|
Teresa Giulietti
La Mercenaria dei sogni
A mia madre
PIZZO NERO
BORELLI
Parte prima
Mercoledì 21 settembre, ore 9.07.
Il professor Q. dal suo palco, invia sorrisi inaccessibili, declamando a
voce alta La sombra de mi alma di Federico Garcìa Lorca. La mia felicità
è appesa a un filo. Talmente sottile che da un momento all'altro potrebbe
spezzarsi. Le sue mani nerborute sorreggono quasi a fatica un solenne
volume cremisi, avvizzito come pelle di vecchio, "...La sombra de mi
alma huye por un ocaso de alfabetos, niebla de libros y palabras..."
Dalla sua voce è del tutto assente qualsiasi sfumatura passionale o
carica emotiva, ed io la amo proprio per questo. Declama Lorca come stesse
leggendo la lista della spesa, l'oroscopo del più scadente dei quotidiani
locali. Ognuno di noi è perfettamente consapevole di come in questa folle
aridità stia racchiusa la vera grandezza del prof Q. dalla quale riesce
ad innalzarsi, senza alcun impedimento, quella di Lorca. Se tentasse di
primeggiare finirebbe strangolato dai suoi stessi spasimi e calpestato
dalle nostre risate. Siamo spietati perché lui ci ha forgiati così. Il
prof Q. è tutto fuorché un'illusionista della parola, il perfetto poeta
dei sensi, lui è piuttosto l'eremita mondano, il re della foresta restio
a far rispettare le regole; dalla sua reggia di foglie e tabacco, lancia
ogni tanto, uno sguardo sul mondo. Potremmo rimproverargli la sua
severità, il suo cinismo, quei modi brutali e frettolosi coi quali
liquida le nostre curiosità, ma nessuno dei suoi studenti ha mai avuto la
benché minima intenzione di farlo. Sarebbe come accusare una tigre di
essere troppo feroce, o l'acqua del mare di essere troppo salata.
Venerdì 23 settembre, ore 22.17.
Attendo, immobile, che mi solleciti ad andare avanti. Perché so che un
qualsiasi alito di energia distruggerebbe quel perfetto equilibrio che si
è venuto a creare tra di noi. Il suo corpo è sotto al mio, respira. Dopo
il colloquio interminabile al quale è stato sottoposto, deve solo
riposare. Il suo petto vibra all'unisono col mio, avverto l'incavità
dell'ombelico che si strofina al mio pube umido. Vorrei che una sua mano
mi stringesse a sé, come fossi un vecchio libro di poesie, chiedendomi di
amarlo ancora, di ricominciare. "Oh uomo tu che sei la mia guida
inattesa, indirizza i miei passi, le mie mani, ogni mio sbadiglio di
pudore. Sento che ogni mia energia è pronta ad esplodere, a farsi carne.
Ma, mi manca il coraggio dell'azione. Perché il suo corpo giace immobile
accanto al mio, come fossero due estranei, come se da farfalla fossi
tornata improvvisamente crisalide e di quelle ali aggraziate non ne fosse
rimasto che un miraggio lontano. Li siamo due estranei. Lui è entrato
nella mia vita per un suo inaspettato capriccio, io ho invaso i suoi spazi
razionali, senza alcun preannuncio, esattamente due giorni fa. E pensare
che all'ultimo esame mi aveva pure bocciata "le consiglio di rivedere
la sua preparazione, signorina, torni al prossimo appello". Mai
studiato tanto in vita mia, sei mesi incollata ai suoi noiosissimi libri,
coi quali ho arredato il lungo corridoio che mi ha concesso di arrivare
fino a lui. Ripassandoci coi libri imparati a memoria, il tuo sguardo si
è fermato su di me, sulle mie unghie caramellate e sul profilo
adolescente del mio seno. Quella mattina sono arrivata trafelata, fino
all'ultimo una lotta sfinente tra il fenicottero e la pantera,
l'esitazione e il coraggio, sono stata più volte sul punto di tornare
indietro: quell'esame l'avrei dato con qualcun altro. Il libretto blu tra
le mani sudate, tu stavi ripetendo scocciato il mio cognome, "eccomi,
mi scusi per il ritardo". Mi sono lasciata cadere davanti a te, dopo
le compilazioni di rito sul registro mi hai rivolto la prima domanda,
senza nemmeno degnarmi di uno sguardo, ho tentennato a rispondere per
quanto mi sentissi preparatissima e quella mi apparisse la più banale,
scontata delle domande. Non credo volessi mettermi a mio agio, rompere le
barriere. "Si calmi signorina, prenda una boccata d'aria ogni
tanto", credo ti divertisse infilare il coltello nella ferita fresca,
sei il più egocentrico degli uomini, e sapevi. Già avevi sorpreso i miei
passi inseguire i tuoi, al termine delle lezioni, le mie guance arrossire
ad ogni tua erudita allusione amorosa. Già avevi cercato di coinvolgermi
coi tuoi corsi pomeridiani di scrittura "il suo scritto mi è parso
pieno di stimolanti speranze, le consiglio di coltivare quella dote che
qualcuno ha voluto donarle".
Ho la sensazione di galleggiare tra latte tiepido
e bianchissimo, un dolce tepore mi percorre le cosce, il ventre, la nuca.
Mi muovo con la lingua sul tragitto obbligato delle sue labbra, una
mandorla dolce e levigata che si lascia assaporare. Gli chiedo di alzare
le braccia, di aggrapparsi alla spalliera fredda del letto, di scostare
leggermente le gambe, mi metto ai suoi piedi, osservo il suo pene
contrarsi, lievitare, solleticato dal mio sguardo. Sono ricurva su di lui,
nella posizione dugiud in cui si dispongono i musulmani quando pregano; la
mia bocca, la lingua prendono familiarità con ogni più sottile,
impercettibile rigonfiamento delle vene. Sono atti meccanici, questi, che
un po' fanno paura. Mi sento messa alla prova, prima ancora che da lui, da
me stessa. Riuscirò a lasciare il segno del mio passaggio in te? Sarò in
grado di smuovere anche una sola particella del tuo essere? Del tuo essere
d'uomo? La sua mano che si apre sulla mia testa, impastandomi i pensieri,
ingoiando spazi di proibito. Mentre disegna, in successione, piccoli
cerchi concentrici, le nocche delle sue dita mi parlano della sua forza,
del suo pudore. Sta tentando di riprendere il controllo della situazione,
la guida della nostra corsa, è uno di quegli uomini - mi dico - che
detesta la sottomissione, che ama decidere: sarà una lotta per la
supremazia, la nostra. Cosa temi, professore, di cosa hai veramente paura,
di poterti sorprendere coinvolto da una tua allieva, da una donna che
potrebbe essere tua figlia? Non dirmi che sono la prima, perché non ci
crederò mai. Ho visto come ti guardano tutte le altre, come sgambettano e
ammiccano a lezione, per quanto tu finga di essere al di sopra di
qualsiasi richiesta, più o meno mitigata. A frasi rotte, fradice di
eccitazione, mi chiede cosa ne pensi dei suoi ultimi studi critici su
Lorca, della trasposizione teatrale de El Publico per la quale ha curato
la regia "mi hanno detto che scrivi molto bene, Sylvia, mi piacerebbe
tu ti laureassi con me..." certo il nuovo, grazioso, acquisto per il
tuo harem segreto. Avrò una stanza tutta mia? E mi verrai a far visita
nel cuore della notte, dopo aver fatto il pieno delle altre? Giusto,
professore, come potrei negarti la mia mente, ora che ti ho concesso ogni
anfratto del mio corpo? Stringo il suo pene con forza, tra le dita, come
se lo volessi strozzare. Ho bisogno di lui, almeno quanto lui della mia
rabbia. Potrei scoprirmi vendicativa, spregiudicata, eccessiva. L'unico
modo di placare la mia frenesia di possesso è quella di sentirmi parte di
lui, di farlo entrare in me. Me lo sfilo dalla bocca, un filamento latteo
attenua l'istintività del distacco, afferma la precarietà del nostro
incontro... Io non sono che l'apparizione di una notte.
Il mio abito giace sulla poltrona accanto ai suoi
calzini firmati, alla cravatta ocra di seta che gli conferisce l'aria
dell'intellettuale raffinato e anticonformista. Temo mi si possa rinfilare
addosso, quel vestito, senza che io lo voglia; gli occhi severi di mia zia
(una di quelle colleghe che tratti con un certo calibrato distacco) per
una qualche strana facoltà sono in grado di accostare quell'abito al
letto in cui, il mio corpo nudo sfiora quello di un uomo la cui età
racchiude due volte la mia. Immagini castranti, punitive con le quali
cerco di ottenere il dono dell'insensibilità. Sono così codarda a
cercare la salvezza nelle proibizioni? "Che c'è piccola, dove mi
stai fuggendo? Che ne dici di fare entrare anche me nei tuoi
intricatissimi pensieri?" mi prende per la nuca e mi tira a sé,
sembra non conoscere la dolcezza "allora?". Non rispondo, fingo
di dormire. Intravedo il suo corpo appropriarsi, poco a poco, dello spazio
attiguo alla poltrona, le natiche sotto il riverbero della luce a neon
stringersi a singulto per poi immobilizzarsi in una cornice fatta di
intonaco terroso e raso screziato. "Lo voglio fare ancora" gli
dico sottovoce, ma con un tono fermo che non ammette rifiuti "voglio
ricordarmi di questa notte per il resto della mia vita, a te non va
più?" s'inchina su di me, afferrandomi per la vita "avremo
mille altre occasioni, tesoro, arriverai a stancarti di me" si alza
davanti a me, allargando le gambe, come se dovesse fare pipì "non
sono l'uomo irraggiungibile che credevi, te ne stai convincendo, ora? Non
mi vedi, toccami, forza... sono qui con te, sono tuo ora", mi afferra
una mano e se la passa sul ventre peloso, facendola scendere sui fianchi,
intorno all'ombelico, fino a che avverto la peluria ispida del pube e,
poco più sotto, il gonfiore del suo fallo, ancora irrorato di sangue. Il
languore col quale mi parla, non gli si confà, non lo riconosco più. No!
Non è questo ciò che voglio da lui, lo preferisco spietato, egocentrico,
inamovibile, se ora mi dicesse: grazie della serata, mi sono divertito, ma
sappi che non avrò più molto tempo da dedicarti! Bè, lo preferirei, a
queste false moine che non gli appartengono e che lo fanno apparire la
brutta copia di se stesso. Voglio la sua 'contaminata' integrità, il suo
essere distaccato, la sua apparente incorruttibile rettitudine, non mi
accontento di quella esigua e inafferrabile parte di se, che sta cercando
di mostrarmi. Non so di che farmene.
Ore 22.30. S'infila distrattamente gli occhiali e
impugna la cornetta del telefono "So che muori dalla voglia di
vedermi, forza, ammettilo, amore mio" sento una voce femminile
dall'altra parte del filo pronunciare il suo nome e poi prorompere in una
fragorosa risata, mi lancia un'occhiata di complice sfida, telefona alla
moglie o all'amante del momento e mi supplica di restare in silenzio ad
ascoltarlo imbastire una delle solite scuse che giustifichino l'assenza di
quella notte? "E se ti chiedessi di raggiungermi?...Ora!.. Non vedo
dove stia il problema, molla tutto, trova una scusa, ti devo insegnare io
come si fa?" mi concentro sulla sua risposta, non riesco a sentire
nulla, il rumore del corridoio ha preso il sopravvento su
tutto."Sapevo che avresti detto di sì, a questo punto inizierò a
fare il conto alla rovescia...". Mi dispongo ordinatamente sul letto,
come fossi una di quelle bambole da collezione che stà per essere
acquistata, la testa sul cuscino, le gambe incrociate e lievemente
sollevate, mi lascio accarezzare dalla penombra della stanza e dalle sue
parole enigmatiche. "Ti voglio far conoscere una principessa, hai mai
conosciuto una principessa? Bene, questa sarà la tua serata, allora. A
dopo, amore...al solito posto". Quando riaggancia lo vedo tirare un
sospiro di sollievo, due gocce di sudore rigargli le gote arrossate;
mentre si avvicina al letto, penso a quante mani l'abbiano già impugnato,
a quante labbra stretto tra la lingua e il palato, e ne provo un senso di
smisurato piacere. Mi copre con il lenzuolo amaranto, con un gesto rapido
che tradisce una certa agitazione, lasciandomi scoperti i seni, le
braccia, poi prende ad accarezzarmi le cosce, mi percorre la schiena, il
collo, la nuca, si lascia cadere accanto a me, fa tutto senza dire una
parola. Quindi, fissandomi severo negli occhi "sei mai stata con una
donna?" cosa? "no" rispondo "e non so nemmeno se mi
piacerebbe" provo la sensazione di essere stata colta in flagrante,
con le dita nel vasetto della marmellata, credo abbia intuito la mia
insoddisfazione, il mio desiderio inappagato. "Se ti va lo puoi fare
subito, ma solo se lo vuoi" rimane un attimo in silenzio in attesa di
una mia reazione "mi piacerebbe vederti. Credo di poterlo
sopportare...e tu, bambina, me lo permetteresti?" il suo viso
riflette una specie di compiaciuta fierezza. Non so. Ecco l'unica
possibile risposta. Non ne sono sicura. Non so come si faccia, non c'ho
nemmeno mai pensato, non so se mi renderei ridicola ai suoi occhi e non so
chi possa essere quella donna, se non la voce che poco prima ha emesso la
fragorosa risata al telefono, tento di dargli un volto, un corpo, come
fosse una nuvola di passaggio, ma senza riuscirvi.
Ore 23.15. Entri nella mia vita.
Passi lungo il corridoio, passi sinuosi di donna.
Battito frenetico ai polsi, alle tempie. Il mio cuore si moltiplica
accordato sui tuoi passi. Lo sento chiamarmi, o rispondermi, ovunque.
Senso di attesa. Una chiave nella toppa della porta, conto fino a tre, poi
il tempo si ferma: una figura stagliata metafisica in uno squarcio di luce
crepuscolare, il confine tra quello che c'e là fuori e quello che di lì
a poco potrà accadere in una stanza - d'albergo - di una qualsiasi
periferia della terra.
"Buonasera Lorenzo, com'è?" avanza fino ai piedi del letto, la
respiro, prima ancora di riuscire a metterla bene a fuoco "cosa ti è
saltato in mente, questa volta?" gli sorride "un altro dei tuoi
scherzetti...lo so, ma poi muoio dalla curiosità...ed eccomi qua, anche
questa volta" ha un accento al quale fatico ad attribuire origini
precise. Il contagio etnico che avviene tra le lenzuola e le svariate
posizioni dell'amore. Compie un giro su di se, come volesse farsi mirare
in tutto il suo splendore, un corpo flessuoso, il volto di una bambola
selvaggia; è ovvio di come sia cosciente del suo potere seduttivo.
"Io sono Ros, piacere" sorride distrattamente quasi a voler da
subito mettere in chiaro che lei è lì per appagare i miei desideri, e
non certamente i suoi. "Allora è questa la tua sorpresa, davvero
carina, hai un mucchio di difetti, ma in fatto di donne, non ho mai potuto
darti torto". Mi piace il suo modo di provocare, di esserci, fasciata
in un abito blu cobalto da raffinata pin-up, e tra i nostri sguardi che
già si nutrono di lei. Il suo nome non le rende giustizia però, troppo
alla svelta liquida la sua presenza, il suo sentirsi parte del mondo e il
nostro sentirci parte di lei. "Ros, Ros...sei davvero bellissima
questa sera, abbiamo un nuovo taglio di capelli o sbaglio?" le cinge
un braccio attorno alla vita, con una mano le accarezza la nuca "sì,
è questa la persona di cui ti parlavo, vieni a sederti vicino a lei, vi
voglio vedere bene" la donna si adagia sul letto, accavallando le
lunghe gambe velate di nero, per un momento provo un senso di disagio nel
sentirmela così vicina, lei così accuratamente abbigliata - un'infinità
di richiami, una comunanza di gradazioni (il collarino d'oro con la pietra
dello stesso colore dell'abito, lo smalto madreperlato come il rossetto)
ed io, nuda come un verme, nascosta solo per metà dalle lenzuola di raso
amaranto. C'è qualcosa di lei che mi suggerisce un indizio, un'immagine
sbiadita: deve essere stata un'attrice di teatro o qualcosa del genere, le
sue movenze ricercate, quel modo di guardare intenso e un po' sfacciato
assecondano i miei sospetti. Cosa succede ora? Sono ancora in tempo per
tirarmi indietro? Quando mi ricapiterà? Mi dico: lo voglio fare, credo di
esserne certa. Ros mi domanda se è la prima volta, e da come mi guarda
capisco che già conosce la risposta ma, questa loro insistente curiosità
verso quanto abbia già percorso sul sentiero dell'erotismo applicato,
inizia ad infastidirmi. La donna, con ammaliante rapidità, sfila dalle
gambe di gazzella l'abito blu cobalto e lo lascia cadere a terra, insieme
al décolleté nero splendidamente consunto, mi chiedo in un lampo come
mai non l'abbia ancora sostituito con un paio più nuovo, la mia
curiosità nei confronti della donna dai capelli corvini inizia a dare
segni di smodatezza, vorrei sapere un'infinità di cose su di lei e prima
di tutto perché sia qui, adesso, con me. "Quanti anni hai?" mi
chiede, scostandosi i capelli dalle spalle e con una certa apprensione
"sei veramente sicura di volerlo fare?" le sorrido soltanto, mi
si accosta di più, sento il suo respiro su di me, il suo profumo con
maggiore intensità, mi passa una mano tra i capelli e ne scosta una
ciocca dalla fronte "sei davvero molto bella bambina, come hai detto
che ti chiami?" Lorenzo, seduto a braccia conserte, sulla poltrona di
velluto, risponde al posto mio "si chiama Sylvia, è una delle mie
migliori allieve" non lo degno nemmeno di uno sguardo, ma non perché
quella sua uscita mi abbia infastidita, ormai è solo Ros il perno dei
miei pensieri, lei che cattura i miei occhi, il mio naso, le mie orecchie.
"Sylvia" le dico "mi chiamo Sylvia" mi scruta per
qualche secondo, i suoi occhi sono ancora più intensi da questa distanza,
la sua pelle luminosa e vellutata, il punto interrogativo di un capello le
resta imprigionato sotto lo spallino del reggiseno. "Ti sta bene quel
nome, non riuscirei a trovarne uno più adatto a te, sei assolutamente
Sylvia" non so cosa voglia dire ma intuisco si tratti di un
complimento "Ros...Ros, credo sia la prima volta..." un nome
secco e frusciante, un soffio che si fa eco addosso. "Non è il
diminutivo di nessun altro nome, mi chiamo Ros e basta" sgrana gli
occhi, ironica "lo trovi davvero così orribile?" solo strano
"non credo di averla mia conosciuta una Ros" anche il mio vuole
essere un complimento. Mi riveste con lo sguardo, due mandorle ambrate sul
mio viso, sulle spalle, sul seno, solo ora mi ricordo di essere nuda, e di
esserla di fronte ad un'estranea, eppure di sentirmi perfettamente a mio
agio. E' un buon punto di partenza. Non mi tirerei più indietro ora che
il primo ostacolo è stato superato: la trovo assolutamente irresistibile.
Indossa delle coulotte di raso nero, appena profilate da una sottile
merlatura di pizzo, un reggiseno in tinta di una trasparenza impalpabile
che lascia intravedere ogni sua rotondità, e delle comunissime
autoreggenti nere; un eccesso di pizzi o colori sgargianti mi avrebbero
fatta indietreggiare. "Ti piace?" mi dice cogliendo la mia
ammirazione e rigirandosi su se stessa, come una miss davanti ad una
giuria di esperti "gli uomini preferiscono cose più azzardate, ma io
faccio di testa mia, non mi piace sentirmi una battona", ha un modo
di fare scanzonato, quasi sarcastico, ma perfettamente in sintonia col suo
personaggio, la sua è una sfida contro se stessa, si capisce. "Io
sono nuda, invece" lo dico come se volessi scusarmi per questa
svista, alzando appena le spalle "lo vedo, lo vedo, e sai una cosa?
non si accolgono in questo modo gli ospiti, fai sempre così tu?"
stranamente non arrossisco, scoppio a ridere e mi sento leggera e al posto
giusto. Quando mi si mette alle spalle avverto la sua pelle morbidissima
che sfiora la mia, una presa delicata ma decisa: i miei seni tra le sue
mani.
"Cosa vuoi da me, bambina, perché mi hai fatta chiamare? Dimmelo che
non potevi più fare senza la tua Ros, forza, me lo devi dire, da
brava". Che fai? Che cosa cazzo stai facendo, Ros? Stai rovinando
tutto, te ne rendi conto, sì o no? La mia anima indietreggia, si fa scudo
con le mani: sono frasi fatte, Ros, parole da copione che ti studi prima
di ogni prestazione o davvero credi tu sia qui secondo il mio volere? Io
non ti conosco, io non ti ho mai vista. Come avrei potuto farti chiamare?
"E' stato lui, il nostro amico, che ti ha parlato di me? E cosa ti ha
detto?" la sua lingua percorre i miei seni, li sento più grandi di
quanto non siano, mi afferra la vita con entrambe le mani, scosta il
lenzuolo, un fruscio leggero che non lascia tracce, il mio pube messo a
nudo, per la prima volta - mi dico - per la prima volta davanti a una
donna, tra le mani di una donna.
"Rilassati, Sylvia, non devi avere paura, ora promettimi che farai
una cosa soltanto, una cosa per me: dimenticati di tutto, abbandona ogni
pensiero, ci sono io con te, mi vuoi? Vuoi che rimanga?". Sento che
mi sto sciogliendo, lentamente, non so di che materia io sia composta, ma
so che diventerò al più presto aria e perderò ogni traccia di ciò che
sono stata, della mia precedente vita, senza di te. Il calore delle sue
labbra tra le scapole, lungo l'incurvatura della mia schiena, sui glutei,
in un'incessante corsa ad ostacoli, il suo non è un passaggio graduale,
successivo, mi ritrovo a pancia in giù senza sapere come ci sia finita.
Lorenzo scruta ogni mia reazione, non riesco a vederlo, ma lo intuisco dal
suo silenzio, dal respiro trattenuto, vorrei ringraziarlo per quella sua
fulminea idea che ora pare contenerci entrambe in un unico abbraccio. Il
Prof Q. e la sua sorpresa, la sua sorpresa per me. Ed inizio a non
sentirlo più così estraneo, non voglio più sfidarlo, ma rendergli il
favore che lui sta porgendo a me. Può restare, guardare, inebriarsi di
noi. Con un gesto deciso fa cadere a terra il lenzuolo, impalpabile
cortina che ci ha tenute separate, fa scorrere un dito lungo le mie gambe,
mi cinge la vita dal dietro tirandomi a sé; tento d'immaginare il mio
corpo visto di profilo, un'armoniosa collina disabitata, il cui punto più
alto si offre alla sua bocca. "Lasciati a me" mi dice "non
aver paura, sei così bella, un fiore come te..." sottovoce "con
un uomo così", tento di giustificarmi ma le parole mi muoiono sulle
labbra: la mia lingua come pietrificata, ciò che desidera è solo il
contatto con la sua, immergerla in lei, in quella oscura cavità che
conosco con gli occhi per averla vista aprirsi a un sorriso. Quando riapro
gli occhi vedo per la prima volta il suo seno teorico, si è sfilata il
reggiseno senza che io potessi accorgermene, ed ora i suoi capezzoli
sovrastavano i miei, contenendoli come in un'immagine speculare
ingrandita. Fino ad oggi: l'illusione dell'allattamento ai pochi giovani
uomini della mia vita, erotica madre che in un atto quasi sacrale, sfama e
disseta la propria creatura. Per la prima volta, i ruoli si invertono, ed
io mi aggrappo a quelle sfere tornite e setose come un neonato ai seni
materni. Mi chiedo se anche lei stia provando quello che provo io, o se
tutto faccia parte del gioco, se poi Lorenzo la pagherà per essersi così
maestralmente prestata alle sue richieste. Eppure, il suo viso riflette
un'eccitazione reale, la sua voce è vellutata, la sua pelle, come la mia,
si è rivestita interamente di brividi che al tatto fanno risvegliare ogni
mio senso assopito.
Lunedì 26 settembre, ore 20, 30.
Ci dovevamo assolutamente rivedere. Per tre giorni non ho fatto altro che
pensare a Lei. E ho riflettuto sulle motivazioni che possono spingere un
uomo a ricercare il piacere tra le braccia di una prostituta. Per quanto
non sia stata io ad aver cercato la "mia prostituta" ma è come
se mi fosse stata inviata dal cielo. E' successo, mi dico, è successo e
basta, ed ora eccomi qui, così inspiegabilmente ricolma di lei.
Nessuna implicazione sentimentale, nessuna eccessiva perdita di tempo o
particolare responsabilità emotiva. Qualcuno inneggia al sesso senza
amore, all'appagamento di ogni primordiale istinto, di ogni più
recondita, inconfessabile fantasia.
Ho sbagliato tutto. Tutto. Perché questo non è quanto è capitato a me.
Mi sento in bilico, pervasa da un alone di desiderio incontenibile,
coinvolta fino al limite in un labirinto di sensazioni nel quale è facile
perdersi del tutto. Una frenesia sconosciuta si è impossessata della mia
mente, di ogni particella del mio corpo, senza darmi tregua. Quanto al
tempo, non c'è momento in tutto l'arco della giornata, in cui non pensi a
lei, ai nostri corpi che si cercano, al suo inebriante profumo speziato
che mi solletica i sensi. Se chiudo gli occhi avverto i segnali che ne
rivelano la presenza, la sua scia, la sensazione di abbandono, di fremito,
di distacco dal mondo. Ros sta diventando un ossessione. Eppure, siamo
solo all'inizio.
E' arrivata al nostro appuntamento con quasi un'ora di ritardo, ed io ho
temuto che da quel momento non avrei dovuto far altro che dimenticarla.
Poi la vedo farsi strada tra le bancarelle, ormai coperte, del mercato
rionale, i resti di una giornata di vendite e di corse per non farsi
sfuggire la migliore occasione. La vedo avanzare verso di me con un mazzo
di fiori bianchi tra le mani, delle grosse margherite di campo, farmi
cenno di attenderla all'interno del locale. "Ti piacciono? Quando le
ho viste mi sei subito venuta in mente tu", mi tremano le gambe per
l'emozione, prendo tempo "così mi metti in imbarazzo, io non ti ho
portato niente" mi solleva il colletto del soprabito, con una mano
"mi basti tu... io ho sempre bisogno di qualcuno che mi presenti. A
proposito, scusami per il ritardo: è colpa loro! Allora, ti va di
pranzare qui o hai in mente qualcos'altro?".
Il ristorante che ha scelto per noi è singolare, raffinato, ma non
eccessivo, mi ci vuole un po' di tempo per abituarmi all'originalità di
un arredamento in cui lo stile Liberty convive con un grosso camino in
mattoni grezzi che occupa una mezza parete, una cesta in vimini contenente
fave e fiori di cipolla essiccati che pende sopra le nostre teste, un
vecchio acquaio in muratura ricolmo di piantine grasse. Un eclettismo
tipico dei posti di frontiera. Non ho ancora avuto il tempo di guardarmi
intorno, troppo intenta a seguire il percorso a rilento delle lancette
dell'orologio, un paio di coppiette sorseggiano del vino rosso al bancone
del bar, stretti l'uno all'altra, con quell'aria clandestina di chi stà
infrangendo le regole e tenta di simulare una certa disinvoltura, il
cameriere impettito nel suo abito scuro si premura di riempire i loro
calici, ogni qual volta il livello del liquido gli consenta di fargliene
entrare ancora. Ros scambia qualche parola col gestore del locale, un tipo
dal nome impronunciabile e dallo sguardo perforante che mette un po'a
disagio, lo seguiamo per uno stretto corridoio interamente tappezzato di
volti più o meno noti, le solite attricette pettorute che ammiccano e
sorridono, soffocate in abiti di due taglie in meno. Mi sento ubriaca,
euforica, un po' stordita. Non vorrei abusare della felicità che mi è
stato concesso provare.
Mi parla della sua antica passione per la scultura, ecco perché sai
toccare così bene - vorrei dirle - le tue mani sembrano nate per toccare,
per scolpire "da bambina sognavo di fare la scultrice, adoravo dare
forma alle immagini della mia fantasia...ma poi le cose sono andate
diversamente" un velo di malinconia le annebbia lo sguardo "il
mio tornio è più prezioso di qualsiasi gioiello per me, è da tempo che
mi riprometto di riprendere a lavorare, ah Sylvia, se solo sapessi come mi
sento quando lavoro la terra umida, in quel momento non esiste altro, ci
sono le mie mani che scendono in quella amalgama fresca e la impastano,
nient'altro. E' il migliore spartiacque" mi dice, con un'espressione
immacolata che non le ho mai visto "cosa intendi, Ros?" "in
quel momento mi sento libera e trasparente, mi spoglio dei miei peccati,
capisci, è come se potessi dar vita ad un altro mondo al di fuori di
questo, è sufficiente volerlo. C'era un tempo in cui riempivo ogni stanza
di casa con volti di persone sconosciute, mi nascevano da dentro,
improvvisamente, e sai una cosa? Erano sempre sorridenti, quei volti, come
se volessero ringraziarmi per avergli donato la vita e, così, rientrando
in casa, con tutti quei sorrisi...sì, insomma, mi sentivo meno
sola".
L'uomo dal nome impronunciabile ci serve due porzioni fumanti di una crema
verde spruzzata di noce moscata, l'aspetto e l'aroma sono invitanti
"Ora assaggia e poi dimmi cosa ci ha messo dentro il nostro Fergry
per renderla così appetitosa". Fergry è diminutivo di Fergrobaldo,
il gestore del ristorante, al quale fatico a dare un'età, un carattere,
persino una nazionalità; dopo averci servito il vino con tutte le
accortezze del perfetto padrone di casa, si dilegua e ci lascia nuovamente
sole, in una stanza che Ros ha fatto appositamente riservare per
l'occasione: la nostra prima uscita insieme.
Mi pare più bella del solito, più bella di come la ricordavo. Mi sento
quasi in colpa per averla sminuita nei miei pensieri, la camicia di seta
color latte ne esalta la pelle ambrata, lo sguardo penetrante, gli zigomi
affilati. Cerco la sua innocenza, la sua essenza primitiva, ciò che
potrebbe essere e diventare, per me soltanto.
Ore. 23.45.
Il riverbero dello specchio solletica il suo corpo nudo disteso accanto al
mio, come se una rivoltella di luce le venisse puntata alle spalle,
pallottole impalpabili, iridescenti strati di pulviscolo che si ribellano
alla compostezza. Mi ha chiesto di fermarmi a dormire da lei, questa
notte, perché il vedermi uscire da casa sua, l'avrebbe fatta cadere
"in una morsa di malinconia.". Non aspettavo altro, per quanto
mi fossi convinta che dopo la cena me ne sarei tornata a casa, magari
prendendo la scorciatoia che attraversa il parco, per avere il tempo di
tenerla ancora un po' con me.
Canti e grida di indiani impazziti alle mie orecchie, un tripudio di elogi
alla vita, mi lascio trascinare dall'onda maestra che apre le correnti. E'
il mio mare, è lei che voglio solcare. Faccio rifornimento di fantasie
allo spaccio del sentiero che ho percorso per metà, respirando l'esiguo
spazio fatto d'aria che m'impedisce di penetrarla.
Rimpiango di essere nata donna. Ora vorrei il corpo di un uomo, la testa
della donna che sono. Mi fissa con insistenza, ha una strana luce negli
occhi che mi calamita a sé. "Sono felice che tu sia rimasta, sei la
prima persona a cui do libero accesso qui dentro" non so se sentirmi
onorata oppure ingannata, so soltanto che mi sento felice, e che sarei una
stupida se tentassi di infrangere la magia di questo momento.
La notte mi sembra una cornice evanescente capace di contenere ogni nostro
movimento. Devo solo fare attenzione a non invadere il confine che
c'impone. Domani tornerò quella di sempre, sui libri freschi di stampa
che mi insegneranno la vita senza erotismo. E che magari me lo faranno
pure temere. Allora, Ros, resterà un bel dono fattomi dalla memoria.
Indossa solo un paio di collant neri, io sono vestita interamente di
bianco, come mi ha chiesto lei. Non avrei mai creduto che dietro quella
apparenza rivestita di accorgimenti si celasse un così profondo desiderio
di purezza.
"Quiero que tu es mi angel, Sylvia" mi dice quella stessa
mattina al telefono, ed io per non deluderla m'infilo nell'abito delle sue
aspirazioni verginali, una lunga sottoveste di seta bianca e un foulard
color latte legato tra i capelli. Una volta nella sua stanza, mi tolgo le
scarpe, dietro il paravento in seta e vimini che conferisce all'ambiente
un tocco orientale, mi avvicino a lei che se ne sta distesa sul tappeto,
una morbida S che si lascia accarezzare dalla vista. Mi accorgo in quel
frangente di quanto sia contagioso il suo paio di collant nero. Con gli
occhi di un uomo (con lei posso giocare ad esserlo) mi lascio incantare
dal suo pube velato, dalla trasparenza sottile che smuove
impercettibilmente le sfumature dell'incarnato. "Perché hai voluto
che li mettessi? Credevo fossero cose da uomini queste" si passa una
mano fra i capelli corvini "davvero non l'avresti mai detto che
anch'io potessi pensarla come un uomo? Da quando ti conosco, sì...in
certi momenti rimpiango di non esserlo un uomo per poterti amare senza
paura d'infrangere le regole, mi capisci? Mi sento così confusa, non mi
era mai successo di desiderare una donna". Ros mi tira a se,
aggrappandosi alle mie gambe che si lasciano cadere a terra, in un attimo
avverto la sua lingua strofinarsi alla mia e le mani lottare con la seta
per appropriarsi della mia pelle "vorresti farmi credere che non sei
mai stata con una donna? Che questa è la tua prima volta?" mi
sorride "tu che ne dici? Io credo tu sappia benissimo che sei la
prima per me e sono convinta non ti dispiaccia affatto. Oh Ros, è
possibile per te sia tutto così scontato, la mia vita sessuale è sempre
stata scandita dalla normalità, lo sai".
Mi stringe a sé, con forza. E' il suo modo di darmi risposta, di
confondermi e, allo stesso tempo, di elargire certezze.
"Forse soltanto tu puoi sapere cosa mi stia succedendo" non
accenna a darmi risposta, i discorsi troppo seri la spaventano. Non è un
abbraccio di prostituta, il tuo. Non sono carezze di prostituta, le tue.
Ma che ne posso sapere io? Ho mai conosciuto una prostituta? Non le ho mai
nemmeno parlato, con la scusa di invitarla a bere un caffè. Come posso
pretendere di conoscerti, di amarti? Eppure, ti amo. Chi sei Ros? Solo una
prostituta creata su misura per appagare i desideri più inconfessabili?
Un mio capriccio, un esperimento o, forse, solo un errore?
Inutile cercare risposte alla sua scelta di vita, che potrebbe mai fare
per Ros, supponiamo anche nel caso in cui lo volesse, una ragazza
inesperta anche della propria di vita? Una ragazza come me. Smetti Ros,
trovati un lavoro onesto, ricomincia da capo, fallo per me.
Vorrei fare l'amore con te in eterno, esiste un'eternità anche per
questo, mia fragile creatura venuta da chissà quale pianeta?
Giovedì 29 settembre, ore 02.00.
Ti siedi con le gambe incrociate, sei una perfetta creazione della
geometria. Assisto alla tua metamorfosi, tirandomi un po' da parte; come
un camaleonte mi rivesto della tua pelle, della tua consistenza. "Il
mio sogno" ti dico "sai qual è? Vivere in una riserva indiana,
tra i pellerossa". Lo stesso cd da voce alle mie fantasie,
immaginiamo che sia un vero canto indiano quello che le nostre orecchie
percepiscono e improvvisiamo una danza con le penne di burro zuccherato,
attorcigliate tra i capelli. I tuoi ricadono scontrosi lungo il corpo,
seguendone i contorni, scostandosi dai seni che emergono in superficie
come isole in un mare di latte. Cosa dice l'indiano? Peccato tu non abbia
mai giocato con uno di loro, vorrei sapere di quanti stranieri hai appreso
il linguaggio. Qualche sera fa la rivelazione: sono nata a Madrid, mio
padre era un chirurgo madrileno e mia madre un'attrice francese conosciuta
a Parigi in uno dei suoi viaggi di lavoro. Non ami parlare delle tue
radici, di quello che è stato prima ancora che tu nascessi perché sai
bene che noi, in qualche modo, siamo parte di tutto ciò che ci è
accaduto. Cosa è accaduto a te, Ros, di così orribile?
"Ti seguirò in quella riserva, Sylvia, cavalcheremo insieme nella
prateria, non è vero?" mi sussurra, mentre la sua lingua mi percorre
le cosce "il tuo sapore m'inebria, mi stordisce" la sua testa
tra le mie gambe, le sue dita che premono sul mio sesso umido,
s'inseriscono in me, vanno alla ricerca del punto più profondo nel quale
potersi immergere. L'assecondo, disegnando piccoli cerchi concentrici col
bacino, che le sue mani perfette sorreggono. Bevimi Ros, fai di me il tuo
nettare vitale, entrambi fin nelle viscere, come nessun uomo è mai
riuscito a fare, portami via nel tuo mondo sommerso di sorrisi di creta.
Per te ho tagliato i miei capelli, per te sto imparando lo spagnolo, una
lingua sonora che si apre da sé i propri spazi, senza bisogno di
ricorrere alla gestualità. Resti ad ascoltarmi e ridi dei mie gorgheggi
scordinati che sgambettano al vento.
Mi prende per la vita "com'è piccola, ti potrei spezzare,
così" stringe quasi facendomi male, con l'intenzione di farmi male.
Di rendermi felice. Con lei non mi devo mettere in guardia, siamo
perfettamente sincronizzate sugli stessi desideri.
"Assaggia il tuo sapore" mi dice "assaggialo attraverso di
me" ci lecchiamo come cani innamorati, prendendoci cura delle nostre
ferite, ci amiamo drammaticamente certe che quella potrebbe essere
l'ultima volta, perché ogni sogno ha la sua fine. Ogni incubo il suo
inizio.
Le nostre penne di burro zuccherato sventolano alle montagne silenziose
per avvertire il nemico che lì dovrà fermare i suoi passi, perché da
lì ha inizio la nostra proprietà.
Il Grande Capo si siede accanto alla finestra come un cane mastino davanti
alla porta, Ros gli lancia un' occhiata di sfida, lo inseguiamo con lo
sguardo, scomparire all'orizzonte, sul suo cavallo pezzato.
Adoro il suo sedere, turgido e perfetto, le natiche maestralmente scolpite
nella carne, quel sentiero stretto e sinuoso che le separa e nel quale la
mia lingua ama perdersi. Se ne prende cura con amore, del suo sedere, ogni
giorno la vedo sgambettare sul tappetino di gomma celeste, con dei pesi
colorati stretti alle caviglie, e disegnare cerchi nel vuoto, onde,
piramidi d'aria, per poi cospargersi con creme ed olii essenziali. Sta
insegnando anche a me i suoi trucchi, istradandomi alla perfezione. Le sue
tisane depuranti, i frullati energetici, i bagni rilassanti e i massaggi
anti stress, una porta spalancata su di un mondo che sto scoprendo con
lei. Per lei. La vedo tamburellare con i polpastrelli su di uno
specchietto sul quale, con cura certosina, ha disposto la nostra harina de
los suenos, finissima, diafana; mi delizia vederla all'opera mentre la
taglia, l'annusa, l'assapora come per accertarsi che sia la migliore al
mondo e non possa nuocermi alla salute, ma soltanto far cadere tutte le
resistenze. Mi chiedo dove abbia imparato, chi sia stato il primo ad
averlo fatto con lei. "Tieni, questa è per te, mi estrella"
voglio non pensare a niente questa sera, niente casini, niente traduzioni
per la testa. L'aspiro - aria - fresca e le sorrido "E tu? Hai deciso
che devo trasgredire da sola?" mi si accosta con aria di sfida "esta
noche te miro".
Lo spettacolo lei lo vuole solo guardare, per una volta.
"Voglio vederti mentre ti spogli" mi dice "forza, fallo per
me" sdraiata sul letto, come un uomo impaziente che fa la voce grossa
per ottenere ciò che vuole. Ora non so più se sia lei, o l'uomo a
parlarmi, e questo mi eccita tantissimo. Faccio scivolare prima una
spallina, poi l'altra, lentamente, schiudendo appena le labbra, come se ci
fosse una cinepresa davanti a me, pronta a riprendere ogni mio movimento.
Non credo di averlo mai fatto per nessun uomo, questo è il mio debutto:
Uno strip - tease solo per Ros. Lascio scivolare l'abito lungo il corpo,
lo avverto come una carezza prolungata che si deposita a terra. Ros mi
guarda e sorride "sei bellissima, Sylvia, continua, ti prego" le
mie mani azzardano gesti che non farei se non in sua presenza,
insinuandosi tra le gambe, indugiando sulla seta degli slip, per poi
infilarsi sotto quel piccolo pezzo di stoffa bianca che cela la mia
eccitazione. Ros non mi stacca gli occhi di dosso, voglio renderla felice,
voglio dimenticarmi di esistere, voglio esistere solo per lei.
"accarezzati, amore, brava, voglio godere del tuo piacere solitario,
fa come se io non ci fossi, allarga le gambe, così," un'ondata di
calore mi avvolge le tempie, come una doccia improvvisa, mi lascio cadere
sulla poltroncina di vimini, allargo le gambe e con un gesto degno del
più esplosivo degli amanti, mi strappo di dosso le mutandine di raso
bianco. Ora sono nuda, per le mie dita che s'insinuano tra le labbra
morbide e caldissime, e poi, in quella cavità stretta e fradicia che si
apre al loro passaggio. Su e giù, come i battiti del mio cuore. Su e giù
come le sue dita che ripetono gli stessi ritmici gesti, cadenzati sui
miei. "Voglio venirti sopra" le dico "voglio sentire la tua
lingua dentro di me" mi alzo, la raggiungo sul grande letto indiano,
le circondo il capo con le gambe, la sua lingua rapisce la mia 'anima rosa
'. Sento gli aghi perforare pezzi di carne fradicia, spugne vellutate
cospargermi di nettare succulento, la saliva che si mischia ai miei umori,
in un' amalgama tiepida e carezzevole. Osservo dall'alto il suo volto
perfetto che scompare sotto di me, le palpebre chiuse, il naso arricciato
come quello di un gatto.
Venerdì 30 settembre. Ore 24.30.
"Non ho poteri sulla tua voce" mi ha come stregata, imbambolata,
è una sensazione che confonde, anche se mi riempissi le orecchie di
cotone, la tua voce riuscirebbe a farsi strada attraverso le tue mani, il
mio sangue, il tuo profumo. Ci sdraiamo l'una accanto all'altra,
contenendoci a vicenda in una mano, mentre un 'Chiaro di luna' sospira con
noi. Le sue dita si muovono all'unisono con le mie, i nostri umori si
confondono nell'aria satura di sesso. "Dimmi di Lorenzo, cosa c'è
stato fra di voi?" sento le gambe farsi di cera, il respiro
accelerare, per poi fermarsi "non c'è mai stato niente, niente"
lo dice velatamente, quasi volesse proteggere il suo segreto dalle
orecchie bianche delle pareti.
"Vorrei così tanto poterti credere, cosa ci facevi allora quella
sera nella nostra camera, perché sei arrivata tu?" accelero il
movimento delle dita, tasti di un pianoforte a due code, tasti lucenti,
bianchi e neri, dai quali catturare i suoni più intensi. Ora la contengo
interamente nel palmo di una mano, il suo pube, le labbra voluttuose che
fanno richieste, ed hanno su di me il potere del migliore afrodisiaco.
Prolungare il dubbio è prolungare la speranza, il tempo adesso mi è
complice. I violini, in coro, gridano la loro richiesta alla luna, finché
non sembra che sia quell'impeto sonoro a guidare i nostri gesti, le sue
dita dentro di me, le mie spossate che riprendono le forze.
"Lorenzo ha sempre amato mettermi alla prova... tu dovevi essere il
nostro giocattolo".
La stanza mi gira intorno, i violini ammutoliti in un' istante, solo
l'esile figura della luna, stagliata in un cielo blu cobalto, la farina
dei sogni che mi avvolge di promesse stuzzicanti, la sua s piena di carne.
"Lo sono ancora...io sono ancora il tuo giocattolo, Ros?".
Martedì 4 ottobre, ore 21.00.
"Prima di addormentarci dovremmo ripetere: "Ho vissuto molte
vite. Sono stato un principe e uno schiavo. Molti amori ho tenuto sulle
ginocchia e mi hanno tenuto sulle ginocchia molti amori.". Io e Ros
ci ritroviamo sedute l'una accanto all'altra nella platea di un piccolo
teatro di provincia. Una giovane compagnia sperimentale recita poesie
erotiche, pezzi di Richards e di Aldembreyn, di Sunridge e della Sexton.
Ros, il vero spettacolo: un perfetto profilo di donna stagliato sul
vermiglio del velluto, incantata, non riesce a pronunciare una sola parola
... un fenicottero sperduto, e non direi rosa, ma color sangue, caramella
cuoricini di cannella...
il romanzo continua…fino a pagina 136.
|
|