Torna alla Home

Alessia Di Giovanni




Dentro di me












PIZZO NERO
Borelli


PIZZO NERO
Pubblicazione mensile N. 32

Direttore responsabile
Gian Franco Borelli
Registrazione Tribunale
di Modena N. 1363 del
gennaio 1997

Prima edizione giugno 2001
Tutti i diritti riservati
Stampa Legoprint
Fotocomposizione Effedue

BORELLI SRL
Via C. Morone, 21
41100 Modena
borellieditore@pizzonero.com
http://www.pizzonero.com






Capitolo 1

La notte è appena scesa. Veloci e compatte nuvole nere la inseguono, mentre lei cala lenta e tranquilla sul mondo, un velo a lutto.
Scosto la tenda e richiudo la finestra. Ormai questa stanza ha ripreso un'esistenza propria, come se nessuno ci sia mai stato o ci abbia mai vissuto, pensato, sperato, goduto.
Proprio lì, sul quel letto di fronte a me, su quel materasso senza vita, vestigia della mia felicità, ho sentito di essere ancora viva. Ho capito che forse ho fatto la scelta giusta. Ma io non ho mai fatto scelte giuste. Impossibile.
Le lenzuola sono state la prima cosa che avevo disfatto, ma erano ancora lì. Giacciono arruffate da un lato del letto. Non ho nemmeno il coraggio di infilarle nella valigia insieme agli altri mille ricordi rinchiusi in questa stanza. Vorrei portare con me tutto.
Il letto ora è spoglio, triste, vuoto.
Esattamente come mi sento io.
La tranquillità del nascondermi vacilla, per la prima volta dopo molto tempo.
E ho paura. Ho sempre saputo che me ne sarei dovuta andare, sono abituata ad una vita fatta di piccoli pezzi attaccati da un filo di niente. Pezzi di carne sfilacciata, dietro cui c'è solo il nulla.
L'animale è privo di ogni spirito vitale, di energia, resta solo il suo sangue, sangue morto. Nessuna speranza, nessun futuro. I miei pensieri pensano così, staccati nel tempo l'uno dall'altro e il mio corpo, il mio io obbedisce, vuoto e inerme.
Arrivo, mi installo in un posto per qualche tempo e dopo qualche mese lascio tutto. E' sempre stato così e sarebbe sempre continuato così. Ma ora sento che è diverso, lascio qualcosa di grande in questa maledetta città e soffro incapace di abbandonarlo, con la pesantezza in tutto il corpo, un'angoscia infinita che mi priva di ogni forza.
In fondo, solo da bambina sono stata per più tempo nello stesso luogo. E poi c'era lei, Sara, la bambina perfetta che tutti i grandi esaltavano, a lei sì che ho voluto bene. Pensare a lei significa perdersi in un mare di sensazioni slegate fra loro, episodi spezzati dove tutto ad un certo punto si perde nel nulla. Non avrei mai potuto abbandonarla, l' ha fatto prima lei. E' stato subito comprensibile il motivo: perché mai avrebbe dovuto rimanere? Per me? Per la sua amica sciocca, impacciata? Troppo imperfetta... per lei. No, io non merito tanto.
L'unico piccolo inconveniente è che, nel fondo del fondo dello stomaco, dove credo abitasse solo il nulla, dove speranze, gioia e felicità convivono nascoste in un mondo senza vento e nebbia, lì, ad un certo punto, una infinitesimale luce di speranza si illumina e cresce d'illusione.
L'illusione della vita.
Quella luce ora è diventata un sole e si sta schiantando contro di me più passano i secondi, i minuti, le ore, facendomi scoppiare da un istante all'altro.
Ho detto basta.
Basta sentimenti, unioni, legami. Me ne è rimasto solo un vuoto senso di inadeguatezza agli altri. Molto tempo fa avevo deciso. E ora non devo fare altro che iterare meccanicamente la mia solita scelta. La fuga. Ma l'illusione continua a scaldarsi sempre più, ad ogni gesto, ad ogni vestito, ad ogni oggetto che ritiro e richiudo nelle valigie, si arroventa, contorcendomi le interiora e rendendomi quel distacco più difficile e complicato. Il più difficile e complicato della mia vita. L'illusione di poter rimanere dove mi trovo, che forse, qualcosa di bello mi sarebbe toccato lì dov'ero, si sta ingigantendo. Allora come una folle, mi affretto a ritirare ordinatamente tutte le mie cose, ricordi scottanti, amari, inaccettabili.
Ho paura, paura.
E vorrei urlare, sedermi da sola, portare le ginocchia al petto, abbracciarle e rimanere così per sempre, seduta. Non pensare.
Ma non posso, se rimanessi Marco mi cercherebbe, chiedendomi una spiegazione, il motivo del mio cambiamento, un perché. E se mi avesse trovata io cosa mai avrei potuto dirgli? Che non lo amavo? Che non volevo andare a vivere con lui?
Menzogne.
Lui mi avrebbe letto dentro e io non avrei mai potuto spiegargli la mia paura di perderlo, di spaventarlo, di soffocarlo col il mio passato che l'avrebbe ucciso o almeno avrebbe ucciso quello che c'era tra noi, l'unica cosa che davvero mi ha mai reso una donna, che mi ha restituito i sogni e le speranze.
Non potrei sopportare i suoi occhi su di me, giudicarmi. Quelli di chiunque altro, ma non i suoi.
"Io semplicemente non sono perfetta come tu mi credi, non lo sono mai stata." Avrei potuto ribattere, ma in quel momento l'avrei già perso.
Perché Marco ha dovuto rovinare tutto?
Mi sembra di vederci, lui ed io, su quel letto, in quell'appartamento di
due stanze, tana dell'ultimo mese del nostro amore...
Giocare a spogliarci, a toccarci pelle contro pelle. Io che gli levavo la maglietta e leccavo il suo torace dorato senza peli e lo attiravo verso il mio seno, caldo, turgido.
Appena varcavamo la soglia di casa ci bastava gettarci un'occhiata e subito la passione ci andava alla testa. Sapevamo bene quanto uno desiderasse l'altro. Era una voglia illimitata che bruciava senza morire mai, ma sempre dolce e sensuale. Non c'era nulla di malato od ossessivo nel nostro modo di scopare. Eravamo calamite, finché stavamo lontani una certa distanza uno dall'altra non accadeva nulla, ma appena ci avvicinavamo era per appiccicarci e stare incollati.
L'incontro non era mai mortale, ma ci vivificava da dentro, ci rendeva vivi e uniti.
Le sue mani sopra di me e brividi, brividi... le sue mani che mi toccavano, che sfioravano i miei capelli biondi, il mio viso, scendendo sempre più giù, sul mio ventre fino a sbottonarmi i pantaloni, per togliermeli. La sua era una scoperta lenta dell'amplesso, un investigare ogni centimetro della mia pelle, un tastare lento e delicato, continuo per oltre un'ora.
Mi faceva morire piano, mi avvolgeva in un torpore che a poco a poco mi annullava in lui. Con dolcezza, io mi cullavo a quegli sfioramenti, la potenza dell'ardore mi si accendeva dentro e come un enorme incendio, bruciava tutte le mie barriere. Lo sentivo percorrere le braccia, arrivare fino alle mie mani, che intanto masturbavano il pene di lui e lo sentivano crescere e pulsare. Lo stesso divorante languore saliva sul mio viso, pensando che avrei voluto affondare in quel corpo che sapeva di uomo, il mio, unico possesso. Lo sentivo dentro la mia figa, che cercava e necessitava della sua esistenza, lo chiamava a sé soffocandomi dalla voglia.
Subito infatti i suoi polpastrelli attraversavano i miei peli e li comprimevano, giocando con quei ciuffi morbidi e biondi, per poi accarezzare il mio clitoride bagnato. La mia figa non avrebbe resistito ancora a lungo, era come se respirasse ad ogni suo tocco, come se fosse stata una bocca che cercava di prendere maggiore aria possibile dalle sue mani copiose.
Cercava uno sfogo, lo desiderava tutto.
Allora io gli prendevo la mano, gliela fermavo, sapevo che se avesse continuato non mi sarei trattenuta da urlare di piacere e io non volevo. Mi staccavo per un secondo da quella pelle umida di maschio che mi richiamava subito indietro, mi inarcavo sopra di lui cercando il suo cazzo ormai duro, infilandomelo dentro, lentamente, centimetro dopo centimetro fino a farlo sprofondare, mentre il piacere cresceva.
Guardavo Marco, intanto. Non tenevo mai gli occhi completamente chiusi. Mi piaceva vederlo sforzarsi, vederlo al colmo dell'eccitazione, dell'esaltazione sessuale. Credo che fosse questo quello che mi eccitasse di più. Sentire di averlo in pugno e di essere contemporaneamente io stessa sottomessa al suo giogo.
Gli stessi sentimenti in due persone diverse, impressi con diversi segni ed emozioni, ma sempre i medesimi, era la prova di essere nati uno per l'altro. Era il piacere supremo, l'incanto, la condizione perfetta, lui dentro di me, e avrei voluto annegare.
Sentivo che lui mi possedeva. Sempre di più.
Ogni volta che si muoveva dentro me, ad ogni inarcata, ad ogni sferzata decisa, ogni volta che il suo membro madido del mio liquido penetrava più a fondo dentro di me, nella mia vagina, mentre mi comprimeva le natiche, me le afferrava, le stringeva, schiacciandomi sopra di lui, ero consapevole che ormai eravamo indissolubilmente uniti.
Uniti, insieme.
Nell'attimo che precede l'orgasmo arrivavo persino a pensare che proprio in quel mezzo secondo prima di perderci nell'infinito godimento sessuale, i nostri corpi si staccassero dalla terra, per rimanere sospesi nell'etere in eterno, avvinghiati così: la mia figa bagnata che fremeva contro la pelle del suo cazzo, sempre più turgido e duro.
E volavamo insieme verso il pianeta del piacere eterno. Tutto era esattamente come l'avevo sempre sognato, godere e sentire senza nessuna rabbia o dolore. Tutto si illuminava con Marco, non c'erano né nei né notti scure, nessuna complicazione, ma solo un enorme grande sole circondava il nostro talamo, scaldando i nostri corpi nudi che si contorcevano insieme, pelle contro pelle, appiccicati nel sudore mischiato e odoroso di sesso.

Marco. Può esistere?
L'ho trovato, dopo troppo tempo. E io lo amo. Ma è per lui che me ne sto andando. Scappo, sì, come una vigliacca, come ho sempre fatto. Nulla di più facile, dopo così tanta esperienza.
I legami necessitano di spiegazioni sul passato, sulla mia vita, sulle mie scelte e sulle mie insicurezze, tutte cose che io non posso fornire, perché io stessa non riesco a fornirne a me. Come mi sia ridotta in questo modo, con la testa nella sabbia pur di evitare i pensieri, non riesco ancora a spiegarlo. Alla fine ho scelto di non riflettere, di evitare di investigare sul perché, dicendomi semplicemente "Si vede che doveva andare così."
Nel fondo del mio io qualcosa però a volte si muove.
Ma ancora una volta quella sensazione la lascio passare e fuggire, senza afferrarla, né interrogarla su cosa ci fosse all'origine del mio perverso nichilismo, del sesso senza fine e senza scopo, del non senso, dello schifo per me stessa.
Mi odio e non capisco come un'altra persona potesse amarmi, nonostante me. Il problema è come spiegare l'avversione per sé ad un altro. Sarebbe come mostrare un disegno senza forma, cantare una canzone senza musica a chi non può né vedere né sentire.
Le mie mani rabbrividiscono e ogni cosa che infilo dentro la borsa scivola, sembra non voler lasciare quel luogo, quasi che ci sia affezionata, quasi a complicarmi l'operazione, già pesante.
I fantasmi del passato non mi lasciano mai, dovunque vada quelli non mi mollano, compaiono in altre facce e in altri incubi, non mi avrebbero mai permesso di rimanere né di essere felice.
Marco non può sapere e nemmeno immaginare chi sia io in realtà. Mi considererebbe una donna facile, una puttana, ma soprattutto mi considererebbe non alla sua altezza, bocciata, respinta, ancora una volta, come era successo da bambina con Sara.
Non voglio soffrire ancora.
Così, disperatamente, ho quasi terminato di preparare le valigie. Nessuna spiegazione. Un modo per punire tutto e tutti. Ma il mondo fuori non sembra affatto aver capito la lezione.
Mentre mi affretto veloce a richiudere tutte le borse, sento le auto scorrere e sollevare l'acqua che giace sulla strada.
Ha cominciato a piovere, una pioggia fastidiosa, leggera ma presente, infinita, silenziosa. Torino è al suo massimo splendore, cupa, dolente, fatta dei dolori e delle gioie di chi ci vive, uguale a tutte le altre città che ho conosciuto. Ma Torino sarebbe rimasta nel mio cuore per sempre.
Lì ho sfiorato la vera felicità, almeno per qualche mese.
I passi regolari sulla strada, sempre più veloci, frenetici mi rendono ancora più nervosa. Mi chiedo dove andrà il mondo... Correre per arrivare prima alla fine, prima che finisca tutto o che sfugga al controllo. Tutto esattamente uguale a sempre. Presto verso una nuova casa, una nuova avventura, un nuovo viaggio... Esattamente quello che avevo desiderato fin da bambina, prima di inaugurare la mia vita con la prima partenza.
Mi tremano le gambe tanto che fatico a stare in piedi.
"Tra poche ore... tutto sarà finito" mi ripeto nella testa.
Marco aveva detto alle dieci da lui.
"Se ti vedrò arrivare da me, allora vorrà dire che hai accettato la mia proposta." Aveva scherzato.
Non sapeva che tra poco avrei lasciato la città.
Quelle valige non sono destinate al suo appartamento. Non avrebbero attraversato il suo ingresso, non sarebbero state riaperte da una Lisa compiaciuta e sorridente, ma un'onda di tristezza le avrebbe protette fino alla stazione, verso il primo treno per Roma.
Le valige mi opprimono, il loro nero mi fa paura, ho paura. La mia mente è già in un altro posto, indefinito, senza colori, senza forma, senza nulla. Il nulla, la mia vita.
Anche quando arrivai la prima volta in questo appartamento, mi era apparso senza pareti, senza finestre, senza luce. A poco a poco però tutto aveva riacquistato la sua essenza, la sua dolcezza, il suo calore. E aveva smesso di essere solo un covo buio, uno scrigno per i miei pensieri e le sue strade, il giardinetto di fronte, persino il traffico della strada sotto mi erano diventati dolci.
Non avevo necessità d'altro. Ero venuta lì solo per dimenticare il mio odio verso di me. Invece avevo trovato qualcuno che mi amava.
Marco non sapeva nulla di me. Aveva sopportato i mie silenzi, la mia durezza, la mia fragilità. Certo qualcosa si immaginava, ma mai la sua fantasia poteva cadere in basso tanto da poter indovinare esattamente chi era la donna che gli stava accanto.
Non voglio essere schifata dall'unica persona artefice della mia sola e sana felicità.
Preferisco scappare. E' più facile, sempre. Ancora una volta la paura vince. Ancora una volta, nonostante il presente, il passato sceglie per me.
Tutto aveva ripreso colore da quando avevo incontrato Marco... Ma il nero ora sta a poco a poco ritornando ad essere la tonalità dominante nella mia vita, fango spruzzato su una superficie perfettamente bianca, candida. Nero il futuro, il mio corpo, le valige e il treno che tra poco avrei preso per allontanarmi per sempre.
Cerco di ritornare con la memoria all'ultima volta che l'avevo visto.
Una settimana prima, circa. Tanto mi ha lasciato per decidere. Una settimana in cui io avrei dovuto scegliere, sceglierlo. Pioveva anche quel giorno.
Chiudendo gli occhi posso sentire il battere della pioggia sui vetri.
Marco abitava in un appartamento all'ultimo piano.
La vista da casa sua era splendida e trovarsi là dava sempre l'impressione di essere tra le nuvole. Ma forse quella era solo la mia impressione.
Lui si era fissato di poter cucinare il pesce senza aver mai letto un libro di cucina in vita sua. Era vero, ma mi divertivo a stuzzicarlo in quel suo punto d'orgoglio. Io stavo finendo di apparecchiare la tavola ridendo mentre lui, con un buffo cappello da chef, spiegava, in un finto francese storpiato, la ricetta dell'elaborato piatto che stava portando in tavola.
Ad un tratto tutto, il trovarmi lì con lui, l'essere così intimi nonostante il poco tempo che ci univa, il poter parlare sapendo che gli sarebbe bastata un'occhiata per comprendermi, che sapeva tutto di me, anche se non gli avevo mai accennato nemmeno lontanamente del mio passato, mi parve come irreale. Non poteva essere tutto vero.
L'ambiguità che ci univa ma che poteva anche dividerci per sempre l'uno dall'altra mi fecero barcollare. Mi appoggiai al tavolo con una mano. Sapeva? Me lo aveva sempre letto negli occhi?
Un tuono fortissimo fece rimbombare la stanza intorno. Il vetro della finestra tremò e mi parve di svenire. In quel momento, piombandogli addosso per lo spavento, sentii, in quel preciso istante, col timore e la paura nel cuore, sentii di avere un bisogno disperato di lui.
Stava accadendo qualcosa di straordinario e di meravigliosamente bello. Il mondo era come fermo. Non mi mossi, rimasi attaccata così a lui. Mi parve un'eternità. Sentivo i muscoli del suo petto sollevarsi ed abbassarsi ad ogni respiro, il suo cuore che batteva. La sua pelle calda sotto la maglietta.
Il tempo riprese a scorrere.
Marco mi strinse forte a lui, mi abbracciò, mi sfiorò i capelli e sollevandomi tra le braccia mi fece sdraiare sul divano. Io tremai ancora più forte. Mi sembrava cullarmi come se fossi stata la sua bambina. Ma piano quelle carezze tenere ed innocenti si trasformarono, le sue mani mi tirarono su la gonna e velocemente mi abbassarono le mutandine fino alle caviglie, quasi a strapparle.
Afferrò entrambe le mie cosce con il palmo delle mani e le allargò, tirandomi verso il suo viso. Lui si era inginocchiato di fronte a me.
Appena le sue labbra toccarono la mia pelle, sentendo che stavano scendendo proprio là dove speravo finissero, una scossa di eccitazione mi percosse tutta la schiena. Iniziai a mormorare parole incomprensibili mentre si avvicinava sempre di più alla sua preda. Una parte di me avrebbe voluto che non la raggiungesse mai, l'altra voleva offrirgliela come pasto sperando che se ne cibasse come un animale affamato, divorandola a morsi. Mi diede un bacio, poi un altro. Facendo roteare la lingua veloce, mi leccò e lì dove passava il suo sospiro la mia pelle fremeva per le fantastiche sensazioni. Intanto le sue mani mi denudavano, scendendo sui miei capezzoli duri.
Sembrava un assetato, mi beveva come se fossi la sua linfa vitale. Anche lui aveva provato la stessa impressione che io avevo sentito poco prima del tuono? Forse che lui avesse bisogno di me quanto io di lui?
Ero nelle sue mani, avrei fatto qualsiasi cosa per lui. Non c'era alcuna sfida, rabbia o violenza tra noi. Sapevo che mai lui mi avrebbe chiesto qualcosa contro il mio volere. Lui era in me.
Ma proprio per quel motivo la settimana dopo sarei fuggita e lui non avrebbe potuto trattenermi. Quella sarebbe stata l'ultima volta in cui mi avrebbe tenuto tra le braccia. Avvinghiavo le mie gambe sui suoi fianchi, ma ero senza forze, mi inarcavo dal piacere sotto il suo tocco. Mi sentii in paradiso, il timore di un attimo prima aveva lasciato spazio all'appagamento dei sensi. Gemevo temendo di sciogliere quell'incanto.
Mi baciò ancora, affondò la sua lingua nella mia figa fin dentro le mie parti più nascoste, sentivo il calore provenirmi dalla sua saliva che calava e bagnava tutte le mie cosce. La sua lingua arrivò fino al mio sedere, girandomi come voleva, afferrandomi per i fianchi morbidi. Da dietro la sua lingua penetrava il mio orifizio, scavava cercando qualcosa, portando liquido, rendendo tutto molle e scivoloso, pronto per ricevere il suo pene, duro e grosso.
Io mi aggrappai con forza al divano, preparandomi a riceverlo. Ero pervasa da un'esaltazione illimitata e mi sforzavo di rimanere calma, quando invece non pensavo a nient'altro che all'attimo che sarebbe venuto dopo, all'idea del suo membro penetrare il mio sedere. E più ci pensavo e più mi eccitavo, e più mi eccitavo più lo desideravo.
"Ti voglio sentire... ti desidero... non ce la faccio più!" mi sfuggì.
Non si meravigliò affatto che fosse stato tanto facile possedermi da dietro. Una sola volta, decisa, forte, che mi diede tanto piacere da farmi quasi svenire. Non avrei vissuto per altro che per quello, se fosse stato possibile.
Quando riaprii gli occhi ero circondata da quell'odore di sesso, dall'odore di sperma misto a quello di figa e sudore.
Odore di godimento.
Lui mi osservava, appoggiato ad un braccio, sdraiato accanto a me, tra le lenzuola arruffate. Appena incrociai il suo sguardo notai che rideva. Mi arrabbiai fintamente, che cosa aveva da sorridere? Lo facevo ridere? Ma appena cercai di scherzare lui si fece serio.
E in quel momento udii le parole che segnarono per sempre la nostra fine.
"Vorrei che tu venissi qui ad abitare con me... tu hai bisogno di me... e anch'io non voglio vivere senza di te, Lisa." Mi sussurrò all'orecchio, avvicinandomi al suo abbraccio caldo e morbido e rimanendo in silenzio, senza pretendere alcuna risposta, alcuna reazione.

Oggi è l'ultimo giorno, quello che avrebbe deciso tutto tra me e Marco.
Tra tre ore esatte io sarei dovuta andare da lui per cominciare a vivere.
Marco mi aspetta.
Tra tre ore, invece, avrei preso il treno. Tra tre ore la nostra storia sarebbe terminata. La mia vita è di nuovo rimandata. Non immaginava nemmeno lontanamente cosa avessero provocato in me quelle sue parole. Sofferenza, inadeguatezza. Se avessi sbagliato ancora il mio fallimento sarebbe stato completo. Il disastro mi avrebbe tolto l'ultima briciola che mi tiene in vita, che mi impedisce di dire addio al mondo, l'ultimo scampolo di vigliaccheria che mi trascina avanti.
Mi sforzo di ripetere di non essere cambiata da tutte le altre volte in cui avevo abbandonato un posto per un altro. Ma questa volta, per la prima volta, non ne sono convinta. E la scelta che sto per fare non mi sembra più quella giusta, però, nonostante questo dubbio, continuo a spostare roba, ad ammucchiarla, ad annotare, a sforzarmi di non dimenticare una cosa, un ricordo. Poi nell'anima all'improvviso una possibilità riaffiora.
"Forse, forse se gli avessi spiegato perché..." penso "Tutti sbagliano..."
Ma c'è errore ed errore. E Il mio mi pare imperdonabile. Mi avrebbe solo odiato.
Subito scaccio quell'assurdità, ripiombando nell'automatismo di prima. Non avrei mai potuto sopportare i suoi occhi blu sospesi sopra di me come una lama affilatissima, pronta a tagliarmi la gola, ad analizzare le responsabilità e le cause di una vita sbagliata.
La mia imperfezione protratta per una vita, smembrata pezzo per pezzo, la mia mancanza di progetti, la mia nullafacenza annoiata.



Fine del primo capitolo.