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Rosanna Fine
Perfetta congiunzione
Pizzo Nero
Borelli
PIZZO NERO
Pubblicazione mensile n.30
Direttore responsabile
Gian Franco Borelli
Registrazione Tribunale
di Modena n. 1363 del
gennaio 1997
Prima edizione giugno 2001
Tutti i diritti riservati
Stampa Legoprint
Fotocomposizione Effedue
Editing Francesca Mazzucato
© BORELLI SRL
Via C. Morone, 21
41100 Modena
borellieditore@pizzonero.com
http://www.pizzonero.com
Perfetta congiunzione
Si poteva scorgere di lontano. Di una bellezza capace di sommergerti,
un pezzo di terra mediterra-nea, bordata di scogli, dove una costruzione
si nascondeva nel verde. L'isola si chiamava Ikaria, una gemma di smeraldo
scuro incastonata nell'immensità rilucente del mare, un mare di un
turche-se cangiante con le onde che si infrangevano a ritmo regolare su un
gruppo di rocce dalle forme più strane, arrivava invece con un dolce
sciabordio sulla spiaggia. Lì la villa appariva in tutta la sua
ma-estosità, il suo rosa aranciato si rifletteva come in uno specchio: il
restauro le aveva lasciato la di-gnità del tempo che passa: era
circondata da un rigoglioso giardino di grandi piante, aranci, palme e
pini marittimi, un lato era direttamente a strapiombo sull'acqua. Era in
stile veneziano, a testimo-nianza del dominio che la Serenissima aveva
esercitato su quella bella terra greca. Il sole riscaldava i suoi colori e
le dava giusta armonia di ombre e di luci. Alcune aree del parco erano
delimitate da piccole siepi, e le piante contrassegnate da cartelli come
in un orto botanico, ed era un rigoglio tro-picale che spandeva nell'aria
profumi dolci ed inebrianti, olezzo di terre remote trapiantate in quel
pezzo di terra per il capriccio di qualcuno così raffinato da non
accontentarsi della già meravigliosa vegetazione locale. La facciata
aveva una scalinata doppia che terminava sulla spiaggia e sul sen-tiero
che portava alla darsena, le balaustre erano ornate di statue: le finestre
erano come quelle dei palazzi sul Canal Grande, solo più scolpite dalla
luce. Tramandava immagini ed echi di ricordi o di storie passate
fantasticate: notti di Venezia, profumi orientali, rosee albe sul mare,
qualcosa della storia di tutti, come in un film al rallentatore, di quelli
da vedere e rivedere…
All'interno la prospettiva era mossa da scalini e le varie stanze erano su
livelli diversi, gli arredi seguivano l'impronta della costruzione:
antichi, preziosi, con l'aggiunta qua e là, di qualche partico-lare
orientale - un vaso, una statuetta, qualche pezzo di arte africana segno
dell'amore del proprie-tario per il collezionismo, per la bellezza, per i
viaggi. I saloni erano due, uno di rappresentanza e uno un po' più
ridotto ma ugualmente sfarzoso, con specchi, colonnine barocche, preziosi
arazzi e quadri di soggetto mitologico o nudi. Tabacchiere d'argento, pipe
di radica e di schiuma, antichi medaglioni, cammei di tutti i tipi erano
disposti sui piccoli tavolini coperti da sete, argenti e cerami-che che
provenivano da ogni parte del mondo ordinate in bacheche. In un angolo
nascosto c'era uno scaffale coperto da velluti bordeaux sui quali erano
esposti coltelli dalla lama dorata, scimitarre e spade che parevano essere
appartenute a sanguinari pirati padroni e signori di quel mare in un tempo
remoto.
Nella grande sala da pranzo sulla quale pendeva un lampadario formato da
gocce di cristallo ardeva un bel fuoco nel camino, sorvegliato da alari
scuri e finemente lavorati, sebbene la primavera inol-trata già creasse
un piacevole tepore. Ma quella del camino era soprattutto atmosfera e
magari anche una metafora, chissà. Era un'allegra danza di guizzanti
lingue di fuoco. Grandi giare ricolme di rose spandevano il loro profumo
in quell'aria che pareva toccata dai raggi del tramonto, frantumato in un
pulviscolo dorato che accarezzava i volti delle persone.
Quattro personaggi intorno alla tavola chiacchieravano amabilmente. Il
padrone di casa li aveva in-vitati, ma non aveva potuto essere lì quella
sera, ed ora loro, che si erano già conosciuti durante il viaggio in
yacht che da Atene li aveva portati fino lì, prendevano l'aperitivo, si
studiavano e si bea-vano di quella rilassante attesa. Erano due donne e
due uomini sulla trentina, eleganti, molto attra-enti, avevano negli occhi
quella luce di chi conosce bene il mondo e sa godere dei suoi piaceri.
Ve-nivano da luoghi diversi, avevano storie diverse, eppure si sentivano
vicini come non mai anche se nessuno riusciva a capire il legame fra loro
e come mai il misterioso anfitrione li avesse voluti ra-dunare quel
giorno, tutti insieme.
In quel salone c'era una tavola riccamente apparecchiata, ed i bicchieri
erano stati portati da un giovane di colore dal sorriso smagliante e
dall'aria sorniona, gli donava persino la divisa da came-riere con la
giacca dai bottoni d'oro: era aggraziato e si muoveva in fretta,
silenziosamente, aveva uno strano modo di guardare, malizioso, come di chi
aveva visto ed udito molte cose in quella casa.
I quattro personaggi parlavano a bassa voce, senza gesticolare. La loro
conversazione verteva su un argomento assai vasto ed intrigante, forse
l'argomento universale, capace di unire uomini e donne sconosciuti davanti
a un aperitivo. Shamira, dai lunghi capelli neri e dal corpo flessuoso,
vestita con una sahariana di seta giallo ocra, si alzò di scatto e si
sedette a tavola, abbandonando sulla sedia uno scialle velato della stessa
tinta dell'abito, con ricami preziosissimi in oro e argento che
riflette-vano le fiammelle crepitanti nel camino e mandavano bagliori
tutti intorno. Lei era per metà indiana e quello era un oggetto prezioso
ereditato dalla nonna paterna. Guardando gli altri, disse:
- …certo, il sesso può essere anche un mezzo per mettersi in
comunicazione con le forze dell'universo, ed anche una via per migliorarsi
interiormente, come leggere un libro, visitare un mu-seo oppure una
cattedrale… il sesso può servire per mettersi meglio in comunicazione
con se stessi e per assorbire l'energia dell'universo… tutta l'energia…
-
- Sono perfettamente d'accordo - disse Pierre, sorridendole - ma in pochi
arrivano a questo grado di consapevolezza. Molti credono che il sesso sia
soprattutto pulsione animale, necessità fisica, qual-cosa da eseguire il
più rapidamente possibile, per sfogarsi e svuotarsi, senza pensare
all'arte del congiungimento dei corpi, alla magia degli incontri. Un po'
come per il cibo: si mangia per necessi-tà ma si può tradurre questo
bisogno in piacere, con la varietà dei piatti, unendo la curiosità verso
i gusti nuovi alla raffinata conoscenza di quelli noti, insomma farne un
nutrimento anche dello spiri-to. - Pierre arrotava con eleganza la erre e
con le mani aggiustava il colletto di una camicia di lino di ottimo
taglio.
- Già, la componente istintiva ed essenziale c'è sempre, non possiamo
certo negare la nostra natura animale, anzi a volte, quando predomina
sulla ragionevolezza, non dovremmo fare altro che lasciar-la emergere, ma
senza esagerare, semplicemente guidare un po' le pulsioni…
Nadine, capelli lunghi castano dorati, occhi chiarissimi ed abito da sera
in lamé argentato, disse:
- Certo che no. E inoltre siamo l'unica razza vivente su questo pianeta le
cui femmine hanno la stu-penda facoltà di provare l'orgasmo attraverso
quella parte del nostro corpo, celata e preziosa, che si chiama clitoride.
Dovremmo celebrarlo. -
- Non è l'unica prerogativa della nostra razza - ribatté Ludwig, alto,
biondo, con i capelli quasi a spazzola ed una voce soavemente pastosa -
abbiamo anche il linguaggio, la parola. La potenza degli esseri umani
credo risieda nel linguaggio. Siamo animali, certo, ma che hanno raggiunto
un notevo-le livello di evoluzione. Direi che guardando noi, qui riuniti
sotto questa calda luce del tramonto greco, sia persino facile affermarlo
- concluse sorridendo a tutti.
- Allora, mentre ceniamo, possiamo iniziare questa
"celebrazione" a parole. Ognuno di noi può rac-contare una
storia che l' ha particolarmente impressionato, anche non vissuta in prima
persona - dis-se Pierre con aria maliziosa, chinando il capo dai capelli
neri, mossi, guardando tutti con i suoi oc-chi luminosi da gatto, che
risaltavano sull'abbigliamento di un'eleganza impeccabile.
- Che grande idea! Una specie di Decamerone. Allietarci l'un l'altro
confidandoci o inventando vicende capaci di coinvolgerci e di smuovere i
sensi, insomma avremo modo di trascorrere lieta-mente il tempo in questa
splendida magione, di conoscerci meglio e, perché no, anche di eccitarci.
La celebrazione di un rito è il momento d'incontro fra umano e divino.
Eros è una divinità gioiosa: penso che potrà apprezzarci se lo
onoriamo, per ora solo con parole. E tutto questo ci servirà per
in-gannare il tempo nell'attesa del nostro strano padrone di casa. Tua
l'idea, tuo il privilegio d'iniziare per primo con la tua storia, Pierre -
disse Ludwig, mentre una cameriera iniziava a servire la cena.
Cerimonia segreta
- Fuoco -
Il tavolo da pranzo era ovale e apparecchiato in maniera principesca.
C'erano ceste di frutta fresca, rami di fiori chiari appoggiati su vassoi
di porcellana preziosa, candelabri con fregi in argento so-vrastati da
candele profumate alla vaniglia e il nome di ciascuno degli ospiti era
inciso in un segna-posto d'oro massiccio.
Pierre guardò splendere il vino dentro i bei bicchieri di cristallo
davanti a lui. Un bianco fruttato, dall'aroma intenso e profondo.
- Brindo al nostro incontro e alle nostre storie - e alzò il calice -
Sono orgoglioso che spetti a me cominciare. Vi voglio raccontare una
vicenda autobiografica, breve ma così intensa da avermi la-sciarmi un
segno perenne. Mi è rimasta come appiccicata addosso come un tatuaggio,
è parte di me, scritta sul mio corpo, mi è capitata solo qualche mese
fa. E' come se i miei sensi fossero rinati in quell'incontro. Mi sono
liberato dal conformismo e dall'ipocrisia, perché il godimento più
grande è quello di tornare all'origine, purificati da ogni
sovrastruttura. Quello che sto per raccontarvi è stato il mio battesimo
pagano, una cerimonia di profana bellezza che mi fatto capire quali e
quante siano le potenzialità del mio corpo e di tutto me stesso. Ora so
che esiste l'accoppiamento perfetto, come aver trovato l'esatto incastro
della mia chiave con una serratura, quella che ti apre la porta
dell'estasi, ecco io ho provato l'estasi del corpo e la mente ne è
rimasta prigioniera. In fondo desi-deravo mi capitasse una situazione
adatta dove poter raccontare questa storia. Siete le prime perso-ne che
metto al corrente e so che siete le persone giuste. Non so perché, lo
sento.
Pierre aveva mani grandi che usava per accompagnare i discorsi come i
bambini, sottolineando ogni emozione con grande enfasi, ma anche per
creare immagini, per accarezzare i suoi sogni. Era entusiasta di quella
situazione, di avere un pubblico di ascoltatori attenti, rilassati, senza
ansie né fretta, nessuno si curava del perché si trovassero lì e di
quanto si sarebbero fermati. Assaporavano il piacere della reciproca
compagnia e del gioco stuzzicante che avevano organizzato per
intratte-nersi. Era tutto semplicemente naturale. Una cameriera portò una
enorme grigliata di pesce e altre due, con gli stessi occhi colore
mandorla scura del ragazzo degli aperitivi, portarono bacinelle di
ce-ramica per sciacquare le dita e altre bottiglie di vino.
Nel frattempo il ragazzo di colore con gli occhi come mandorle e i morbidi
ricci crespi che gli ca-devano sulla fronte, aveva origliato i loro
discorsi dalla cucina, e il suo giovane membro guizzante gli era
istantaneamente diventato duro nei pantaloni. Aveva sentito il profumo di
Nadine chinando-si per servirla e da dietro la porta aveva fissato le sue
gambe accavallarsi con maestria, così eccitato andò dove era solito
recarsi per darsi piacere. Era una saletta piccola, piena di cuscini: lui
appog-giava i testicoli nudi sul velluto di seta di uno di essi, ed era
come avere tra le gambe qualcosa di vivo, li strusciava e li passava
lentamente apprezzando la morbidezza del pelo di velluto, la sua ma-no si
accarezzava piano poi con una presa più forte . I rituali solitari sono
la prima tappa della cono-scenza del sé e della propria sessualità, il
primo gradino verso la vetta dei rapporti completi, lui stava
sperimentando tutto ciò che poteva dargli soddisfacimento. Quella casa
non mancava certo di cose particolari per gratificare i sensi, lui aveva
trovato una serie di boccette di oli profumati per massaggi, se li metteva
sulle mani, così, lubrificato dal passaggio delle dita, il suo membro
poteva avvertire una sensazione di viscido calore intenso. Man mano che il
ritmo aumentava il profumo sa-liva alle sue narici e lo inebriava, poteva
ora immaginare di avere Nadine sotto di lui ed istintiva-mente le sue
gambe si serrarono intorno al cuscino. La stoffa gli andò tra le natiche,
premendo pia-cevolmente contro l'orifizio anale ed i testicoli, il suo
sesso duro e lucente stava regalandogli sen-sazioni paradisiache era come
suonare uno strumento che non lo deludeva mai e che conosceva
per-fettamente, sotto le sue dita sentì i dotti spermatici riempirsi e la
sua carne irrigidirsi di più, con un fremito ed un sussulto arrivò il
getto dell'eiaculazione. Di solito lo faceva sempre dentro un vaso cinese
dall'imboccatura larga al cui interno erano raffigurati dei pesci rossi.
Immaginò che diven-tassero tanto grossi da prenderglielo in bocca tra
quelle cartilaginose labbra, poi la sua fantasia li modificò subito in
sirene che avevano i capelli dorati di Nadine e glielo succhiavano e
leccavano avidamente... ecco come neutralizzare il loro pericoloso canto,
pensò il ragazzo che era stato alleva-to lì in Grecia: la sua erezione
persisteva, si ricordò di quella volta in cui il vaso era ricolmo di
fiori ed il suo getto vitale li aveva imperlati di una rugiada bianca, gli
sarebbe piaciuto offrili a quella ragazza che spiava sempre sotto la
doccia e che faceva il bagno in mare nuda, erano il frutto dei suoi
pensieri su di lei… tutto ciò che in apparenza è schifoso è ciò che
rende possibile la vita. A-vrebbe continuato a lasciarsi trasportare dalla
sua fantasia di ragazzo ma temendo che lo cercasse-ro, andò a lavarsi ed
a ricomporsi.
Nel frattempo nel salone stava continuando il racconto di Pierre:
- Ho incontrato soltanto due volte quella donna ed ora è entrata nelle
mie ossessioni, nelle pieghe più segrete del mio essere… non saprò mai
chi è, né se la incontro potrò mai riconoscerla. -
I suoi occhi si velarono di un'improvvisa malinconia.
- Perché? - chiese Nadine.
- Perché la prima volta ero bendato io, la seconda lei. Portavamo dei
passamontagna dagli occhi cu-citi, con fuori le orecchie la bocca ed il
naso. Ma procediamo con ordine. Non voglio dimenticare nessun particolare.
Una volta la settimana avevo l'abitudine di trovarmi con un gruppo di
amici piuttosto libertini. Non facevamo niente di eclatante, solo che ci
sentivamo giovani, con il mondo in mano e volevamo divertirci a tutti i
costi: festicciole con belle ragazze compiacenti, giri per locali equivoci
nelle periferie della città, spogliarelli… ogni volta si cercavano
emozioni eccitanti capaci di coinvolgerci. Sempre di più, come in una
roulette russa. Una sera, durante una cena in un risto-rante raffinato
insieme a due splendidi transessuali, l'avvocato M. mi prese da parte e mi
propose un incontro misterioso con bella dama sconosciuta e… che mai si
sarebbe svelata. Questa era la regola da accettare in anticipo. Un
incontro bendato. Per il resto mi prometteva indimenticabili delizie. Ho
accettato immediatamente, pensando che il gioco mi avrebbe intrigato e
divertito molto. Pensavo a una cosa stuzzicante ma normale. Invece no. Non
è stato così. Quell'avventura si è rivelata un'ossessione. Esamino ogni
donna che incontro: ogni voce che sento la paragono alla sua, ogni profumo
che percepisco penso potrebbe essere il suo che si avvicina o che è
appena passato di fian-co a me. Quel profumo inebriante, un nettare capace
di soggiogare i sensi. Guardo attentamente i corpi delle donne ai party,
ai vernissage, per strada, nel tentativo di identificarla, di cogliere
dettagli che mi riportino a lei… qualunque cosa. Mi sento un po' come
invasato, ma non posso chiedere all'avvocato M. informazioni su di lei:
che figura ci farei? …Avevamo un accordo preciso e poi c'è la faccenda
del segreto professionale. So che non mi rivelerebbe nulla, goderebbe solo
del mio di-sagio. Ma sono io che ho accettato la roulette, "les jeux
sont faits monsieurs, rien ne va plus…"
Vivo in tensione, in una continua allerta, ogni mio senso ruota attorno al
medesimo fulcro… lei è diventata il centro di gravità dei miei
pensieri, appena smetto d'essere concentrato su ciò che sto fa-cendo,
riaffiorano ricordi, interrogativi, percezioni… -
- Ho sempre sostenuto che gli uomini siano come il cane di Pavlov: un
insieme di riflessi incondi-zionati che scattano alla vista di… che ne
so… pizzi neri, reggicalze, giarrettiere… che avessero, insomma, un
coinvolgimento più che altro visivo, ma tu non hai potuto vedere nulla…
Sei una rive-lazione… - disse Nadine - sono compiaciuta e allibita.
Anche curiosa. -
- Aspetta. Devi ascoltare il seguito. Quello che ho raccontato fino adesso
è niente. Ho bisogno di tempo. La fretta è nemica delle cose perfette.
Devo parlarvi di dettagli, sfumature. È necessario ave-re tutti i pezzi
del rompicapo, perché questa vicenda è fatta di cose impercettibili…
ma anche per me, perché voglio fissare con questo cemento la materia del
ricordo, la memoria di questi incontri che altrimenti mi sembrerebbero
miraggi. Mi hanno imprigionato. -
- Tempo ne abbiamo, sono certa che il nostro anfitrione per questa sera
non si farà vedere, e sap-piamo ascoltare - disse Shamira nel suo inglese
cantilenate, prendendo un dattero molle e polposo da un cesto ricolmo di
frutta secca - Avanti, narra. -
- Ogni esperienza piacevole, ogni godimento, comprende al tempo stesso
la sua fine, la consapevo-lezza, anche inconscia, della sua cessazione.
Così di un buon piatto, di una bella visione, cerchiamo di assorbire il
meglio perché sappiamo che finirà. Questa esperienza sapevo che sarebbe
stata unica ed irripetibile, con le altre donne c'era sempre la
possibilità, anche remota, di un'altra occasione. In questo caso, ho
iniziato il tutto con un'intensità maggiore, con la coscienza
dell'irripetibilità. E' ora che l'ossessione si è impossessata di me, e
pur conscio di questo non voglio rendermene conto, è come se chiudessi
gli occhi di fronte all'evidenza. Mi lascio trasportare da quei ricordi,
da quegli odori. E' un po' come se la mia vita si fosse fermata in quel
preciso istante e tutto il resto, tutto quello che mi circondava, tutte le
mie precedenti abitudini, siano un museo di oggetti inanimati.
Cominciamo dall'inizio.
Conoscevo le stanze del George V, la loro moquette folta, le finestre dai
tendaggi in velluto ed am-pie. C'era un lieve profumo come d'incensi
orientali bruciati nell'aria, un sottofondo di musica classica - riconobbi
la VII Sinfonia di Beethoven, quella della danza. - Ero emozionato,
protetto dal-la benda, con tutti i sensi in allerta. Mi salutò una voce
femminile dall'altro capo della camera, bas-sa e leggermente nasale, il
francese perfetto, un po' artefatto, forse di chi l'ha imparato altrove.
Si avvicinò parlandomi, poi avvertii le sue mani sulle spalle: non era
molto alta. Accarezzandomi le braccia, lentamente mi sfilò il cappotto,
poi, mettendomi una mano nell'incavo del gomito mi fece sedere sul letto.
Iniziò a slacciarmi le scarpe, le tolse, mi massaggiò i piedi e le
caviglie levandomi i calzini. C'era una lentezza nei suoi movimenti che
richiamava un'artista che modella la creta, e c'era una sapienza delicata
che mi faceva sussultare. Cercavo con tutti i mezzi a mia disposizione
d'immaginare chi fosse e come fosse, le feci scivolare le mani sui
capelli: erano lunghi e lisci, sulle spalle, sulla schiena: era magra ma
non ossuta, muscolosa. Mi slacciò i bottoni della camicia, conti-nuando
ad accarezzarmi: era come se tutto il mio essere affiorasse sulla
superficie della pelle; era come se i miei recettori si potenziassero
improvvisamente, il sangue scorreva più in superficie, av-vertii uno
strano benessere e calore dappertutto, come quando ti stendi al sole:
iniziò l'erezione. La musica sul mio corpo e il mio corpo come musica.
Note lievi di piacere che fluttuavano nell'aria, le sentivo anche se non
potevo vederle e con la mente costruivo la scena. Si tolse il vestito di
ca-chemire e rimase in slip: evidentemente, non indossava né calze, né
reggiseno. Le mie mani fecero conoscenza col suo corpo: aveva seni rotondi
e sodi, fianchi morbidi, ventre piatto, pelle liscia come il raso e
profumata.
Quando uno dei cinque sensi viene a mancare, gli altri si acuiscono
fortemente. Così il tatto diven-ne, per quel momento, la mia vista…
mentre esploravo l'incavo delle braccia, disegnavo cerchi in-torno ai suoi
capezzoli, lisciavo i suoi fianchi, di volta in volta il cervello creava
la sua immagine, progressivamente correggendola. I miei polpastrelli
divennero pennelli e corde vocali; stavamo co-municando con la pelle.
Mi baciò le orecchie, leccandomi i lobi, sentii il suo profumo. Insinuò
lentamente una mano sulla cintura e la sganciò: la mia erezione si fece
prepotente, mi tolse i pantaloni ed i boxer. Con una ma-no a conca mi
prese i testicoli e iniziò a toccarli ed a massaggiarli, con l'altra
continuava ad acca-rezzarmi dappertutto, a volte con il palmo aperto, a
volte con solo la punta delle dita. La pressione era leggera come ali di
farfalla, tracciando spirali invisibili su di me, a volte passando a
spatola più pesantemente.
Mi sembrava che ogni fibra del corpo fosse un reticolato di nervi
periferici, avevo smesso di cercare d'immaginarla, ero concentrato sulle
mie emozioni. Con le dita presi ad accarezzarle il pube ed in-dividuato il
clitoride mi misi a strofinarglielo. Mi baciò con una passione
inaspettata: era un bacio avvolgente e profondo, lei sapeva di vaniglia.
Le nostre lingue si succhiarono e si respinsero, le mordicchiai un po' il
labbro, poi, tornai a quel bacio vaginale in cui le bocche sembravano
diventare vagine, cavità da penetrare ed esplorare con la lingua.
Iniziammo a masturbarci vicendevolmente, con ritmi lenti. La sua mano
aveva una presa stretta, con un dito teso mi sfiorava più in basso, tra i
testicoli. Il mio flusso sanguigno seguiva la sua mano. La baciai e le
leccai il collo ed i seni di nuovo, mentre il suo piccolo clitoride
s'irrigidiva e le grandi labbra si gonfiavano, era bagnata come una bocca
e la sentivo ansimare vicino alle mie orecchie, mi mordicchiava i lobi e
mi passava lentamente le labbra sul collo, mi succhiava dolcemente la
pelle delle spalle. Precipitai in un abisso di desiderio: in quel buio
brillavano per me solo i miei sensi. Ero diventato istinto puro, con un
immenso bisogno di annullarmi in lei, di perdermi nei suoi odori. Quella
benda che si frapponeva fra me e la realtà mi faceva ritornare dentro
ogni sensazione, me la amplificava come un eco. Sentivo i suoi pensieri,
il suo corpo, il suo piacere ed il suo desiderio.
Finalmente sentii che m'infilava un preservativo e si fece penetrare. Tra
quelle pareti di carne senti-vo immerso tutto il mio essere. Avvertivo le
sue contrazioni e le sue vibrazioni: mi pareva d'essere stato preso da
tante piccole morse. I nostri ritmi erano in sintonia.
Mi addentravo sempre più nella sua bramosia e lei nella mia, ma non la
possedevo, non potevo ve-dere le sue espressioni, non la dominavo, anzi:
ero sopraffatto dal suo segreto.
Cambiammo posizione, e così come si era annullato lo spazio intorno a me,
si annullò il tempo. On-de di piacere mi salivano al cervello e si
infrangevano come quelle spumose del mare in tempesta.
Sentivo toccarmi la nuca, accarezzarmi la schiena, tirarmi i capelli, ed
affondare le sue dita nelle mie natiche. Era riuscita, allungando il
braccio, a massaggiarmi con le dita la base del pene: cam-biammo
posizione, la presi da dietro. Lei, piegando il ginocchio, mi mise il suo
tallone tra il mio fondoschiena ed i miei testicoli. Questa doppia
stimolazione mi fece impazzire: le mie pulsazioni si fecero frenetiche ed
avvertivo il battito cardiaco nelle tempie e nelle orecchie.
Sprofondando in una vertigine come quando senti di cadere nel vuoto,
venni. Lei subito dopo di me, quasi in silenzio, ma vibrando e sussultando
tutta.
Restammo abbracciati, ansanti, silenziosi. Ero conscio d'aver partecipato
ad un rito, ad una cerimo-nia arcana dove si celebra la vita: quello era
l'oscuro ed abissale eros primigenio al quale nessuno si può sottrarre…
Il mistero della congiunzione, il prodigio della fusione tra due corpi e
due anime per un attimo mi sembrava che fosse avvenuto. Non una donna con
un uomo, ma la donna e l'uomo: gli archetipi… Forse esagero: è che
effettivamente l'unico vero contatto e scambio che c'è tra l'universo
maschile e quello femminile è il sesso… tutto ciò che non lo è, in
realtà non è che una rappresentazione ed una sublimazione di questo.
Poi, per mano mi condusse in bagno. Mi lavò nella vasca come una geisha,
come una sacerdotessa, un'ancella di Afrodite. La musica di sottofondo,
ora, era quella di Schubert.
In quel momento odiavo quel cappuccio sugli occhi più di qualsiasi altra
cosa al mondo. Mentre m'insaponava la schiena con movimenti lenti e
circolari, le presi una mano, la baciai e la succhiai. La sua risata
argentina, quasi infantile, mi riecheggia ancora nella mente… non so se
era sorpresa, divertita, compiaciuta o se si stava prendendo gioco di me e
che potesse deridermi era un pensiero che mi riusciva difficile da
sopportare. -
- Come ai fanciulli irragionevoli hai mandato loro un castigo di derisione…
una risata ha qualcosa di molto erotico, ha un moto sussultorio e
liberatorio simile ad un orgasmo. L'ha fatta senza di te e ne sei stato
subito geloso - gli rimandò Nadine sorridendogli.
- Può darsi. Poi la sentii chinarsi, con le mani sulle mie spalle. Mi
disse, sussurrando, che ci sarem-mo rivisti, se lo volevo, ancora una
volta. M'infilò l'accappatoio e mi chiese se desideravo qualcosa da bere.
Sentii le sue mani che mi portavano un sorso di champagne con sciroppo di
ribes e quel sa-pore che mi parve squisito mi ridiede un senso di realtà.
Ma fu solo un attimo, poi lei mi baciò ap-passionatamente ringraziandomi.
Sentii la porta chiudersi. Rimasi lì, seduto sulla poltrona, come
i-nebetito, come se quella porta avesse chiuso fuori una parte di me.
Avevo il pene ancora eretto e sentivo dei brividi lungo le spalle e la
schiena, come se le mie terminazioni nervose fossero ancora in subbuglio.
- Post coitum omne animal triste est… - citò Ludwig guardando in
basso, quasi in trance. Poi si ri-volse agli altri: scusate non volevo
tediarvi con una citazione latina, ma ben conosco quella sensa-zione di
smarrimento misto a malinconia - Ma nessuno gli stava dando ascolto,
aspettavano soltanto che il racconto proseguisse.
- Mi tolsi il cappuccio e guardai la stanza. Mi sembrava di vedermi
dall'esterno, di essere uscito dal corpo. Poco dopo entrò un cameriere
con un secchiello, ed una calla bianca con un biglietto "À bientôt"
-
- Molto raffinata… quello è un fiore che rappresenta ciò che in natura
c'è di più esplicito per raffi-gurare un rapporto sessuale. Un grosso
pistillo carnoso, conficcato in un cono cavo turgido ed av-volgente -
disse Shamira.
- Non ci avevo pensato -
- Tu non sei una donna - gli rispose Nadine.
- Sono passati venti lunghissimi giorni, durante i quali mi sentivo come
un irrequieto animale in gabbia. Avevo una fame ed una sete senza
definizioni e senza colori, e di notte mi addormentavo abbracciando il
cuscino, cadendo nell'acuta dolcezza del desiderio. Inutile dire che non
sono riusci-to, nel frattempo, ad avere altri rapporti. Lei è stata come
un virus che mi ha avvelenato i sensi… ogni donna mi è apparsa
inferiore a lei, ogni sensazione banale, scontata. Comunque penso che
quando riprenderò, forse mi farò ancora bendare… L'Eros, sai, è un
percorso interiore: se raggiungi un apice… -
- Non ci dire che sei stato in astinenza per due mesi! - disse Ludwig con
aria furbesca.
- Chi ti ha chiamato di nuovo? - volle sapere Nadine, interrompendo
l'indiscreta questione.
- Sempre l'avvocato M., con un preavviso di una settimana. Questa volta mi
comunicò una variante: il cappuccio l'avrebbe avuto lei. -
- Immagino che la notizia ti abbia acceso non poco… - disse Ludwig.
- Entrai in quella suite, stavolta con una strana calma, la quiete dei
momenti solenni, il controllo di chi sa di non potersi permettere troppa
agitazione o euforia. Lei era seduta in poltrona con una cop-pa di
champagne in mano. Mi diede il benvenuto con aria sorniona, mi chiamò
"amico mio", come se ci conoscessimo. Indossava un kimono di
broccato di seta bianco avorio, con collo e polsi giallo scuro. Anche il
passamontagna era chiaro. Aveva i capelli raccolti a chignon, infilati
dentro così da non farmi individuare tinta e lunghezza. -
- Gli stessi colori della calla, i colori del taoismo… E la sua pelle? -
chiese Nadine.
- Mah! Poteva essere un'europea abbronzata senza i segni del costume,
oppure un'orientale. La bocca aveva labbra carnose, chiare, struccate, con
solo un velo di lucido perlato. La ricercatezza monocromatica del suo
scarno abbigliamento però, mi diede subito un colpo allo stomaco. Non
po-tei fare a meno di pensare che poteva anche avere molti completi di
questo tipo… per molte occa-sioni. La stanza era illuminata fiocamente,
da una sola abat-jour e da tante grandi candele, quelle a più fuochi,
quadrate, a semisfera, cilindriche, profumate. Mi cercò a tentoni, poi,
come l'altra volta, iniziò a spogliarmi, lentamente, bottone dopo
bottone, con il viso vicino a ciò che sganciava. Mi leccò il collo ed i
capezzoli, la sua veste si aprì ed io percorrevo minuziosamente con lo
sguardo ogni centimetro di quello che intravedevo, per fotografarlo, per
imprimerlo nella mente. Lei mi capì e si fece scivolare giù il kimono.
Mi apparve un corpo superbo, in piedi in tutta la sua nudità. Non portava
infatti nessun gioiello, non aveva tatuaggi, e la sua pelle colore miele
assorbiva morbida-mente, sfumandola, la luce delle candele. Calzava
sandali dorati col tacco, molto sottili; le unghie delle mani e dei piedi
erano laccate d'oro. Come un pittore che vuole dipingere nella sua tela
menta-le una figura, percorsi la curva del collo, la rotondità delle
natiche, la linea dei fianchi, più volte, con le mani, con gli occhi, col
pensiero. Aveva il pube rasato, sicuramente per non rivelare ancora una
volta niente di sé… I seni erano piccoli, rotondi, con capezzoli che
spuntavano come boccioli di fiore. Le gambe, ben tornite, con la
muscolatura in evidenza, che guizzava sotto la pelle ad ogni movimento.
Cademmo sul letto. Strusciandosi contro di me, cominciò a baciarmi, a
leccarmi, a passare le labbra ovunque, partendo dal collo per poi
scendere, lentamente. Lingua vorace, morbida come velluto, lingua di
animale rimasto troppo a lungo in attesa. I nostri corpi nudi si
toccavano, si cercavano, i-niziavano ad amarsi. Mi passò la lingua su
tutta la zona pubica, poi lo prese in bocca. Sentivo le sue labbra e la
stoffa del cappuccio salire e scendere lungo il pene. Avvertivo un grande
calore. Il mor-bido e pastoso succhiare della sua lingua e del suo palato,
mi arrivavano fino al cervello .Mi succhiò i testicoli ad uno ad uno, e
la zona sottostante, e continuò per molto tempo a giocare con la sua
boc-ca e la pelle delle sue labbra sul mio sesso . Ero immerso in uno
sconfinato piacere. Difficile trovare le parole. Mente, cuore, sangue e
carne erano una cosa sola, pulsavano all'unisono. Tutto in me era armonia.
Mi sentivo assolutamente presente ed estremamente vivo. Non avrei voluto
essere da nes-sun'altra parte, in nessun'altra situazione. Già mentre ne
parlo, forse, impoverisco quella sensazio-ne, ma sento che devo farlo. Non
so bene cosa mi spinge ma sono certo che voi siete in grado di
comprendermi alla perfezione. Un percorso preciso. Tutti i frammenti di te
che si ricompongono, ogni tassello al suo posto. È così, forse che si
raggiunge uno stato di coscienza superiore dal quale è difficile
retrocedere: è come una droga. Il sesso può essere un grande strumento
di conoscenza, di sé e dell'altro. Per evitare di venire, la feci
smettere ed iniziai io a passarle la lingua fra le grandi lab-bra. Vidi
quelle pareti di carne inturgidirsi ed iniziare a bagnarsi. Lei ansimava
con le narici. Mentre era in quella posizione, con le piante dei piedi
l'una contro l'altra, iniziò a masturbarmi così. Non avevo mai provato
niente di simile. Il mio membro era sollecitato da quella pelle un po'
ruvida, con meno presa di quella delle mani, ma efficace ed insolita. Mi
accorsi che portava un anellino d'oro ad un dito d'un piede. Giocò
mettendomene uno sotto i testicoli e prendendomelo fra l'alluce e l'indice…
ma anche lei ad un certo punto si fermò. Entrai in lei. Mi sembrava di
penetrare anche il suo essere., la sua mente. Credevo di sentire ciò che
provava. L'incontro fra le nostre epidermidi più segrete era come un
congiungimento di nervi, di circuiti sensoriali. Mi mossi con affondi
leggeri, poi mi spinsi più in avanti. Fremeva e si muoveva in modo da
riceverlo a volte più sulle pareti, a volte più anteriormente, oppure
più in profondità., poi con movimenti circolari per sentirlo
dapper-tutto. Cambiando posizione, ci trovammo seduti, lei su di me, si
sfregava con i seni sul mio petto, mi mordicchiava le spalle, mi baciava i
lobi. Cercava il massimo di contatto possibile. Sapeva, con movimenti
sinuosi, farsi toccare dove voleva, si allontanava e si schiacciava. Ormai
ansimava forte, gemendo. Con un gorgoglio, una specie di rantolo, tremando
tutta, venne, abbandonando il capo sulla mia spalla. Mi abbracciò e
rimase ferma così per un attimo. I nostri corpi, gravidi di sudore,
risplendevano alla luce delle candele come specchi d'ambra. Si allungò
tirandosi tutta ed a tentoni prese qualcosa sul comodino. Un unguento
profumato. Me ne cosparse il pene, poi, lentamente, a piccoli tratti, se
l'infilò nel retto. Lo vidi sparire adagio tra quelle rotonde bellissime
porte: sentii d'affondarlo tutto in una calda guaina, stretta e soffice.
La mia eccitazione era scatenata. Spingeva il bacino verso di me e ci
muovevamo in sintonia. I miei testicoli toccavano e battevano contro le
sue grandi labbra depilate. Mi spinse all'indietro, seguendomi, così che
mi ritrovai sdraiato sulla schie-na. Ruotò finché non fu di fronte a me,
sempre trafitta dal mio membro. Mi prese i pollici e li mise sulla vagina.
Si alzava e si abbassava sopra di me, mi assecondava: sembrava una dea
seduta sull'asse del mondo. Percepii le contrazioni e le vibrazioni del
suo orgasmo che si trasmettevano come ondate ad ogni mia fibra, dai
polpastrelli fino alla radice dei capelli. Si irrigidì in uno spasmo di
piacere, per un attimo, come se fosse morta. Anch'io venni e pensai che
davvero è così che mi piacerebbe spirare: con lo sguardo ancora opaco e
con tutti i sentieri dei miei nervi percorsi da un potente orgasmo. Tutto
il mio essere ricondotto ad un unico centro: il mio sesso. Si chinò su di
me, mi baciò e mi confidò che anche per lei era stata un'esperienza
unica, meravigliosa, esaltante ed… irripetibile. Mi chiese d'aiutarla a
rimettersi la vestaglia. La accompagnai alla porta di comunica-zione delle
sue stanze. Mi salutò con un bacio sul collo, abbracciandomi
appassionatamente. Chiuse a chiave la porta dietro di sé. Feci la doccia
e mi rivestii come un automa, come chi ha appena assi-stito a qualcosa di
grande e se ne deve rendere ancora conto completamente. Il mio corpo era
im-merso in un totale stato di benessere, ma la mia mente già iniziava a
tormentarsi di dubbi. Arrivò il servizio in camera e questa volta il
fiore recava un biglietto d'addio. E in quel momento è iniziato il
tormento. Il bisogno folle di rivederla, la sensazione di dipendere dal
suo corpo, che avevo così pro-fondamente esplorato, dalla sua pelle , da
quelle sensazioni che non riuscivo neanche a decodifica-re. Sentivo il suo
respiro, ed il tocco delle sue mani sapienti ancora su di me. Avevo
l'impressione che la mia vita senza di lei sarebbe sprofondata in un
abisso di non senso. L'amore prima del cuore occupa l'immaginazione e
questi incontri lo avevano fatto in modo totale e potente. I biglietti li
ho conservati, naturalmente… mi sono fermato pomeriggi interi al bar
dell'hotel, per vedere se usciva una donna che potesse essere lei, ma
invano…
Qualche volta da dietro mi illudevo che un corpo potesse essere il suo,
raggiungevo allora affannato la sconosciuta, ma appena si voltava sapevo
di essermi sbagliato. " Mi scusi, l'ho scambiata per un'altra".
Non so più quante volte l'ho detto in quel periodo. -
- Se tu sapessi chi è, se tu potessi rivederla, non ti attirerebbe più
di tanto. E' la dannazione dell'uomo, si desidera quello che non c'è, si
desidera una mancanza. È anche il suo segreto che ti affascina. Non sai
vivere una fiaba. I sogni s'infrangono al contatto con la realtà… è
banale, ma ve-ro! La tua ossessione è nutrita e coltivata dal fatto che
non sai niente di lei e che probabilmente non la rivedrai mai più - gli
rammentò Nadine.
- Potrebbe essere qualcuna venuta da chissà dove o potresti anche essere
tu… o Shamira… o una fantasia della mia mente…
- Torniamo a noi. Se tu avessi avuto questo dubbio sulle presenti, non
avresti raccontato questa sto-ria, vero? - insinuò Nadine.
- Mi ricorda un po' Amore e Psiche - disse Shamira - due amanti condannati
a non vedersi mai…
- È vero - disse Ludwig, muovendosi sulla sedia - certo questa, caro
amico, è una bella ossessione… una storia piena di fascino, quasi un
rebus impossibile. Spero potrai venirne a capo, te lo auguro sinceramente.
-
Fine primo capitolo
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