemplare di uomo.

A questo punto Paola, sempre fissandomi negli occhi, inizia a schiacciare la gola del giovane, e spinge... spinge...

Non lo guarda nemmeno: tiene i suoi splendidi occhi fissati, con severità accusatoria, dentro i miei.

Continua nel libro…

 

Il Tempio                                   

 

 

                  

L’ indice dei capitoli

Profilo di un uomo qualunque   7
In viaggio verso il Regno di Saba 15
Paola Di Saba 27
Il ritorno a Firenze 61
Il rientro e l'attesa 83                               
L'ingresso nel Regno 109                           
I giorni dell'affidamento 129                      
Il Tempio della devozione  193                
La quindicesima dea 223         
Virtù e debolezze di Carlo D'Adua 243