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FRANCESCA MAZZUCATO
TRANSGENDER GENERATION
Pizzo Nero
Borelli
PIZZO NERO
Pubblicazione mensile n.28
Direttore responsabile
Gian Franco Borelli
Registrazione Tribunale
di Modena n. 1363 del
gennaio 1997
Prima edizione febbraio 2001
Tutti i diritti riservati
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Fotocomposizione Effedue
© BORELLI SRL
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41100 Modena
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Capitolo 1
A volte penso che la mia voce provenga da mondi lontanissimi, e che sia
stata imbalsamata insieme al mio corpo e alle sue chiavi d'accesso. Una
foto staccata dalla cornice, una foglia di platano accartocciata a
triangolo. Vagina ghiacciata e mummificata, vagina come un iceberg alla
deriva di un mare senza increspature, ma gelido e grigio.
Vagina con un clitoride che le grandi labbra morbide e scure non riescono
a nascondere, clitoride ipertrofico o piccolo pene che sia, vagina che
m'impedisce di morire per le menzogne quotidiane che tentano di fare di me
un tutto.
Una totalità, una sovrastruttura di mistificazioni.
Posso scegliere senza paura un corpo, una voce, una collocazione
geografica.
Anche un'identità sessuale.
Quella che mi pare. Quella che sono capace di inventare.
Ludovica, 33 anni, al momento single. Capace d'amori passionali vissuti in
tutta la loro indecenza e completezza. Alta e formosa. Pelle di magnolia
ammorbidita da creme e oli profumati. Consulente edi-toriale. Quinta
misura di reggiseno e capezzoli spessi e rosei. Io.
Bulimica, a volte capace di scaricare l'anima in ginocchio sulla tazza del
gabinetto. Per poi sentirmi leggera. Una farfalla notturna e silenziosa.
Io. Onanista ed esibizionista. Un po' troia secondo alcuni. Io.
Una parola con un senso instabile. Vita sganciata da ogni regola,
slabbrata e anarchica. Vagabonda della notte e delle periferie
metropolitane. Io.
Gli specchi paralleli frantumano la mia faccia e danno al mio sguardo
espressioni dilatate e irriconoscibili. Una fisionomia, un volto che
cambia, piano piano.
Tracce del viso di mia madre e di mia nonna, tracce shakerate. Non voglio
dire che sto invecchiando, certo. So che, anche se la ricerca è
difficile, il meglio deve ancora venire. Tutto il meglio.
La realtà notturna ed onirica si allontana dalla vita reale, dalla
scansione di un tempo inventato e inesistente. Sono contenuta da una
pietra marina rilucente, verde chiaro. Freno i pensieri e permetto che
dentro entrino solo carezze. Carezze intime e mani curiose che
attraversano, nonostante le pareti resistenti, le mie gambe e il mio
sesso. Mani di donne, uomini e bambini.
In poco più di tre settimane ho conosciuto quattro corpi, ho fatto sesso
con loro senza amore, ho sentito le loro dita nella vagina valutando la
diversa misura dei polpastrelli, la grana della pelle e la capacità di
procurarmi orgasmi, sconvolgenti, a ripetizione. Mi sono divertita con
sperimen-tazioni variabili. Smantellando i giochi consueti, scomponendo le
caselle.
La serata della sodomia invertita. Così l'avevo chiamata.
Pratico fist fucking ad un uomo inerme, massiccio come un giocatore di
rugby, con gli occhi piccoli e liquidi.
Occhi buoni, stranamente indifesi. Infilo la mano fra le sue natiche dopo
avere abbondantemente lubrificato la zona. Lui mi incita: "Avanti,
non avere paura!"
Mi vuole dentro di lui. Mi esige. La mia appendice. Mano e braccio al
posto del cazzo. Un dito, poi l'altro, poi l'altro ancora.
La mucosa diventa larga e accogliente, calda e protettiva.
Una placenta, un bozzolo. E' una strana sensazione di potenza. La mano si
chiude a pugno e procede dentro le viscere, lui geme. Un gemito flebile,
un gemito mai sentito in un uomo. Un gemito da preda inerme.
Lo guardo mordendomi il labbro infe-riore, lui si passa la lingua sulle
labbra. Ha le grosse cosce pelose sollevate e il cazzo è molle, ripiegato
in un angolo. Sembra un enorme ragno scuro, addormentato. Un inutile
orpello. Quello che conta è solo il suo orifizio, il suo immenso
slabbrato orifizio riempito dal mio pugno che esplora.
Sul video del televisore, dal quale ho tolto l'audio, scorrono immagini
d'uomini che si penetrano in posizioni plastiche, e poi appare un
bellissimo transessuale che si mette di schiena e si lascia infilare il
pugno da un uomo con una maschera nera.
Lugubre e determinato torturatore. Alla ricerca delle viscere, come me.
Infila deciso. Fino al polso e poi al gomito.
Guardiamo, compiaciuti ed esausti.
Nessuno dei due è venuto.
Dormi piccola Lola? Diceva mia madre quando voleva svegliarmi per darmi il
bacio della buonanotte, facendo ballare i suoi grossi seni trattenuti a
stento dal bustino, mentre si fletteva per appoggiare le sue labbra sulle
mie. Dormi amore mio?
Di solito mi svegliavo subito, altrimenti accoglievo il bacio in un caldo
dormiveglia: c'era tutto in quel bacio, barlumi d'orgasmo, il sapore del
suo latte e il ritmo primitivo e cullante del respiro. Potevo
addormentarmi pacificata, pronta a perdermi in sogni dai colori
violentissimi.
Adesso non sento l'impronta di quelle labbra, anche se ricordo con nitida
evidenza il loro calore, mentre i sogni sono diventati ripetitivi e
bizzarri.
Capitolo 2
Una provincia americana, ventosa e desolata, vicino al mare. Spiagge di
sabbia scura e onde gigantesche che s'infrangono rumorosamente a riva.
Piccoli windsurf multicolori le solcano veloci, simili a petali di fiori
sparsi a caso da qualche dea degli abissi.
Una sirena dai capelli neri e lunghissimi, decorati di conchiglie, con
enormi seni chiari che spuntano dal pelo dell'acqua.
Una dea pagana, in fondo, una divinità
del piacere, una specie d'irresistibile maestà.
Tossisco, mi risveglio per un istante, ma poi il sogno prosegue proprio
dove l'avevo abbandonato.
La gente è tutta in città. Si sta svolgendo una chiassosa parata sul
palcoscenico di un cinema-teatro. Musicisti country coi capelli lunghi,
bambine prodigio che cantano coi riccioli legati da un fiocco rosa e la
vocina acida, il pubblico che applaude.
E' pomeriggio, ma potrebbe anche essere notte. Non si sa.
Musica, urla, sintetizzatori, luci strobo-scopiche e molto rumore, un
rumore che sconvolge e che fa perdere i sensi e poi piccoli neon nei
corridoi, neon acidi color arancio che mostrano, nella confusione, le
facce ridotte ad ovali senza più lineamenti, rotondi pezzi di pane,
palloncini con gli occhi e la bocca disegnata col pennarello nero.
Dall'esterno, raffiche di vento caldo che scompigliano i capelli laccati
di una spettatrice che sta comprando il biglietto. Vanesia, nervosa, deve
essere terribilmente orgogliosa e collerica, si capisce dai movimenti
stizziti con cui si riaggiusta l'acconciatura. Aria argillosa.
Dentro, poltrone nere e palco foderato di velluti rossi.
Qualcosa di macabro, ma anche di ridicolo, un cattivo gusto bonario e
casereccio. Una vera apocalisse kitsch.
C'è una sorpresa, però, alla fine del concerto.
Tutti, sorridendo, si slacciano i pantaloni o fanno scivolare la gonna.
Avviene all'improvviso, appoggiano gli strumenti, ridono e con una mossa
voluttuosa espongono i genitali, mimano la sguaiata parodia di uno
spogliarello da locale di terz'ordine.
Ma nessuno è quello che ci si aspettava.
Tutto assolutamente diverso dall'appa-renza.
Le bambine prodigio coi boccoli biondi si levano le mutandine bianche, le
fanno scivolare per terra, e mostrano il pisello, un pisellino corto e
raggomitolato come un gamberetto, un pisello senza peli che fa sussultare
di godimento un vecchio con la pancia e le braccia coperte di buchi,
seduto in prima fila.
"Venite a farvi mangiare, dolcezze!",
urla il ciccione sudaticcio chiamandole
a sé, facendo cenni forsennati con le
mani e indicando la protuberanza che comincia a diventare evidente nel suo
basso ventre.
Le bambine col pisellino-gamberetto scendono scodinzolando dal palco,
attirate dal richiamo dell'uomo, lo raggiungono e gli si siedono in
grembo, strusciando la loro nuda evidenza maschile, che tanto contrasta
con l'aspetto angelico dei loro visini, sulle cosce debordanti del
ciccione.
L'uomo le spoglia completamente, ne tiene una su una gamba e una
sull'altra. Hanno minuscole tettine col capezzolo rosa, la pancia appena
arrotondata, il pisello e le gambe coperte da una rada peluria bionda. Le
mani callose del vecchio le percorrono e le accarezzano infilandosi in
tutti gli anfratti, mentre dalla bocca gli esce un filino di bava.
"Adesso vi porto a casa, mie piccoline, anzi miei piccolini."
Sembra un mostruoso orco delle fiabe e si passa la lingua sul labbro
superiore, mentre le bambine si avvicinano alla cerniera dei suoi
pantaloni e la fanno scendere lentamente.
Lui gongola: "Bambine o bambini non importa, ora vi porto con me, non
aspettatevi una casina di zucchero filato, non aspettatevi niente di
preciso. Nella mia stamberga le pareti non sono di cioccolato e le
finestre non sono di glassa o di zucchero a velo, ma c'è un grande
lettone comodo, tutto per noi."
Una delle due gli tira fuori il grosso membro scuro e l'altra dice:
"Ecco come l'avremo quando saremo grandi, guarda che bello."
"Sì, sì, è davvero bello, tu sei l'orco dal cazzo bello!"
"L'orco dal cazzo bello e dalla bocca grande." Ripete l'altra.
Intanto i cantanti country con la voce roca e i tatuaggi sui bicipiti
abbassano i pantaloni di pelle, mentre le fans battono ritmica-mente le
mani.
"Sì! Fatecela vedere!" Urla il pubblico assatanato.
"Dai! Forza!"
Visi maschili con la pelle abbronzata dal sole, mascella prominente, pomo
d'adamo in bell'evidenza. Apparentemente un concerto come tanti. Ed invece
no. Appoggiano
le chitarre elettriche, si guardano ammic-cando, ed esibiscono una fessura
leg-germente slabbrata che troneggia fra le loro gambe pelose, una vagina
marrone, lunga e molle, sulla quale sono rimaste pochissime tracce di una
peluria rada, purtroppo ingrigita.
Una fessura come un taglio di Lucio Fontana venuto male, il ghigno
dischiuso di un cartone animato, carne pendente.
Vecchie vagine da riempire di crema per riuscire a penetrarci dentro con
un membro o con qualsiasi cosa. Poi lo show procede. Fuori l'aria
argillosa ha generato copiosi rivoli di pioggia verdastra, anomali e
mostruosi. Ma nessuno pare accorgersene.
Una raffinata cantante vestita di nero, coi capelli biondi che le scendono
sulle spalle come un mantello, dopo aver cantato e avere eseguito diversi
bis delle canzoni più note, si slaccia i pantaloni e tira fuori un pene,
enorme e turgido, corredato da un glande morbidissimo e da due testicoli
perfet-tamente ovali coperti da una fitta peluria.
Infila la mano fra le palle, stringe il membro alla base con una mossa
vezzosa e continua a cantare, ancheggiando e sorridendo, sorniona. Tutti
urlano, alcuni si accoppiano negli angoli della sala o sul palcoscenico.
Non è facile capire chi e come.
Il romanzo prosegue…
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