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Paola Enrica Sala 

 

 

Stati di devozione


 

Pizzo Nero
Borelli




PIZZO NERO
Pubblicazione mensile n.31

Direttore responsabile
Gian Franco Borelli
Registrazione Tribunale
di Modena n. 1363 del
gennaio 1997

Prima edizione giugno 2001
Tutti i diritti riservati
Stampa Legoprint
Fotocomposizione Effedue

© BORELLI SRL
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41100 Modena

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http://www.pizzonero.com


DESTINO E FATICHE DI CARLO D'ADUA

Quanto scrisse nel primo volume il mio devoto cronista non è niente rispetto a ciò che deve ancora narrare.
Chi per qualche motivo fosse attratto da questa edizione, ma non conoscesse gli antefatti, è bene che si procuri anche la precedente, il cui titolo è "IL TEMPIO".
Non è un consiglio, è l'unica procedura possibile.
Le mie compagne e io abbiamo piegato Carlo D'Adua, mente e corpo, alla volontà del Regno, l'abbiamo umiliato e torturato senza alcuna pietà fino a farne un devoto di casta.
Egli non è un devoto qualunque ma, in quanto cronista, è la Voce del Tempio di Saba.
Che diventi il favorito di una Signora, che diventi un affidabile o addirittura un eletto, è cosa che riguarda soltanto lui, in base a meriti di diversa natura.
A me, Prima Signora del Regno di Saba, interessava innanzitutto che il mio devoto, alla cui penna ho affidato la narrazione di ciò che accade in questo luogo, giungesse quantomeno al primo stadio d'educazione, cosa che ho ottenuto.
Come abbiamo già avuto modo di accertare, Carlo D'Adua è un uomo dotato d'una grande forza di volontà, d'una notevole resistenza fisica, ma di una natura ancora troppo sentimentale, eccessivamente umana.
Sta lentamente acquisendo coscienza della sua ragione di esistere in questo Regno, muove il suo intelletto verso la comprensione del culto del Tempio, però un residuo d'imbecillità maschile gli impedisce di raggiungere lo stato di perfetta devozione.
Per quanto abbia imparato a controllare e a contenere i suoi sentimenti, egli è sempre innamorato della magnifica Rea e ciò, come già sappiamo, non gli consente di progredire più di tanto.
L'amore è uno: totale dedizione al Tempio e a tutte le dee del Regno di Saba.
I sentimenti intimi, personali, vanno spezzati senza compassione, e Rea è una specialista per casi del genere.
Lo ha marchiato, gli ha dato l'iniziazione, lo ha tenuto sotto affidamento per tre giorni trattandolo come l'ultimo degli schiavi, lo ha sollevato dalla condizione di disprezzato e lo ha reso degno d'intraprendere il suo tirocinio di devoto nel Regno di Saba, ma questo non significa che il compito di Rea sia concluso.
Più lui persisterà nell'amarla, più lei lo umilierà: è una regola!
Il punto erògeno delle dee, la pianta del piede, è per Carlo D'Adua un mistero non ancora risolto, qualcosa che lo attrae, che lo avvicina all'estasi, ma che metodicamente, inesorabilmente, lo consuma.
La mente vuota, il non pensiero, lo stato di perfetta vacuità sono condizioni che il mio devoto scrittore tarda a raggiungere e così facendo corre un serio pericolo: rischia di lasciare la pelle e quant'altro sotto i piedi di Rea.
Benché in questa casa il tempo rallenti notevolmente e solo le stagioni compiute indichino il suo trascorrere, Carlo sta per toccare il secondo anno di permanenza nel Regno.
L'incauta sottomissione a Serenella, la quindicesima dea, gli è costata cara; ha perduto l'occasione di diventare il favorito di una tra le più dolci Signore del Tempio e si è ritrovato al punto di partenza.
I guinzagli delle mie compagne, nonché il mio, hanno perciò agganciato il suo collare senza sosta per molto tempo, sottoponendo il devoto ad ulteriori prove ed insegnamenti, ma di questo ne parlerà dettagliatamente lui stesso.
Io controllo come sempre tutto quello che fa e che scrive, cancello quanto ritengo non necessario o fuori contesto e gli concedo soltanto quello che approvo.
In più di un'occasione l' ho punito severamente: lui sa che non tollero certe brodose divagazioni sentimentali, quei suoi inni d'amore per la sublime Rea che niente hanno a che vedere con la cronaca del mio Regno.
Lo sa, ma nonostante tutto ci ricasca spesso; il rischio è solo suo.
Come è noto, in questa casa anche un inganno fa esame; analogamente, un fallimento non va considerato come una sconfitta e di fallimenti Carlo D'Adua ne ha già collezionati tanti.
Si tratta di vedere se dalle sue esperienze sarà in grado di trarre qualche buona conclusione.
Anche le regole, che faccio rispettare con durezza, hanno più facce ed altrettanti metri di valutazione.
Una dea può trasgredire, entro certi limiti, poiché sa sempre come, quando e perché farlo, né mai potrebbe essere punita, mentre un devoto che cada in qualsiasi tipo di trasgressione ne paga il prezzo.
Non dimentichiamo che il devoto in questione, benché non ne fosse degno, ha bevuto il sangue di una dea e che di quell'esperienza ha saputo dare una descrizione che, sebbene sintetica, é promissoria di futuri miglioramenti, se non altro cognitivi, lungo la ripidissima scala che conduce allo stato di assoluta devozione.
Carlo D'Adua ha un destino già scritto; lui non lo conosce, ma io sì, poiché sono la sua Signora Suprema e ho già stabilito che ne farò di lui.
Non gli conviene deludermi; questo lo sa, così come sa che ogni dea del Regno di Saba ha su qualsiasi devoto potere di vita e di morte.
Le sue fatiche, quindi, riprendono da zero.
Ah... dimenticavo!
Gli avevo concesso di tralasciare la descrizione di quei tre giorni di affidamento correttivo sotto Dominique, la mia bella compagna francese, ma ora, per dovere di cronaca, glie l' ho imposto.
Mi è parso reticente, così l' ho mandato in applicazione da quella che lui ritiene essere la più crudele Signora del Regno di Saba.
In questo momento Dominique si sta occupando di lui; sono certa, perciò, che il racconto del mio devoto avrà luogo da dove pretendo che ricominci, ovvero dal nuovo inizio, là dove Carlo D'Adua, per la seconda volta disprezzato, ha ricominciato a vivere come l'ultimo dei miei schiavi.

Paola Di Saba


L'AFFIDAMENTO CORRETTIVO

Mi ha fatto infilare con il busto tra il bilanciere e il piano del tecnigrafo, poi ha alzato il pedale di sblocco.
Sono rimasto lì per ore, schiacciato tra un cilindro di ghisa e una superficie di legno mentre lei, Dominique, la mia Signora, ha lavorato senza sosta intorno ad innumerevoli bozzetti che i suoi devoti grafici, Achille e Davide, hanno il dovere di realizzare.
Davide ne ha sbagliati tre, Achille due.
Non un lamento dalle loro bocche, ma le sferzate di scudiscio della nostra Signora hanno fischiato come petardi per la festa del Santo patrono.
Non contenta, la dea dagli occhi di tigre ha telefonato a Sabina, la bionda Signora delle palestre.
- Sabina... cara? Hai un'oretta di tempo? ...Sì? Allora ti mando lì Davide; me lo gonfi di schiaffi? Sai, i tuoi ottengono sempre risultati strepitosi... Grazie, tesoro! Au revoir... -
Davide si è prostrato davanti a lei, le ha baciato le punte delle temibili calzature ed è uscito alla svelta, come se stesse andando a fare una commissione qualunque.
Questo devoto è talmente innamorato della sua padrona, così fiducioso di diventarne il favorito, che non si accorge nemmeno di quanto Dominique sia distante dagli uomini, spietata e crudele come soltanto lei, dea gallica omosessuale e bellissima, sa essere.
Egli accetta ed esegue ogni suo ordine nella convinzione di avvicinarsi sempre di più all'impossibile meta.
- Tu, Achille, sai cosa fare! - ha detto la dea.
Il secondo devoto è venuto a tenermi compagnia; si è tolto la camicia bianca, si è sdraiato sul ventre e ha legato il guinzaglio, ancora agganciato al suo collare, intorno alla barra poggiapiedi del tecnigrafo, posandovi sopra la gola.
La nostra Signora gli è salita sulla schiena, in piedi, e ha ripreso nervosamente a lavorare intorno alle sue bozze.
Costretto a testa in giù, pressato tra il pesante cilindro e il piano d'appoggio, vedo gli eleganti sandali neri dal dolorosissimo tacco infliggere al devoto Achille una pena che in questo studio è assai consueta.
Le estremità sottili e taglienti dei tacchi affondano tra le vertebre dell'uomo lasciando ovunque segni profondi e graffi rossastri, ma Achille non emette un solo gemito, tranne quando un piede di Dominique, spostandosi sopra la testa di lui, calca: allora il poggiapiedi di ferro gli schiaccia il pomo d'Adamo e un lieve, quasi impercettibile rantolo di soffocamento gli sfugge.
La bella Signora dai capelli rosso Tiziano non l'avverte. Io sì, ne so qualcosa.
Il prezioso profumo di Francia che emana dai suoi adorabili piedi m'invade le narici e mi concede un certo sollievo, ma anche io, così compresso, ho difficoltà a respirare!
E' chiaro che Paola Di Saba, la mia Signora Suprema, mi ha mandato qui con il preciso scopo di farmi ricordare quanto, nella cronaca precedente, ho chiesto di poter tralasciare.
Ora la prima dea del Regno esige che ne parli e, come è spesso suo uso, me lo fa capire per mezzo dei fatti, non delle parole.
Va bene, mia Signora... come Lei vuole!


Tutto ha avuto inizio dopo che mi sono lasciato corrompere da Serenella.
Avevo raggiunto un discreto stato di devozione, a mio parere; se questa frase rimarrà tra le pagine della mia cronaca, vuole dire che la Signora di Saba non è d'opinione diversa e che io posso affermarlo senza apparire un presuntuoso.
In effetti godevo di certi favori, da parte delle mie dee.
Ero molto richiesto; i loro guinzagli agganciavano il mio collare con assiduità e mai per punizioni corporali.
La dolce Deianìra mi nutriva con le sue urine di miele, Nùr m'istruiva con passione alla pratica dell'amore immobile stringendo per ore il mio membro dentro il suo potente fiore afro caraibico, Maddalena mi concedeva di portarla all'orgasmo e poi versava nella mia bocca i suoi umori fruttati, mi parlava a lungo di cose che altrimenti non avrei mai saputo e mi trattava quasi come un favorito. Sandy, la dea californiana, mi conduceva all'estasi e mi permetteva di venire come un fiume tra i muscoli del suo sfintere al ritmo di un'onda corta, Sara mi onorava spesso di trainarla sotto i portici del chiostro con il calesse dorato e prendeva i miei orgasmi tra le sue belle labbra, Elettra mi teneva sotto i suoi piedi velati di seta, mi svuotava d'ogni forza, ma mi riempiva di meravigliose illusioni e... Rea, la mia amata Rea, mi usava come sedile per i suoi pomeriggi di lavoro ricoprendo la mia schiena di balsamo miracoloso e profumato, grazie ai suoi glutei perfetti, poi mi permetteva di produrre la potente scarica delle dee sotto la pianta del suo delizioso, adorato piede...
Insomma, tutto procedeva bene finché la piccola Serenella, con quel corpo da fata di Camelot e gli occhi blu plumbeo come i mari del nord, non mi ha sottomesso al suo irresistibile potere di dea.
Ella è entrata per mio mezzo nel Regno di Saba e oggi è la quindicesima delle mie Signore.
Io sono ricaduto al più basso livello: da discreto devoto all'ultimo degli schiavi.
Questa è la legge del Tempio!
Non indisporrò la Padrona Suprema ripetendo quanto ho già detto alla fine della mia prima cronaca.
Dopo essere stato disprezzato per la seconda volta, dopo aver trascorso un giorno e una notte legato alla colonnina della balaustra, in fondo allo scalone, in ginocchio, con la schiena nuda offerta agli scudisci e ai tacchi delle mie Signore, Paola Di Saba mi ha mandato per tre giorni sotto Dominique, la dea francese: tre giorni di "affidamento correttivo".
Niente a che vedere con quei magnifici giorni di affidamento iniziatico sotto la mia Rea, giorni che rimpiangerò fino alla fine della mia vita di devoto.
Dominique è puro dolore!
Tanto teneramente ama le sue belle compagne Sabina e Sandy, tanto violentemente esprime il suo disprezzo per i corpi maschili.
Poiché tali siamo per lei: non uomini, non devoti, non esseri che, per quanto subordinati a lei, proni ad ogni sua volontà, stabilmente prostrati ai suoi piedi, vivono e palpitano servendo le loro dee, ma solo spregevoli corpi da abbattere e da martoriare, carne dalla quale ella si compiace di far uscire sangue e di calpestarlo sotto le suole dei suoi elegantissimi sandali dal tacco affilato come un sottile punteruolo a tre lame!
A causa dello stato di disprezzo sono rimasto nudo per tre giorni anche durante questo secondo affidamento, ma non c'era più il bel sole estivo che accendeva il giardino del chiostro, quando Rea mi cavalcava lungo i viali di ghiaia, tra rose scarlatte e ortensie blu indaco, né la frescura rigenerante delle ampie stanze e del bianco Carrara dei pavimenti; questa volta faceva freddo ovunque e le lastre marmoree parevano di ghiaccio.
La bella francese è venuta a prendermi personalmente, quel mattino, alla colonnina dello scalone.
- La tua Signora Suprema ti ha affidato a me. Vuole che ti raddrizzi, ma io ho intenzione di spezzarti la schiena! - ha detto molto schiettamente la mia nuova padrona slegandomi le braccia irrigidite dal gelo.
Ho fatto per onorarla, per baciarle il piede, ma Dominique, arretrando, mi ha sferrato un calcio alla bocca.
Aveva con sé una frusta più lunga del solito scudiscio, quello "d'ordinanza", per così dire.
Non mi ha concesso di camminare in piedi come avrebbe fatto Elettra, non mi ha cavalcato alla maniera di Maddalena né mi ha trascinato col guinzaglio, sia pure a quattro zampe, come usualmente voleva la mia Rea.
Dominique ha preteso che strisciassi fino al suo studio colpendomi senza sosta con quella cosa lunga e flessibile per tutto l'atrio dello scalone, attraverso l'elegante sala del camino, la sala del vestibolo, quella dal pavimento in cotto, due terzi del chiostro di Paola Di Saba e poi... viali di ghiaia fredda e tagliente imbevuta d'acqua piovana, un labirinto di dolore lungo il quale la magnifica gallica ha infierito sopra tutto il mio corpo scagliando fendenti di fuoco fino a scorticarmi la pelle, e se io cedevo, se cercavo qualche secondo di tregua gelida contro il selciato pungente del giardino, lei saliva sopra di me infilando i tacchi nelle mie ferite, poi riprendeva a battermi.
Ho raggiunto la soglia dello studio grafico allo stremo, ai limiti della coscienza, ma l' ho raggiunto!
La mia Signora, usandomi come gradino, è entrata per prima.
- Striscia sotto il mio tecnigrafo! -
L' ho fatto. Lei ha preso il suo guinzaglio e mi ha legato i polsi al bilanciere di ghisa, così che le mie braccia erano tese all'indietro, sopra di me, novanta gradi col dorso, mentre il mio petto stava riverso sopra la barra di ferro del poggiapiedi.
Davide e Achille, dopo essersi prostrati davanti ai suoi delicati sandali, dopo averla onorata, sono tornati ai loro tavoli e hanno ripreso a lavorare in devotissimo silenzio.
La bella e crudele Dominique mi ha usato come un pianale per il resto della mattina.
I suoi tacchi a spillo sono armi da guerra, strali che la dea francese ama usare in continuazione, ma niente è stato più doloroso di quando, dopo quattro ore, mi ha slegato.
Le mie braccia sono cadute come rami secchi e il male si è diffuso dalle spalle alle mani: sembrava che non fossero più cosa mia, che si fossero staccate dal resto di me e solo il dolore mi diceva che erano ancora lì, inutili, quasi morte.
Dovevo trascinarmele appresso strisciando sulle guance perché i muscoli dei miei arti superiori, invasi da crampi, non mi sostenevano.
Impugnata la frusta lunga, Dominique ha preteso che strisciassi ancora fino alla sala da pranzo.
Metà del percorso l' ho compiuto spingendomi con le sole gambe e la faccia, sotto i ripetuti colpi della mia nuova padrona.
Soltanto quando ho raggiunto la sala del camino ho ricominciato a sentire le mie braccia vivere e il sangue che riprendeva a scorrere, con qualche difficoltà, irrorando le vene.
Anche Dominique se n'è accorta e ha iniziato a picchiare più forte.
Giunti in sala da pranzo mi ha ordinato d'infilarmi sotto la sua sedia, quindi si è accomodata, ha posato i tacchi sulla mia schiena e per un paio d'ore si è scordata di me.
Non che questo mi abbia procurato qualche vantaggio: per Dominique non c'è differenza tra un pavimento e un devoto!
Essere sottomessi dalla parte della schiena, come si sa, è nel Regno di Saba segno di disprezzo; nessuna dea rinuncerebbe all'opportunità di una scarica sotto il punto erògeno primario, qualora la volesse.
Credo perciò che la mia Signora Suprema esiga da parte mia una chiarificazione, utile al fine di far comprendere la differenza che corre tra un affidamento correttivo e un affidamento normale.
Quest'ultimo avviene una sola volta, cioè all'iniziazione: l'aspirante devoto viene consegnato ad una Signora la quale avrà su di lui tutti i poteri, compreso quello capitale. La scelta della dea alla quale il novizio viene affidato compete alla Prima Signora, ma la prescelta ha tutto il diritto di rifiutare l'incarico; ciò non accade quasi mai, data l'armonia che regna tra queste dee.
Colei che assume tale incarico è la padrona assoluta dell'iniziato per tutto il tempo che lei stessa riterrà necessario allo scopo di ottenere da parte del novizio un livello di sottomissione accettabile.
Una volta superate le prove dell'affidamento lo schiavo diventa proprietà del Regno e tutte le dee sono sue padrone assolute.
A questo punto egli comincia ad essere educato alla devozione.
Sebbene a me sia accaduto di essere stato disprezzato ancora prima di venir affidato alla mia amatissima Rea, l'affidamento iniziatico non implica necessariamente lo stato di disprezzo.
Ecco la differenza più evidente, un affidamento correttivo include già lo stato di disprezzo. Inoltre, superfluo dirlo, è più doloroso e può rendersi necessario spesso, lungo il sentiero della devozione.
La Signora che accetta l'incarico è padrona unica ed assoluta del devoto, il quale non è più considerato tale, ma ritorna ad essere l'ultimo dei servi, per di più disprezzato.
Il disprezzo è la condizione più bassa, durante la quale non si danno né si ricevono applicazioni erotiche di alcun genere, non si è ritenuti degni di produrre la scarica sotto il luogo erògeno e tutt'al più, unico contatto fisico con le Signore del Regno, si ricevono frustate, calci, colpi di tacco. Si rimane nudi per tutto il tempo, indipendentemente dalle stagioni, e a digiuno.
Così è stato per me.
A fine pranzo Dominique si è alzata in piedi, sopra i miei muscoli lombari, è scesa, ha ripreso la sua lunga frusta e mi ha ordinato di strisciare fino allo studio grafico.
Durante il tragitto attraverso la sala da pranzo e l'attiguo, elegante salotto del camino, ho ricevuto colpi di scudiscio e di tacchi da parte di quante dee erano presenti.
Ad un certo punto la suola di una scarpa si è piazzata sulla mia guancia, schiacciandomi la faccia a terra: dal colore fucsia della calzatura ho riconosciuto il piede della splendida Sara, la Signora delle sodomie.
- Sei ricaduto molto in basso, Carlo D'Adua! Riuscirai a diventare un buon devoto, prima di morire? - con la bocca schiacciata contro il pavimento sono riuscito a rispondere qualcosa che suonava come - Sci… mia Scignora... -
- Già! Sempre che Dominique ti lasci vivere! -
Anche lei, prima di liberarmi la testa, mi ha colpito con lo scudiscio, ma è stato un colpo simbolico, poiché Sara non ama fare male, non con la frusta, perloméno.
Il resto del percorso, se la Signora Suprema lo consente, evito di descriverlo dal momento che tutto si è svolto nello stesso modo del mattino...
Una volta giunti all'interno dello studio grafico Dominique ha ordinato che mi legassi da solo nella posizione in cui si trova adesso il devoto Achille.
Per lui forse è routine, ma per me è stata dura.
Sono portato a credere che Dominique abbia cercato davvero di soffocarmi pigiando sopra la mia testa e schiacciandomi la gola contro la barra di ferro del poggiapiedi, ma dal momento che sono ancora qui e che posso raccontarlo, presumo che si sia divertita a rasentare il limite senza oltrepassarlo; l'avesse voluto fare fino in fondo, niente l'avrebbe impedito.
Dopo un paio d'ore al tecnigrafo la mia padrona assoluta ha preteso che la seguissi, sempre strisciando, ovunque andasse: al telefono, alla scrivania, presso i tavoli dei suoi devoti grafici, alla toilette, laddove, prostrato di schiena, le ho fatto da zerbino, lungo i vialetti dei chiostri, sotto la panchina da lei preferita durante i momenti di pausa, tra siepi rigogliose e ancora fiorite, dove si è attardata insieme alle sue splendide amanti, Sabina e Sandy...
Nota dolente: Sandy, la bella dea californiana del cui favore ho sempre goduto, si è fermata nel regno soltanto quei tre giorni ma, dato il mio stato di disprezzo, non mi ha degnato di un solo sguardo. Non l' ho più vista per altri due mesi.
Ancora, posizione da disprezzato durante la cena, fustigate da parte di tutte le Signore, notte al pilastro di bianco Carrara in fondo allo scalone, freddo umido fino al mattino e, ore sette e trenta, lo scudiscio lungo di Dominique che ricomincia a battere la mia schiena senza pietà, percorso strisciante verso lo studio della mia padrona, chiostri, ghiaia del giardino.
Il secondo giorno pioveva a dirotto.
La bella francese dalla chioma rosso Tiziano e dalle iridi color occhio di tigre è rimasta sotto i portici mentre io attraversavo ventre a terra i labirintici percorsi della corte di Saba.
Non mi ha fatto entrare, col suo guinzaglio mi ha legato per i polsi intorno ad una colonna e mi ha lasciato lì, sotto l'acqua gelida e torrenziale, fino a mezzogiorno.
Questa volta, ho pensato, ci lascio davvero la pelle!
Quando è venuta a liberarmi ero completamente congelato e tremante, impregnato di pioggia fin dentro le ossa.
Ha preteso che strisciassi ancora e, infastidita dai fremiti del mio corpo, mi ha scaldato a forza di scudisciate.
Adorata Rea, mio solo, immenso amore... ce la farò mai a tornare da te?
Poiché mi ero fatto debole e febbricitante e faticavo a salire, strisciando, il gradino della soglia, lei mi ha afferrato per i capelli con ambedue le mani e mi ha trascinato all'interno, quindi è salita sulla mia schiena pesta e ha iniziato a calpestarmi come se di me volesse fare mosto.
Persino Davide e Achille, avvezzi alle bizzarre volontà della loro padrona, se ne stavano impietriti contro la parete a me opposta, in ginocchio, in attesa degli ordini.
- Cosa guardate? - ha urlato la nostra Signora. - Tornate al lavoro, prima che vi spelli vivi! -
Più che convincente: i due grafici l' hanno onorata poggiando le fronti a terra e con fulmineità hanno raggiunto le loro postazioni.
- Al tecnigrafo! -
L'ordine era per me.
Mi ha legato ancora al bilanciere con le braccia tese all'indietro e il petto rovesciato sopra il poggiapiedi di ferro.
All'una, seguita dai suoi devoti, è andata a pranzo e mi ha lasciato lì, appeso come un trancio di vitello.
In sua assenza ho cercato di muovermi il più possibile per evitare crampi alle braccia, ma tutto è stato vano.
Dominique è ritornata alle tre del pomeriggio, mi ha slegato i polsi e, inevitabilmente, sono crollato senza difese, battendo la fronte a terra: il colpo ha rimbombato per tutto lo studio.
Non ho perso i sensi, ma la vista si è sdoppiata e tutto, dentro e fuori di me, s'è fatto confuso.
La Signora ha avvicinato lo sgabello girevole al tavolo del tecnigrafo; ho sentito uno dei suoi tacchi infilarmi la guancia e l'altro conficcarsi tra il collo e la mandibola, ma a quel punto niente poteva più farmi male.
La febbre, ormai altissima, mi aveva avvolto in un torpore cupo, oscuro, ovattato di suoni sordi e indistinguibili.
Il resto dei suoi ordini, non dissimili da quelli finora descritti, l' ho eseguito, lo dico con tutta sincerità, nella speranza di lasciarci le cuoia in fretta!
Le frustate di Dominique, il suo scendere e salire sopra di me con quei finissimi tacchi da guerra, non sortivano più alcun effetto.
Agivo d'inerzia e nel conforto di una folle volontà d'estinzione.
Non era questo, che si voleva da me? Piegarmi fino ai limiti estremi? Non avevo dimostrato alla mia Signora una devozione tale da giungere ad accettare, per sua mano, anche la morte?
Quale affidamento potrebbe mai essere più "correttivo" del suo?
La mattina del terzo giorno, alla prima colonnina della balaustra, la mia padrona assoluta mi ha sorpreso sdraiato lungo lo scalino e non in ginocchio, come lei avrebbe voluto trovarmi.
Ha sostenuto che stessi dormendo e ha cominciato a battermi con quella lunga frusta da martirio fino a farmi schizzare il sangue sopra il bianco Carrara, ma io in realtà non dormivo né soffrivo più: ero in uno stato ormai prossimo al delirio.
Non tedierò la mia Signora Suprema con il racconto di quanto Dominique ha preteso da me durante quel terzo ed ultimo giorno di affidamento correttivo: niente di più e niente di meno dei due precedenti.
A sera, intorno al tavolo rotondo, desco delle dee di Saba, ero ancora sotto i tacchi a spillo di Dominique nella posizione del disprezzo e mi sentivo straordinariamente tranquillo perché, ne sono sicuro, stavo morendo.
Finalmente! pensai. Nel delirio, mi sentivo felice.
A fine cena la Signora francese si è alzata in piedi ed è scesa dalla mia schiena.
Uno dei suoi devoti, non saprei dire quale, ha tolto la sedia alle sue spalle.
La mia padrona si è rivolta alle compagne, tutte presenti:
- Ho qualcosa da dirvi! -
Le dee si sono fatte attente e silenziose.
Poi si è rivolta a me con tono quieto, soave, quasi sommesso.
- Vieni qui, devoto. Fronte a terra, e stai sulle ginocchia. -
Conoscevo già quella richiesta.
Ho fatto quanto mi ha ordinato, ma le ginocchia non mi reggevano più, sono crollato a terra come una cosa vuota.
Ho creduto che la bella e crudele Dominique avrebbe ricominciato a battermi con la sua frusta lunga e non ne ho avuto paura. Anzi, l'avrei desiderato e, se avessi avuto ancora un po' di voce, l'avrei pregata di finirmi in fretta, una volta per tutte!
Invece ho sentito il piede della dea francese posarsi sopra la mia testa con leggerezza, senza pressare.
La sua voce era quella di un angelo.
- Reputo che questo devoto abbia superato positivamente le prove dell'affidamento correttivo, perciò ritengo concluso il mio compito. Sono certa che d'ora in poi si mostrerà degno di ricominciare il suo apprendimento alla vera devozione. Desidero che gli sia tolto anche lo stato di disprezzo, ma l'ultima parola spetta a te, Paola Di Saba! -
Dopo una pausa di silenzio che mi è sembrata un'eternità, la Signora Suprema ha sentenziato - Brava come sempre, Dominique! Va bene! Ti accordo ambedue le richieste. -
Le voci delle mie dee hanno invaso la sala con la consueta allegria.
Riverso sul pavimento, sotto il piede di Dominique, ho atteso che tutte si congratulassero con lei.
Infine la bella francese si è rivolta a me - Ora puoi alzarti, devoto! -
Io, però, non avevo nemmeno la forza di chiudere gli occhi.
Dominique ha immediatamente chiamato i suoi due fedelissimi servi.
- Questo devoto sta molto male. Portatelo subito nel suo alloggio, poi andate dalla vostra Signora Letizia e chiedetele da parte mia che conceda al suo favorito di visitare costui. Rimanete là finché non l' ha visitato e immediatamente dopo venite a darmene notizia. Fatto questo, potrete ritirarvi! -
Non avevo mai udito una voce tanto dolce, tanto bella, tanto lontana dalla crudeltà...
La splendida Signora francese non è quel che sembra, su di lei, con cautela, cercherò di ricredermi.
E' tutto, per quel che ricordo, del mio affidamento correttivo.
Né saprei che altro aggiungere: spero che la Signora di Saba vorrà concedermi la sua approvazione.


Davide nel frattempo è tornato, si è prostrato ai piedi della sua Signora e le ha mostrato il viso, pieno di righi di sangue, gonfio e tumefatto.
- Bel lavoro, la mia dolce Sabina! Adesso torna al tuo posto e cerca di non sbagliarmene altri! -
- Sì, mia Signora. -
- Tu, Achille! Slegati e datti da fare! Se uno dei due sbaglia ancora un esecutivo, la faccio pagare anche all'altro! Chiaro? -
- Sì, mia Signora - rispondono in coro.
La magnifica dea si avvicina al tecnigrafo e appoggia il suo delizioso piede sopra la barra di ferro.
Che altro vorrà farmi, la mia bella padrona?
- Ti è tornato in mente qualcosa, cronista, in merito al tuo affidamento correttivo? -
- Sì, mia Signora. Perfettamente! -
- Sarai in grado di scriverlo, adesso? -
- Non vedo l'ora di poterlo fare, Signora... -
Il suo piede, invece di scagliarsi contro la mia faccia, si limita a schiacciare il pedale di sblocco.
- Allora sfilati da lì e presentati alla tua Padrona Suprema! Credo che abbia qualche cosa da dirti! -
- Sempre ai suoi ordini, mia Signora! -
Mi sfilo, mi prostro ai suoi piedi, li onoro e mi dirigo verso lo studio di Paola Di Saba.


Quello che la magnifica regina del Regno aveva dirmi è quello che ho già scritto; non resta che attendere il suo benestare.



Fine del primo capitolo



INDICE

Cap. I
Destino e fatiche di Carlo D'Adua

Cap. II
L'affidamento correttivo

Cap. III
Letizia e il medico

Cap. IV
Continuare da zero

Cap. V
Il Regno non è uno

Cap. VI
Quel principio etico

Cap. VII
Applicazioni d'Alta Scuola

Cap. VIII
Il compasso e altre meraviglie

Cap. IX
La terribile storia di Pilàr e del suo schiavo Ignacio

Cap. X
Un premio per Carlo D'Adua