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Eugenia Romanelli 

 

 

Trop Model

 

Pizzo Nero
Borelli




PIZZO NERO
Pubblicazione mensile n.33

Direttore responsabile
Gian Franco Borelli
Registrazione Tribunale
di Modena n. 1363 del
gennaio 1997

Prima edizione luglio 2001
Tutti i diritti riservati
Stampa Legoprint
Fotocomposizione Effedue

© BORELLI SRL
Via C. Morone, 21
41100 Modena

borellieditore@pizzonero.com
http://www.pizzonero.com

 

 

Introduzione

Il suo vero nome è Lorella Giulia. Fin da piccola tutti la chiamavano Lorella e anche oggi Giulia è un nome d'arte, che nessuno dei suoi amici e delle sue amiche usa.
Conobbi Lorella qualche anno fa, per lavoro: dovevo scrivere un articolo per un magazine sulle modelle oversize in Italia e finii per scrivere un pezzo monografico su di lei.
Mi aveva colpito la quantità di cose che riusciva a contenere, la sua collezione di immagini rare e preziose, la loro commistione, il pasticcio, il disordine. Lorella mi sembrava un frullato, una macedonia, un fritto misto. Che fosse grassa me ne accorsi, certo, ma me lo dimenticai anche molto velocemente. Non pensavo a lei come a una cicciona troppa e vuota e quindi non mi imbarazzava starci insieme. Era bella e viva, grassa e grossa soprattutto nell'anima, più che nel corpo. Aveva una fantasia centuplicata rispetto alla norma, una specie di motore acceso in continua produzione. Mischiava discorsi, idee, racconti, desideri, si muoveva dappertutto senza mai riposarsi, curiosa come una bambina. Non asseriva mai, piuttosto domandava, anche quando già sapeva. Starla a ascoltare era faticoso e difficile, soprattutto per se si era magrolini e stretti, chiusi, impauriti.
L'anno scorso mi suggerì di scrivere un libro che avesse come protagonista una modella grassa. Diceva che i media erano attratti dall'argomento, che era importante trattare il tema, che avrei fatto soldi e carriera. Le proposi di scrivere di lei.

L'idea iniziale era di scrivere una sorta di biografia per raccontare di una bella donna infelice che si era salvata. Io e Lorella volevamo raccontare un mondo grasso e gioioso, alternativo alle avare secchezze che il nuovo secolo aveva preso come modello di bellezza e privilegio.
Quando Lorella cominciò a confidarmi i suoi coloriti amplessi con noti attori, industriali, medici, presentatori televisivi, militari, cantanti, professori, giornalisti, editori, stilisti, decidemmo di cambiare rotta. Avremmo raccontato un'Italia innamorata della taglia sessanta, avremmo documentato invece che spiegato, dimostrato e non teorizzato, semplicemente messo in mostra senza voler convincere.
Il libro doveva intitolarsi "Gli uomini preferiscono le grasse" e illustrare, attraverso i dodici incontri erotici di Lorella coi suoi amanti d'elite, come gli uomini che in qualche modo l'Italia ha scelto come suoi rappresentanti in privato votassero oversize.
Stando al senso comune, i protagonisti dei racconti dovrebbero essere considerati outsider, eroi controcorrente, alternativi alla moda e al costume che pubblicitari, stilisti e leader di vario genere hanno creato per regnare nel nostro mondo. Infatti Pà, Bob, Vit, prof, O., Max, e tutti gli altri, si perdono per una donna dalle forme sconfinate e gigantesche, grandiosa, in eccesso, priva di contorni e misure. E non di esili fili, come la maggior parte di modelle, attrici e cantanti, considerate dai media fra le donne più belle del mondo, ragazzine ossute e sfinite, prosciugate, senza siero e succo, con l'anima appesa.
E' anche vero però che nessuno tra i dodici amanti rinuncia alla propria vita per lei, e Giulia rimane un satellite fuori orbita, isolato, solitario, schizzato via dall'insieme ordinato del Cosmo. Giulia è un attimo nella vita degli uomini, una parentesi, un'ipotesi. E' un momento di verità e scoperte, verifica e confronto, novità e meraviglia, stupore, necessaria forse ma mai sufficiente. Sulla scia di un vecchio proverbio si potrebbe dire che se gli uomini amano le grasse, sposano però le magre, donne comuni, che non rompono e squarciano, non spalancano inaspettate finestre su meandri sconosciuti, ma semplicemente stanno, lievi e invisibili, conservando, tramandando, proteggendo da passioni violente e turbamenti.
Questo libro dunque parla soprattutto di uomini prima che di Lorella, il personaggio di Giulia è un'occasione per dire, un trampolino per nuove idee, un foglio bianco per scrivere una storia, la speranza di uno sguardo nuovo sul mondo e non è la sua vita ad essere narrata ma soltanto tracce di lei, piccoli eventi, momenti fuggevoli. E' anche vero però che è proprio Giulia con la sua vita che tiene insieme i racconti.

Lorella è una donna salvata, ma non Giulia. Giulia è cattiva, invidiosa e gelosa, possessiva, senza senso di sé, senza desideri propri, senza il coraggio di scegliere, senza amore, né per se stessa né per gli altri. Ha forti passioni ma quasi sempre distruttive e violente, riempitive, smodate, senza oggetto. Non conosce una sua differenza tra bene e male, amore e possesso, desiderio e potere, scambio e furto. Si offre per vendetta, si fa prendere perdendosi, facendosi rapire, svuotare, derubare, si dà senza esserci, assente. Usa il sesso per trovare conferme, confortarsi, farsi accettare, specchiarsi, misurarsi. Somma amplessi su amplessi in una sequenza ossessiva e compulsiva di chi ama per bisogno e non per amore, vuoto come un fantasma. La sua vita sembra non avere prospettiva, appiattita in soddisfazioni momentanee, non profonde, che non saziano né rimangono. Le rare volte che sceglie e decide, che contribuisce al rapporto, che sta in relazione, come con Toni ad esempio, lo fa per solitudine e paura, per penuria, astinenza.
Poi però c'è un'altra Giulia, quella di Barry, di Vit, di Max, di O., di Raphael. Una Giulia felice e allegra, viva e non vinta, libera. E' una donna piena, serena, con margini e sfondi, senza sbavature, compatta e contenuta. Una donna bella, nel corpo e nell'anima, piena d'amore e di desiderio, che si è disfatta della malattia, imbelle, vittoriosa. Una donna che fa l'amore per piacere, per gioco, per passione. Che vede se stessa e gli altri, che ha una storia e una meta.
Le due Giulie convivono, come le parti sane e ammalate in ognuno di noi. Questi racconti non vogliono tirare una somma, tracciare conclusioni, non sono una diagnosi né una radiografia. Piuttosto uno scorcio di vita, il pezzo di una storia bella e brutta, la vita di una donna particolare vista dal suo letto. Una semplice testimonianza.

"A cominciare da mio padre" è il racconto più drammatico del libro. Parla di un amore incestuoso voluto e desiderato da entrambi, soprattutto da Giulia.
Ho deciso di raccontare questa storia e di mischiarla alle altre perché la ritengo narrativamente fondante. Credo infatti che la disastrosa ricerca di Giulia di un padre amoroso e del suo affetto sia matrice originaria della ricerca senza sosta dell'amore degli uomini di questo libro. Che infatti hanno caratteristiche simili tra loro: sono molto più grandi di Giulia, importanti come lo è un padre, narcisi, senza amore e a volte cattivi e distratti come era Marino Focardi.
Ho deciso di scrivere questa storia anche per raccontare l'amore in una forma diversa e oscura, primaria. Di amore infatti credo si tratti, anche se frutto di sofferenze e privazioni, di cose spostate e disordinate, fuori carreggiata. Per questo ringrazio Lorella, di aver avuto la generosità di consegnare ad altri e con loro condividere il suo segreto, di aver avuto il coraggio di ricordarlo e di narrarlo con intensità e onestà, senza paura, senza vergogna.

In questo libro l'eros ha due volti, è biforcuto. Ogni racconto offre due sguardi diversi sulla stessa scena erotica, uno dell'autrice e uno della protagonista. Motivo di questa scelta è stato il desiderio di dare voce a visioni molto differenti sul sesso.
Per me leva dell'eros è l'assenza, ciò che non c'è e non si vede. Per questo ho cercato di sbiadire le immagini, sfocarle. Perché credo che quante più immagini si offrano al lettore tanto più lo si privi della soddisfazione di immaginare, dunque di godere. Con questi racconti vorrei, come una favola prima della buonanotte, offrire un suggerimento, proporre una trama, tracciare un percorso Ma non completare un quadro, fare luce sugli indizi, elencare sequenze e fotogrammi, occupando tutto lo spazio fantastico. Mi piace stare in dialogo col lettore e narrare in due la storia, senza dover raccontare solo la mia.
I virgolettati di Lorella invece hanno una dirompente potenza evocativa. Le scene si vedono nette e stagliate in contorni ben definiti, con un prezioso corredo di odori, sapori, contatti. Ci sono i corpi, le voci, le azioni e tutti i particolari. Ovviamente lo scarto tra la visione metaforica del sesso e quella realistica è dovuta anche a una differenza di vissuti, dato che Lorella è la protagonista reale di ciò che descrive.
Consiglio di pensare alla doppia lettura come quando si fanno i conti con prova e riprova per essere sicuri che l'operazione sia stata eseguita correttamente.
Eugenia Romanelli

 

 

Prefazione


Gronda amore, questo libro. Non solo di quello che un libro di racconti erotici promette di offrire, fremono e godono.
Gronda dell' amore più difficile, quello che spesso sta al termine di un percorso duro, amaro, fatto di separazioni, lacerazioni, solitudini.
L'amore per se stesse. Una conquista per molte, prima ancora che per molti.
E trasuda libertà.
Che soddisfazione di fronte alla constatazione che è possibile essere libere. E femmine. In maniera dialettica: incontrando corpi, intrecciando parole. Affermando un corpo difficile. Di quelli che in genere non suscitano competizione tra donne, semmai compatimento. Di quelli destinati a ingombrare i margini. Di quelli apparentemente condannati a un'unica vita possibile, sintetizzata nella parola privazione.
Privazione per eccellenza: il sesso. Che dunque si vuole compensato con il cibo? Errore?
Questi racconti svelano quello che non sappiamo o non osiamo immaginare, chiusi come siamo in forme preordinate (90-60-90 o giù di li ): il sesso praticato da chi porta molto più della taglia 42. Sesso con pollo al curry,aragoste, salmone affumicato e pasticcini. Sesso mangiato, trangugiato, divorato. Goduto. Felice. Libero, appunto. Una felicità contaminata solo ogni tanto dal gusto della rivincita: sulle magre. La debolezza di un attimo. Giustificato, dopotutto.
Testimoniano del percorso più difficile, per una donna: quello dell'accettazione di sé, del proprio corpo, della propria storia individuale, delle proprie radici. E da qui
Questo accettarsi, che nasce la libertà, che nasconde le conquiste, gli incontri, le avventure.
Anche quelle erotiche. Anche quelle con uomini "famosi".
Una banalità solo apparente.
Svelando se stessa, 100 chili, 8.a di reggiseno e 10.a di slip, altezze imprecisate degli amatissimi tacchi a spillo, e il suo concedersi alle fantasie erotiche altrui, Giulia confessa anche il suo percorso nella scrittura: dalle parole che affiorano in maniera convulsa e già belle, un po' come i chili, forse, all'espressione ordinata ed elegante - trama, inizio e conclusione, momento topico e suspence - di racconti veri, non sfoghi. Una trasformazione che avviene nella relazione con un'altra donna. Di cui Giulia dice, lealmente e intensamente, ruolo e personalità, forze e debolezze, prendere e dare.
Una bella lezione.
Molto di più che un libro di racconti erotici per grassi
e, dunque. Meglio non porre limitazioni, come anche la sua storia insegna.
Cristiana Scoppa




A COMINCIARE DA MIO PADRE

In quei tre mesi successe tutto quello che non accadeva da sempre. M'infilai nella sua debolezza per prendergli tutto, anche la vita.

"Tornando da una lunga e noiosa mattinata di commissioni lo trovai seduto in corridoio. Triste e con gli occhi più arrossati del solito. "Vieni a sederti in camera, babbo - gli dissi dolcemente - adesso arriva la pappa". "Non ho fame", rispose lui perentorio.
Avevo indossato un sottabito di seta rosa.
L'infermiera posò il pranzo sul tavolo vicino alla finestra. Presi mio padre sotto braccio e lo feci alzare trascinandolo quasi fino al tavolo. "Ti ho detto - ripeté indispettito - che non mangio". "Neanche se - azzardai io - ti imbocco?". I suoi occhi si illuminarono di colpo.
Soffiai sul cucchiaino colmo di semolino e dopo averci passato le labbra e la lingua lo portai alla sua bocca. Ad ogni cucchiaiata mi sporgevo sempre più verso di lui. Lo guardai: la sua pelle bianchissima e tempestata di efelidi su tutto il corpo era la mia pelle. Le sue folte e lunghe sopracciglia erano le mie sopracciglia, i suoi capelli finissimi erano i miei. Capelli di seta, li sentivo sotto la mano accarezzandoli. Aveva un corpo glabro, senza manto e le mani lunghe che ancora sento avvolgere le mie, piccoline, quando vado a sedere sulla panchina del parco della clinica.
La zuppa inglese gliela feci mangiare direttamente sulle mie dita mentre i suoi volumi aumentavano vertiginosamente e io mi sentivo un'imperatrice.

Caro babbo,
ti osservo dormire tranquillo in questa notte d'estate dall'aria robusta. Le rugiade e le clorofille smosse da un vento leggero si sono profuse nell'aria, dappertutto. Adesso che finalmente ti ho trovato, ti stai per lasciarmi. Mi sento intorpidita da una prorompente nostalgia ma anche da una strana felicità e disegno le tue mani e il tuo volto, come a tessere una tela di ragno. Ripeti spesso che senza di me hai paura. Avrò anch'io paura, senza di te, tanta paura. Quanti amanti ho avuto per inseguirne uno solo! Pienare tutto il vuoto in un momento solo non è possibile, ma forse attutirne l'eco sì.

Ci avevano assegnato una camera nell'ala est, proprio sotto le chiome eleganti dell'oleandro e della gardenia. Posai le valigie per terra e aprii la finestra. Erano i primi di maggio e non senza un certo timore mi chiedevo quanto tempo mio padre ed io avremmo trascorso in quella clinica di lusso sui colli fiorentini. Il profumo dolce e intenso dei fiori bianchi di gardenia inondò la stanza facendoci dimenticare per un attimo perché eravamo lì. "Ricordi Giulia quando mettevo la gardenia all'occhiello?", chiese mio padre con le lacrime agli occhi. E come dimenticare, avrei voluto gridargli io che ogni sera lo spiavo ingozzandomi di pastine mentre si preparava allo specchio, per uscire. Ma tacqui. Gli accarezzai la testa, sorpresa della sua grave malattia e della sua intatta bellezza. Aveva piedi e mani quasi femminei, una fronte alta e spaziosa, le sopracciglia bionde e folte. Naso piccolo, identico al mio. Era sempre stato bellissimo, un collezionista di belle donne.
Mi chiedevo e mi chiedo tutt'ora cosa mai gli passava per la testa quando si guardava allo specchio per tutte quelle ore. Continuava a farlo anche durante la malattia, anzi forse di più. Coi grandi occhi verdi iniettati di sangue e il viso un po' smagrito mi diceva, ogni giorno: "Giulia vieni a guardarmi, sono pallido, vero?". Voleva che stessi accanto a lui mentre si guardava allo specchio per misurarlo, ridefinirlo, scontornarlo. Adesso che aveva paura di morire ma anche come sempre, fin da quando ero bambina.
Continuai a correre allo specchio per tutti e tre i mesi della clinica dimenticandomi per un po' il mio patto, stare lontano dalla mia immagine deforme, slargata, che mi faceva soffrire perché non era la sua.
Era un'ottima occasione per prendere ancora un po' di lui, dopo una vita senza, prima che mi lasciasse per sempre.
Una mattina, dopo pochi giorni che eravamo arrivati alla clinica, lo trovai immobile davanti allo specchio. E mi affrettai a soccorrerlo, vedendolo sgomento. "Babbo, sei solo stanco", dissi alzando lo sguardo lentamente su di me e su di lui. I miei seni gli sfioravano le spalle, il collo, i capelli.
Fu allora che si accorse di me per la prima volta.
"Sei bella, Giulia", mi disse amoroso. Mi fece male quel complimento tardivo, segnava un'occasione mancata, un amore perduto, l'irreparabile. Avrei voluto inveire contro di lui, ma riconoscermi allo specchio, dopo tanti anni, mi aveva come alleggerita, medicata. Teneramente gli accarezzai la testa e lo aiutai a coricarsi. Aspettai un buon quarto d'ora e uscii in giardino.
Le sere di primavera sono afrodisiache, un sussumere di odori, rumori. Mi sentivo incredibilmente sveglia, mi si era come infiammata la vita. Una novità per me che cercavo sempre l'autunno, serale, triste, come ero io (quante manciate di lui nel cuore ogni volta che un albero arrossiva e poi ingialliva).
Quando risalii in camera mi fermai a baciarlo sulla fronte. Avevo deciso la mia vendetta.
L'afrore di sigaretta che avevo appena fumato lo invase. Sapevo che privarsi di quel piacere che aveva compulsivamente cercato per tutta una vita, ammalandosene, era per lui insopportabile. Sapevo che improfumarlo con l'odore di una sigaretta che di solito non fumavo avrebbe eccitato in lui un desiderio feroce. Di quel desiderio mi sarei impossessata io, l'avrei controllato, gestito, manipolato con un potere assoluto, che non avevo mai avuto su di lui e che avevo sempre disperatamente desiderato. Era nelle mie mani, malato, impaurito, fragile. Gli ero indispensabile, finalmente.
"Giulia, dammene una, ti prego", mi chiese piano. "No, Babbo, il medico te le ha vietate", risposi. "Allora abbracciami e non mi lasciare", disse aggrappandosi a me. Una scossa di ribellione mi invase, ma lo tenni stretto, cullandolo. Poi alla sua mano unii la mia, sopra la coperta fiorita, mentre lui si muoveva seguendo un ritmo, solo suo.
La mattina ci svegliò l'aroma del caffelatte. Mi chiese la brioche appena morsa, la mia. Aveva paura di me, della voglia che gli tiravo fuori. Aveva paura che lo lasciassi.
Una mattina mi chiamò per lavargli la schiena. Mi sedetti sulla vasca e presi la spugna già pregna d'acqua e schiuma che mi porgeva. Gliela strizzai sul collo e poi giocosamente cominciai a zigzagare sulla schiena con le unghie. D'improvviso mi alzai e uscii, lasciando la porta del bagno leggermente accostata. Attesi con rabbia una verifica del suo amore. Infatti lo sentii sospirare, appena gemere. Solo.
Intorno a noi, alla clinica, c'erano sempre tante persone. Eppure ci sentivamo soli, chiusi nei nostri due mondi separati da sempre e riuniti in ritardo, di colpo.
Il Babbo si era separato dalla mamma tanti anni fa. Scioccamente, perché anche la mamma era bellissima, come tutte le centinaia di donne che lui attirava nella sua tela. La sua brama di vita si esprimeva in una forma astrusa e cattiva di collezionismo: più donne aveva e più si sentiva bello. Io ero gelosa, pensavo che se il Babbo le guardava tutte meno che me era perché ero grassa, non gli assomigliavo. Non sapevo che da generazioni la sua famiglia partoriva femmine, che non ne poteva più di perdere potere, che si sentiva debole con una figlia femmina, solo. Non capivo che il Babbo senza saperlo amava gli uomini, uguali a lui perciò belli e familiari, e non vedevo come i suoi profumi, i suoi vestiti eleganti, quei modi gentili non erano pensati per sedurre donne. Non avevo capito fino ad allora. Mi fu chiaro tutto di colpo, quando scoprii la sua paura di morire. Aveva amato per bisogno e per vendetta, non col cuore. Si era protetto dalla paura della solitudine e nient'altro, non aveva mai regalato niente a nessuno. Anzi, spesso aveva rubato, come per esempio a me la vita.
Alla clinica la domenica era un giorno speciale, si mangiavano lasagne al pesto. Mio padre mi aspettava alla finestra, gli piaceva vedermi arrivare con la teglia fumante. Dopo mangiato lo accompagnavo in giardino. Io leggevo e lui giocava a carte con gli altri pazienti. Di solito rientravamo verso le cinque.
Una domenica volle tornare prima in camera e mi chiese di tenergli la testa in grembo. "Come sei tiepida, Giulia", mi disse soltanto. Rimase così per ore, poi iniziò a baciarmi. A tarda notte eravamo ancora stretti l'uno all'altra, intontiti, impauriti. Non sapevamo spiegarci, distaccarci. Era più bello uniti.
Ero felice, pur nella pazzia, perché pensavo che ciò che da bambina avevo sempre sognato adesso era a portata di mano, di corpo. Anche se non sapevo se prenderlo o lasciarlo, se farmi marchiare a fuoco. L'amavo così tanto da non trovare spazio per niente altro.
Per il suo sessantesimo compleanno gli regalai sessanta rose rosse. Era passato un mese e la clinica sembrava già più familiare. Il Babbo desiderava i miei baci ogni giorno di più, pronto a soccombere ad ogni mia carezza come un amante perfetto, finalmente curioso di ogni mio gioco. Una mattina, ancora intorpidito dalla notte, mi disse: "I tuoi fianchi, maniglie di velluto. Sei bella così morbida, una marea in cui cullarsi". E alzandosi si appoggiò a me, affondando le mani nella cane, tra le mie pieghe.
Qualche volta, a notte fonda, si infilava nel mio letto e mi chiamava "figlia mia". Gli facevo sempre posto. Di giorno invece era sempre più difficile incontrarci, ci sentivamo scoperti, puntati, senza tetto. E lui si nascondeva dal nostro segreto guardando il colore delle mutandine delle infermiere. Ma sapevo che ormai era mio, che voleva solo me.
Io in quel periodo ero bellissima, trionfale. Portavo sempre il rosso, il colore del sacrificio. Mi sentivo rigenerata, esposta allo sguardo di un dio, eletta, prescelta. Un vero privilegio. Speravo che morisse velocemente, mi tormentava l'idea di perderlo, proprio adesso, di nuovo.
Una sera tornai in camera da sola, lui aveva preferito rimanere a leggere il giornale in veranda, con gli altri pazienti della clinica. Mi stesi sul letto pensando al suo giubbottino di velluto tutto rattoppato, vecchissimo, che non si voleva mai togliere, da anni. Odorava di terra bagnata, di sottobosco. Quel profumo mi pervase e chiusi gli occhi. Poi con rabbia e paura immaginai le sue mani lunghe, la nuca forte, la testa ben disegnata, la bocca e il viso. Toccandomi.
Da quel giorno fino alla sua morte quando facevo l'amore con Pit, il mio ragazzo, godevo pensando al babbo, a quanto era bello.
"Imboccami", mi chiese una sera. Ormai non frenava più nessun desiderio, nessuna richiesta, era in balia delle sue ansie e dei suoi bisogni, come un infante. Io potevo tutto. Cominciai ad avvicinargli con la forchetta bocconi gustosi di spezzatino al sugo e purea. Mi divertiva fargli aprire la bocca, entrargli dentro o girargli intorno, saziarlo o invece tradirlo allontanandomi, mentre lui continuava a cercarmi con le labbra. Come il capitano di una nave decidevo tutto, la rotta, l'intensità dei motori, calcolando ogni possibile pericolo. Mi piaceva portarlo fino al limite, spingerlo a desiderarmi fino al dolore.
Quella sera volli che mi succhiasse il petto. Poi mi appoggiai sul suo ventre nascosto sotto la coperta spessa e lo sentii duro come l'acciaio.
Pochi giorni dopo morì e io fui liberata per sempre.

In quei tre mesi riuscii a riprendermi ciò che il Babbo mi aveva tolto per una vita intera, l'amore.

Oggi di lui mi rimane una vecchia macchina, una Fiat Centoventisette verde pisello che guido ogni giorno. E ogni tanto, forse quando ancora vuole dirmi qualcosa, dai sedili posteriori si libera quell'odore di velluto vecchio, di terra bagnata, di sottobosco.

Fine del primo capitolo





BIRICCHINI

La lettera era stata pubblicata su "La Repubblica" da Barbara Palombelli e aveva suscitato grande interesse in tutto l'ambiente mediatico. Giulia si era raccontata in modo originale e intenso e molte redazioni l'avevano cercata per intervistarla.
Quella mattina arrivò una telefonata particolarmente gentile, invitante. Non era la solita segretaria col tono sbrigativo e imperioso ma una voce attenta e presente. Si chiamava Valentina, era la redattrice di una trasmissione mattutina molto seguita, e anche una scrittrice di successo. Chiese a Giulia se la lettera pubblicata sul quotidiano era farina del suo sacco, o se piuttosto non fosse una fiction giornalistica, una piccola trappola studiata a tavolino per raggiungere i lettori nel modo più suggestivo possibile. "No, no - rispose Giulia - sono appunti tra i tanti che scrivo quando mi sento sola o quando sogno di diventare una scrittrice famosa". Poi Valentina arrivò al punto invitandola a Roma, alla trasmissione. Giulia non sapeva cosa dire, era stata tempestata di telefonate durante tutta la settimana, era confusa. Aveva già un appuntamento per un'intervista per il periodico "Visto", e di lì a poco sarebbe stata catapultata nei salotti del "Maurizio Costanzo Show", "Sex and the city", "Domenica in". Perché no, pensò, dopotutto parlare in tv sarebbe stata un'esperienza da ricordare…











CHI E' GIULIA FOCARDI

Giulia è nata a Firenze il 13 agosto di un anno top secret. Non è sposata e non ha figli, è diplomata in Ragioneria e ha dato 24 esami di Giurisprudenza senza mai laurearsi. Parla un ottimo inglese e francese, legge famelicamente tutto quello che viene pubblicato e mangia soprattutto tramezzini.
La sua carriera comincia a New York nel 1995. Giulia viene selezionata dalla "The Goddesess" di Nancy Esposito, una delle scuole per modelle grasse più rinomate del mondo. Lì impara a disegnare abiti e corsetti extralarge, studia Storia del Costume, Dizione, Canto e Ballo. Fa corsi di Passerella Terapeutica e di Decorazione, impara a sfilare. E' l'allieva più brava al corso di recitazione tenuto dall'attrice francese Anne Zamberlan.
In poco tempo diventa a sua volta insegnante della scuola e viene scelta per esibirsi come modella oversize al China Café di New York, il locale vip di Pearl Street. Lì conosce e frequenta il cantante nero Barry Whyte.
Tornata in Italia fonda l'associazione Oltremisura e la rivista omonima per condividere la sua esperienza americana e diffondere una nuova cultura del corpo e del grasso. Oltremisura diventa anche l'etichetta di una piccola collezione di abiti oversize chiamata Sirena Più e disegnata dalla stilista Gianna Bacciotti.
Il 16 maggio 1997 in dieci piazze italiane si celebra per la prima volta la giornata internazionale del grasso, il No Diet Day. La manifestazione è interamente curata da Giulia.
Pochi mesi dopo al Teatro Tenda di Firenze Giulia organizza la prima sfilata di moda "plus" in Italia con modelle e modelli da tutto il mondo. Nel frattempo i giornali cominciano a parlare di lei e escono i primi servizi sulle riviste "Noi Donne" e "Liberal".
Lo stesso anno Giulia vince il premio internazionale di scrittura erotica Anais Nin e comincia a scrivere poesie e racconti. Radio e tv la corteggiano e Giulia viene invitata a "Verissimo" (Canale 5) e da Platinette a "Radio DJ".
Nell'inverno 1998 vince il primo premio al concorso letterario "Parole dal Cuore" con la poesia "Sbavature".
Intanto molte trasmissioni televisive la vogliono come ospite: Giulia compare a "Fuego" (Italia 1), "Signore mie" (Canale 5), "Tempi Moderni" (Italia 1).
Nel 1999 firma un contratto con l'Accademia d'Arte di
Firenze come modella di nudo per pittori e fotografi mentre arriva seconda classificata alla manifestazione musicale Estate Fiorentina con la canzone "Morbida".
Su La Repubblica esce la prima lettera alla giornalista Barbara Palombelli. A questo punto i media si scatenano: Giulia parte con la diretta a Radio Capital per diventare in poco tempo intrattenitrice doc a "I fatti vostri" (Rai 2), "La vita in diretta" (Rai 2), "Maurizio Costanzo Show" (Canale 5), "Film vero" (Rai 3), "Se telefonando" (Rai 2), "Sex and the city" (TMC), "Domenica In" (Rai 1).
I giornali la paragonano a bellezze come Valeria Marini, Sabrina Ferilli, Alessia Marcuzzi. Sulla rivista "Visto" esce un servizio in cui Giulia posa con Paola Saluzzi. Anche "Panorama" e "Bella" le dedicano un dossier. Intanto La Repubblica pubblica per nove volte le lettere di Giulia e la rivista "Lettere" altri nuovi racconti.
Sui vari magazine vengono pubblicate numerose foto tra cui quelle di nudo dell'artista Nell Lavinia.
Invitata ancora al "Maurizio Costanzo Show" Giulia sfila con Platinette, e "Domenica In" con Brigitte Nielsen per la Marina Rinaldi. Posa anche per il fumettista Riccardo Mannelli.
Nel 2001 Giulia diventa la testimonial per la Marina Rinaldi e il quotatissimo cyberg-fotografo Giacomo Costa la ritrae per la sua mostra internazionale.
Attualmente Giulia Focardi sta lavorando per la pubblicazione di uno scandaloso libro di racconti erotici solo per grassi.