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Milena Villa


Bolero




 

 

 




PIZZO NERO
Borelli




PARTE PRIMA



La frescura e il silenzio della piccola chiesa medievale allentarono la tensione di Eleonora, ma non la stanchezza, che ora avvertiva in ogni muscolo del corpo. Ad occhi chiusi, roteando lentamente la testa, ripensò a quegli ultimi giorni caldi di giugno: e di nuovo saliva al settimo cielo.
Aveva appena ottenuto il diploma al Conservatorio di Piacenza e, nonostante fosse stata una lunga e dura prova, l'aveva superata brillantemente, col massimo del punteggio e la lode degli esaminatori.
Finalmente iniziava la sua vita da adulta; sorridendo, ancora ad occhi chiusi, si immaginava arpista di fama internazionale, e, percorrendo rapidamente il suo futuro, vedeva accanto a sé un marito e dei figli, sicuramente più di uno, senza aver rinunciato alla sua carriera.
Era così felice, che aveva avvertito il bisogno di recarsi a pregare, pur non essendo una cattolica praticante. Eppure sentiva che doveva ringraziare 'qualcuno' per la predisposizione ricevuta alla nascita.
Fin da piccola aveva mostrato un particolare interesse per la musica, soprattutto quella classica. Fortunatamente i suoi genitori avevano assecondato questa dote innata. A tredici anni Eleonora aveva scelto l'arpa: i parenti avevano tentato di scoraggiarla, definendola ingombrante e obsoleta, ma Eleonora nutriva un amore profondo per quello strumento dal suono ammaliante.
"Ehi, d'accordo che è una giornata speciale, ma sparire così, non mi sembra carino! Ti aspettano tutti per festeggiare. L' hai dimenticato?" Marco si era seduto accanto a lei, guardandola con amore ed ammirazione.
"Figurati se dimentico una festa in mio onore!" esclamò, alzandosi e prendendolo per mano.
S'incamminarono verso casa passando per il centro del paese, che, come ogni sabato pomeriggio era gremito di gente, intenta a far shopping o a passeggio.
Eleonora amava camminare al fianco di Marco: lui le dava sicurezza, senza sopraffarla. Era disponibile e sempre attento ai suoi desideri, faceva tutto per accontentarla. Era l'uomo ideale, che tutte, a partire da sua sorella Elisabetta, le invidiavano.

A casa Verdi si erano riuniti un sacco di parenti: sua madre aveva organizzato un pranzo degno di una cerimonia e, nonostante fosse pomeriggio inoltrato, molti erano ancora a tavola.
Anche Marco aveva fatto le cose in grande: aveva voluto affittare la vecchia discoteca del paese, che, essendo abbastanza grande e disposta su due livelli, si prestava molto bene ad una festa fra tanti amici, dando comunque la sensazione dell'ambiente caldo ed accogliente.
Quella festa era il regalo per la sua ragazza, sua futura moglie. Era molto innamorato di lei, della sua bellezza, del suo modo di fare. Era certo che Eleonora fosse la donna giusta per lui.

Eleonora indossò un lungo abito da sera, nero, regalo di Elisabetta, che lasciava completamente scoperte le spalle, con un motivo in pizzo sul seno e un profondo spacco. Raccolse i lunghi capelli biondi, lasciando libera qualche ciocca, che ricadeva sul viso. Il trucco leggero evidenziava gli occhi azzurri e le labbra piene.
Il locale si riempì presto di gente: gli amici di Eleonora c'erano tutti e anche quelli di Marco. A loro si erano aggiunti amici di amici. La musica, scelta con cura, era un crescente invito a ballare. L'atmosfera era davvero allegra: Marco aveva fatto centro.

"Ele, voglio presentarti un mio compagno di università" Elisabetta prese per mano la sorella e la trascinò davanti ad un bellissimo ragazzo, che lasciò Eleonora senza fiato.
"Alessandro, ti presento la mia sorellina, la festeggiata. Un giorno sentirai parlare di lei, credimi" Elisabetta ammirava la sorella per le sue doti artistiche.
"Beh, spero di non aspettare troppo a lungo... voglio dire che spero di vederla di nuovo domani, anche se non sarà ancora famosa" anche Alessandro era rimasto molto colpito da Eleonora.
In quel momento qualcuno chiamò Elisabetta, che si allontanò, lasciandoli soli, ancora persi l'uno negli occhi dell'altra.
"Ti va di bere qualcosa? Così possiamo parlare: voglio sapere tutto di un'arpista. Sai, in un primo tempo avevo rifiutato l'invito di tua sorella, poi, quando ho scoperto che si festeggiava il tuo diploma, ho cambiato idea. Di solito non amo la confusione, ma da tempo desideravo conoscerti ed ora che ti ho davanti, capisco che il mio istinto aveva ragione" Alessandro era disarmante ed Eleonora si sentiva terribilmente attratta da quel ragazzo.
Si sedettero in disparte e la serata sembrò volare. Eleonora dimenticò completamente la festa e anche Marco. Alessandro le disse che stava per laurearsi in Economia e Commercio, poi avrebbe tentato la carriera in azienda: il suo sogno era diventare dirigente commerciale. Era fidanzato con Antonella, ma il rapporto era molto in crisi, a causa della gelosia di lei.
"Ora che ti ho incontrata, capisco che Antonella non può essere la donna della mia vita" sussurrò, baciandole la mano, che da tempo teneva fra le sue.
Eleonora fissò a lungo quegli occhi verdi, in cui leggeva desiderio e qualcosa di più.
Alessandro la baciò e la delicatezza iniziale lasciò ben presto il posto a una passione fino ad allora sconosciuta ad entrambi. Eleonora sentiva un fuoco salirle fra le gambe, un altro scenderle dalla testa, fino a scontrarsi nel punto più delicato e sensibile del suo corpo. Strinse forte le cosce, cercando di non abbandonarsi troppo a quella sensazione così forte. Quando si staccarono, si guardarono di nuovo, senza parlare, consci della nascita di qualcosa di molto intenso e sconvolgente.
"Ele, Ele, ma dove ti sei cacciata?" la voce di Elisabetta fece trasalire Eleonora.
Si alzò di scatto e raggiunse la sorella.
"Mi sono fermata a parlare col tuo amico. E' un tipo davvero simpatico" era terribilmente imbarazzata, ma finse abbastanza bene.
"Marco ti sta cercando: molti ormai se ne stanno andando e vogliono salutarti" disse, allontanandosi.
"Vai pure, ti chiamo domani" sussurrò Alessandro, che si era fermato dietro di lei, sfiorandole l'orecchio: lei si morse forte le labbra, provocandosi un piacevole dolore, per resistere alla tentazione di baciarlo di nuovo.

Marco l'accompagnò a casa, dopo che tutti erano usciti dal locale.
"E' stata una bella festa, vero?" disse allegro.
"Sì. Ed è tutto merito tuo: hai organizzato in modo perfetto, come il solito" rispose, tirando un sospiro di sollievo. Non si era reso conto della sua assenza, preso com'era dall'organizzazione, né del suo stato d'animo.
Davanti a casa, Marco fermò la macchina.
"Sei in gamba, Ele. Ti amo" le disse, avvicinandosi per baciarla.
Eleonora girò appena il viso, per evitare quelle labbra sulle sue: l'idea di baciarlo, dopo Alessandro, la infastidiva.
Subito notò lo sguardo stranito di Marco, che evidentemente non poteva capirla, e si sentì terribilmente in colpa.
Lo abbracciò.
"Scusami, sono molto stanca. Ti voglio bene anch'io, tanto" lo guardò, sorridendogli, poi scese.
"A domani" le disse e ripartì veloce.
Entrò in camera e, mentre si preparava per la notte, ripensò ad Alessandro.
"Ele, che è successo con Alessandro?" la domanda improvvisa e diretta di Elisabetta, appena entrata nella sua stanza, la spiazzò.
"Niente, perché?" fu la prima risposta che le venne alla mente, non senza arrossire palesemente.
Elisabetta la guardò con sospetto.
"Eli, cos'è l'amore?" chiese, sedendosi sul letto, evitando di guardarla in faccia.
"Oddio, che ti prende? Dovresti saperlo meglio di me: da due anni stai con Marco".
"Già, due anni e tre mesi e non ho mai provato quello che ho provato con Alessandro in pochi minuti" sospirò.
"Credo di aver incontrato l'amore, Eli. Lui è... bellissimo e con un modo di fare travolgente" aggiunse con aria beata.
"Bello lo è, travolgente... mah! Non me ne sono mai accorta! Ma cos'è successo per farti perdere la testa in questo modo?" Elisabetta aveva visto la sorella in quello stato solo con la musica, mai per un ragazzo.
"Mi ha parlato di Antonella, del loro rapporto in crisi e ha detto che ora che mi ha conosciuta, ha capito che non può salvare quella storia. E quando mi ha baciato, ho provato un'emozione fortissima, un fremito per tutto il corpo. Non mi era mai capitato nulla di simile".
"Ele, ma... che ne sarà di Marco? Parlavate di sposarvi. Attenta a non buttare tutto all'aria per una cotta" Elisabetta era sempre molto razionale e tifava chiaramente per il suo ragazzo, cui era molto affezionata.
Rimasta sola, Eleonora si sdraiò sul letto, lasciandosi andare al ricordo di quel bacio e le sue mani furono dov'erano state quelle di Alessandro, poco prima, sul collo, sulle braccia, sui fianchi. Si abbandonò completamente: la mano sinistra salì fino all'inguine, trovandolo già bagnato. Si massaggiò dapprima lentamente, poi con forza maggiore, sentendo le sue labbra sollevarsi ed aprirsi, quasi avessero una propria volontà. Aumentò il ritmo del movimento e la pressione delle sue dita: dovette soffocare i gemiti contro il cuscino, lasciandosi inondare da un'intensa sensazione di piacere. Subito si sentì nuovamente piena di desiderio. Alessandro non era accanto a lei: non poteva essere soddisfatta.

"Eleonora, devo vederti al più presto. Mi sei mancata terribilmente" Alessandro aveva un tono di voce molto sensuale, che le fece passare tutte le paure provate, non avendo ricevuto la sua telefonata il giorno dopo il loro primo incontro, come promesso.
Erano passati due giorni e lei aveva trascorso le ore sempre più in ansia. Non aveva quasi mangiato nulla. Aveva suonato continuamente, senza uscire né vedere nessuno.
Ed ora finalmente la sua voce, che cancellava ogni dubbio.
Accettò di incontrarlo. Poco dopo era sotto casa sua e in auto si diressero senza meta verso le colline.
"Ho lasciato Antonella. Non ti ho chiamata prima, perché volevo chiarire tutto con lei, per correttezza nei confronti di entrambe. Mi perdoni?" fermo ad un semaforo, Alessandro la guardava negli occhi con amore.
"Come l' ha presa?" chiese Eleonora, immensamente sollevata da quella dichiarazione.
"All'inizio mi ha fatto una scenata di gelosia. Le ho detto del nostro incontro e mi ha accusato di averla sempre tradita. Poi si è messa a piangere e... non è stato piacevole, anzi. Ho tentato di farle capire che non siamo fatti l'uno per l'altra, che non è colpa di nessuno. Anche lei deve trovare la persona giusta, ma non ha voluto ascoltarmi. Ad un certo punto se n'è andata. Sono certo che prima o poi capirà".
Fermò l'auto in mezzo ad un sentiero sterrato, sul crinale di una collina, ai piedi della quale si estendeva la pianura e all'orizzonte si vedeva Parma.
"Ora dobbiamo pensare a noi" la baciò con passione sul viso sul collo, scendendo verso il seno, mentre le sue mani premevano la nuca e i fianchi.
La spogliò con lentezza, ammirandola e toccandola in ogni parte che veniva scoperta; la fece sdraiare sul plaid scozzese che aveva preso dal baule dell'auto, senza smettere di accarezzarla.
"Sei bellissima. La donna che ho sempre sognato al mio fianco e nel mio letto" sussurrò tra un bacio e l'altro, aggiungendo parole sempre più forti, che aumentavano la tensione di entrambi.
Si mise ai suoi piedi e iniziò a leccarne le piante, procurandole un solletico insopportabile, che la obbligava a ritirarli. Alessandro li bloccò con decisione e con la lingua entrò nelle fessure fra le dita: doveva forzare con la punta per riuscire ad allargarle quanto bastava per entrare.
Rivolse la stessa attenzione anche all'altro piede; finita la sua opera, salì lentamente con le mani dalle caviglie alle ginocchia, soffermandosi di quando in quando per poi ripartire con maggior lentezza. Finalmente le sue mani raggiunsero l'inguine ed Eleonora si protese verso di lui, quasi supplicandolo di scoparla. Ma il ragazzo, vedendola gemere dal desiderio, si sollevò e tolse in un attimo la sua camicia. Eleonora, grata per quella breve pausa, s'inginocchiò e slacciò la cintura, poi i bottoni; lasciò cadere i pantaloni di lino e si spostò ad ammirarlo: quello che si vedeva sotto i boxer neri era una notevole promessa di piacere. Lo accarezzò e si compiacque di sentirlo vibrare al tatto delle sue dita e quella macchiolina, che si allargava rendendo più lucida la stoffa in corrispondenza della punta, le fece provare una scossa. Lo liberò in un attimo dall'indumento e lo infilò in bocca con decisione: voleva riempirsi di lui. Lo succhiò a lungo valutandone l'abbondanza di centimetri, sia in lunghezza sia in circonferenza, e continuò a leccarlo e succhiarlo, immaginando il sapore finale che avrebbe riempito la sua bocca. Sentì le mani di lui stringerle i glutei, poi le dita scorrere delicatamente in avanti, passando oltre i due fori per arrivare al clitoride; qui iniziavano a stringere con forza e tornavano indietro, visitando con furia il primo tunnel e premendo solo l'ingresso del secondo.
Ogni volta che saliva e scendeva con la lingua e la bocca, Eleonora ne percepiva le pulsazioni: sapeva che era prossimo all'orgasmo e desiderava riempirsi del suo seme, voleva iniziare a sentirlo suo.
Ma lui la costrinse a distendersi: desiderava dedicarsi a quel bel seno sodo, a quei capezzoli rosa, che reclamavano attenzione. Stringeva con le mani, leccava le areole e i capezzoli con la punta della lingua, così tesa che sembrava perforarli; quando li morse, Eleonora sentì il suo seme scendere abbondante e poi spargersi sul pube; i peli biondi ne rallentavano l'uscita, ma piano piano sentì l'inguine bagnarsi.
Alessandro sentì l'odore di quel fiume ed abbandonò i seni per affondare il viso fra le gambe di quella ragazza che lo aveva stregato. La penetrò con la lingua, bevve tutto quel succo dal sapore del miele, succhiò quel clitoride rosso come il fuoco. Allontanò un poco il viso per guardarla: i peli arricciati biondi, brillanti per il seme trattenuto, nascondevano a mala pena le labbra tanto gonfie. Le allargò delicatamente e sorrise nel vedere le altre, più piccole e rosate, che si protendevano verso di lui, supplicandolo di essere torturate. Riprese a baciarle, entrando con la punta della lingua in ogni scanalatura, penetrando quella grotta nuovamente inondata di succo. Con uno scatto atletico si distese e fece in modo che lei gli fosse sopra. Eleonora urlò sentendosi penetrare così brutalmente: una sensazione di piacere infinito la invase, ormai non si sarebbe più fermata. Sentì l'orgasmo crescere in lei: i muscoli le dolevano per lo sforzo del movimento, i nervi erano in tensione; i gemiti lasciarono il posto ai singhiozzi che lasciarono il posto alle urla, mentre anche Alessandro, muovendo con scatti decisi il suo bacino per colpirla ovunque, si abbandonò ad un lungo grido soffocato.
Spossati, rimasero abbracciati, con le gambe ancor intrecciate a lungo su quel prato, sotto un sole caldo: per entrambi era stato incredibilmente magico.
Ancora nudi, sdraiati sul plaid, Alessandro copriva il pube di lei con delle margherite, ricordando ad Eleonora 'L'amante di Lady Chatterly', uno dei suoi romanzi preferiti.
"Ad ottobre mi laureerò. Ho già un contatto con un'azienda di Parma, dove dovrei cominciare in gennaio. Se tutto va come penso, la prossima primavera potremmo andare a vivere insieme".
Quella frase la fece sussultare.
"Vivere insieme? Ma ci conosciamo appena!" protestò debolmente, pensando a come avrebbero reagito a casa sua ad una notizia del genere. E Marco?
"Senti il bisogno di conoscermi meglio? Io ho la certezza assoluta che siamo nati per stare insieme. Abbiamo appena fatto l'amore e per me è stato... diverso. Non ho mai provato qualcosa di così profondo. Se non ti avessi incontrata, probabilmente avrei finito per sposare Antonella, con la quale ti assicuro non mi sono mai sentito così... coinvolto anima e corpo" Alessandro era deluso dall'indecisione della ragazza.
Eleonora si dispiacque delle sue parole, ma non aveva la sua determinazione. E poi c'era Marco. Gli raccontò tutto con un po' di vergogna. Alessandro era stato molto più onesto e sincero. Ma lui non sembrò arrabbiarsi per questo.
"Io so che tu mi ami. Lo sento, lo vedo dai tuoi occhi. Tu sei mia. Devi accettarlo e parlare con lui al più presto".
Si strinse fra le sue braccia e si sentì sicura e decisa.

Quando rientrò, trovò un messaggio per lei: l'avevano chiamata per delle serate a Bologna. Si trattava di tre concerti, che l'avrebbero costretta a fermarsi una settimana e la partenza era prevista per l'indomani: prendere o lasciare. Naturalmente prese, senza pensarci due volte.
Dopo aver organizzato tutto, pensò alla promessa fatta ad Alessandro: doveva parlare con Marco. Ora che era tornata a casa, la sicurezza della decisione era svanita: non si sentiva pronta, non sapeva se era la cosa giusta. S'infilò sotto la doccia e ripensando al pomeriggio con Alessandro, sentì nuovamente il desiderio crescere in lei.
Cercò di trattenersi: negli ultimi giorni si era masturbata più di quanto non avesse mai fatto in passato. Si sentiva in preda ad un desiderio continuo, inestinguibile e le sembrava di perdere la sua abituale sicurezza.
Aprì l'acqua fredda per calmare i suoi bollori, ma il risultato fu scarso. Il ricordo delle mani di Alessandro, della sua bocca, della sua lingua la facevano fremere.
Elisabetta entrò per sapere com'era andata. Eleonora fraintese volutamente e le parlò dei suoi primi concerti da diplomata che l'aspettavano. Mentre parlava realizzò quanto la musica era la sua vera, grande passione.
"E con Alessandro? Ti piace, vero?" chiese curiosa.
"Di più Eli, sono completamente partita. Mi basta sentire il suo nome, che mi viene in mente il suo viso, il suo modo di baciarmi, di toccarmi, il suo odore..." Eleonora sospirò ad occhi chiusi.
"Come sarebbe toccarmi, il suo odore ? Ci sei finita a letto? E Marco?".
Eleonora riaprì gli occhi e ritornò sulla terra: il tono di sua sorella era alquanto severo. Per come erano abituate, sapeva di doversi controllare un po' di più, ma aveva bisogno di sapere se anche alle altre succedeva di essere possedute da tanta voglia di sesso.
"Eli, non arrabbiarti, per favore. Io... mi sento molto strana. Da quando l' ho conosciuto, desidero solo fare l'amore con lui, non m'importa di niente altro. A te non è mai successo di... sì, insomma non ti sei mai masturbata, perché non riuscivi a resistere?" guardò sua sorella con imbarazzo e un lieve rossore in viso.
Elisabetta la guardò a bocca aperta.
"Eleonora, io non ti capisco: stai con Marco da parecchio, parlavate di sposarti, eri felice ed ora mi vieni a dire che ti masturbi perché hai incontrato un altro. Scusa, ma con Marco guardavi le stelle?".
"Quando sono con Marco sto bene, sono serena, non perdo il controllo, nessuna sensazione forte".
"Ma non ti sei mai lamentata!" sbottò la sorella.
"Sì, anche perché suonare mi dà molte emozioni, che compensavano il rapporto tranquillo con Marco. In effetti, se penso ad oggi, a ciò che è successo, dio mi sembra di aver conosciuto una nuova parte di me stessa!".
Elisabetta era stupita dal comportamento della sorella: le aveva sempre invidiato il suo fidanzato, era innamorata di lui segretamente e pensare che lei lo tradiva la faceva andare su tutte le furie. Ma quell'espressione così nuova, intensa, mentre parlava del pomeriggio con Alessandro, le fece venire strani desideri. Sentiva fremere il suo corpo. E poi c'era la possibilità che Marco tornasse libero e lei non se lo sarebbe lasciato scappare.
"Cos'è successo oggi?" si azzardò a chiedere, ormai in preda ad una curiosità quasi morbosa.
"E' stato magnifico: non ha lasciato una parte del mio corpo senza il tocco della sua mano o della sua bocca. Ho scoperto di avere un sacco di zone che mi fanno godere" confessò con un gran senso di liberazione.
"Ad esempio?".
"I piedi. Ha infilato la lingua fra le dita ed ogni volta era come una penetrazione vera e propria. La sua lingua mi ha fatta impazzire: l' ho supplicato di prendermi più volte, ma lui continuava a ritardare ed io credevo di morire, sai? Quando finalmente si è deciso, me l'ha sbattuto dentro con una forza tale che pensavo mi avesse lacerata. Ma non era dolore quello che ho provato: non sono riuscita a trattenere l'orgasmo, che è stato violentissimo e lui è venuto dentro di me. Per la prima volta mi sono sentita posseduta: io ero sua e credimi, non c'è niente di più bello che appartenere ad un uomo".
Eleonora guardò la sorella: si era seduta sul bordo della vasca, gli occhi chiusi, le labbra semi aperte sembrava in attesa di un piacere intenso. Uscì senza dire nulla; mentre chiudeva la porta la sentì sussurrare 'Marco', ma scrollò subito la testa, pensando di aver capito male.
Entrò in camera sua. Il problema era ancora irrisolto, ma decise di prendersi quella settimana di lavoro come pausa di riflessione: al ritorno avrebbe avuto le idee chiare.

Qualche giorno dopo, ricevette la visita di Marco. Erano le dieci di mattina e lei stava ancora dormendo. Marco aveva lasciato i documenti alla reception ed era salito in camera. Quando la vide, con la camicia da notte rossa, di raso, lunga e semplice, desiderò far scivolare le spalline per ritrovarsela in un attimo completamente nuda davanti a sé. Si avvicinò, l'abbracciò con dolcezza, sussurrandole parole d'amore, che mascheravano il desiderio di prenderla.
Eleonora sembrava abbandonarsi ai baci sul collo, alle carezze ancora trattenute. Leccò l'orecchio e fece scivolare le mani sul suo seno. Il leggero ansimare di lei, lo spinse a sollevare la camicia da notte: arrivò subito all'inguine, che trovò bagnato. Infilò il dito, muovendolo su e giù, continuando a stringere con l'altra mano il seno con forza.
Pochi istanti ed Eleonora provò un po' di fastidio. Era stanca di sentirsi toccare solo in parte, il suo corpo fremeva tutto, totalmente. Con decisione si staccò da lui, senza guardarlo in faccia, s'inginocchiò ed iniziò a spogliarlo. Glielo leccò e lo inghiottì più volte, con forza e rabbia.
"Scopami, adesso" ordinò, mettendosi carponi, dopo aver tolto la camicia da notte.
Marco rimase senza parole: la sua Eleonora non aveva mai parlato in quel modo. Lo sconcerto durò pochi secondi e con veemenza la penetrò, muovendosi con ritmo sostenuto; era però così eccitato da quella novità, che venne in un lampo.
Si distesero sul letto.
"Sei stata bravissima, amore mio, mi hai spiazzato" disse con un sospiro di gioia.
Eleonora sentiva la voglia crescere in lei. Si mise prona e tornò a leccarlo e succhiarlo con forza e rabbia, ma senza alcun effetto.
"Mi dispiace, tesoro: sai che ha bisogno di un quarto d'ora per ricominciare. Dopo sarò tutto per te" la strinse a sé e si addormentò all'istante.
Eleonora avrebbe voluto svegliarlo, dirgli che voleva scopare, che voleva un orgasmo, ma si trattenne: il suo corpo si stava già raffreddando.

Marco ripartì nel pomeriggio, dopo che avevano pranzato insieme. Eleonora, decisa a lasciarlo in un primo tempo, aveva ritrovato un affetto profondo per lui, mentre parlavano al ristorante, ed ancora una volta decise di rimandare. Con lui si sentiva padrona di sé: Marco era l'uomo ideale, quello che non avrebbe ostacolato in nessun modo la sua carriera. Certo le emozioni provate con Alessandro erano uniche, ma l'amore per lui avrebbe sbiadito la passione per la musica e non voleva che questo accadesse.

La sera dietro le quinte del teatro, dov'era appena terminato il concerto, un addetto ai lavori le consegnò un mazzo di tulipani, i suoi fiori preferiti. Lesse con un desiderio crescente il biglietto.
Quando suoni, sei come quando fai l'amore: dai tutta te stessa... tu e l'arpa siete una sola cosa... la musica ti possiede. Forse dovrei essere geloso, ma al momento ho solo una gran voglia di amarti. Alessandro.
Lesse più volte quelle parole, che la facevano morire di voglia.
"Signorina, mi ha sentito? Il signore dei fiori le fa sapere che c'è un taxi ad attenderla davanti all'ingresso principale del teatro" il ragazzo, che le aveva consegnato il biglietto, era rimasto fermo davanti a lei.
Eleonora si riprese, con lieve imbarazzo per la sua agitazione, ma lo sguardo ammiccante del giovane la fece sorridere, divertita.
Salì sul taxi e si meravigliò di non trovarci anche Alessandro. Era un po' delusa, ma l'eccitazione, nel sapersi prossima all'incontro con lui, le faceva stringere le gambe.
Il taxi rallentò, accostò e un attimo dopo Alessandro era accanto a lei, che la baciava, la toccava ovunque, facendole vibrare ogni millimetro del suo corpo.
Cercò di trattenere i sospiri e i gemiti, perché non giungessero al taxista, e quell'immenso sforzo aumentava la voglia di essere presa su quel sedile. Temeva e nello stesso tempo sperava sarebbe successo di lì a poco: fare l'amore in presenza di una terza persona, ignara, la spaventava e la eccitava ancora di più. Finalmente il taxi si fermò e in un attimo Alessandro si era già ricomposto e si accingeva a pagare la corsa, lasciando lei sconvolta e in disordine.
Entrarono in albergo e, non appena preso l'ascensore, Eleonora si buttò ai suoi piedi e gli aprì velocemente i pantaloni.
Non si accorse del tragitto dall'ascensore alla camera; si ritrovò in una stanza, le mani di lui ovunque sul suo corpo a stuzzicarla di nuovo fino alla pazzia.
Un bagno grande, un'enorme vasca piena di acqua con un forte profumo di sandalo, li attendeva per accogliere le loro schermaglie. Alessandro la insaponò con estrema lentezza dappertutto, premendo o solo sfiorando il suo corpo, in un gioco che la faceva uscir di senno, senza mai fermarsi, solo rallentando od accelerando i movimenti. Quando finalmente l'abbandonò e si sedette, lei gli salì sopra, ma al suo gesto di non farlo, si bloccò, e con un grande sforzo rinunciò alla penetrazione, cercando di calmarsi. Prese dell'olio profumato e si unse le mani; le fece scorrere sul corpo di lui, partendo dalla nuca, passando al collo, scendendo dalle spalle fino alle dita, usando prima la lingua o le labbra. Si soffermò a lungo sul torace, creando con l'olio tanti piccoli cespugli col suo pelo dorato e percorrendo con la punta della lingua il labirinto che si era creato in mezzo a quella foresta.
Scese verso l'ombelico e più giù, sempre prima con la lingua e poi con le mani unte, lentamente per portarlo al massimo della tensione, ripetendo la stessa operazione sui peli di un'altra foresta, da dove svettava un'enorme montagna, cui dedicò lunghi massaggi con le dita.
Alessandro apprezzò la varietà di ritmo della sua mano: la presa decisa e vigorosa, che diventava un leggero tocco avvicinandosi alla punta lo facevano eccitare al massimo. E il solletico sui peli procurato dalla sua lingua, che s'irrigidiva, spostandosi in quel tratto sensibilissimo che porta all'unico orifizio maschile, facevano aumentare sensibilmente le contrazioni. E finalmente lasciò uscire il seme, caldo, dolciastro, che inondò la sua bella bocca. Vederla bere fino all'ultima goccia gli fece prolungare l'orgasmo.
Alessandro ancora ansimava, quando lei riprese a massaggiargli il pene e con sua piacevole sorpresa lo vide tornare subito enorme, duro, pronto a farla andare in paradiso.
Alessandro la fece alzare.
"Vieni, andiamo a toglierci la schiuma di dosso".
S'infilarono sotto la doccia, dall'ampio getto pungente sulla loro pelle così tesa dal desiderio.
Alessandro la sollevò per le cosce, penetrandola con vigore; aiutato dall'olio, raggiunse immediatamente la fine di quel vulcano. Le pareti, che gli si stringevano intorno con forza, facendogli faticare l'uscita, quel calore violento, quella lava sciropposa, che usciva copiosamente, ricordavano davvero un vulcano in eruzione.

Alessandro la asciugò, facendole indossare un accappatoio e la portò sul letto.
Eleonora lo guardò a lungo con amore, senza dire nulla. Si chiese quanto ancora l'avrebbe stupita; sembrava nato per amarla, per possederla. Mai aveva provato tanto desiderio e godimento.

"Hai lasciato Marco?" le chiese, distogliendola prepotentemente dai suoi morbidi pensieri.
Alessandro aveva già indossato i pantaloni blu e la Lacoste azzurra.
Lo guardò negli occhi e le parole le morirono in gola, soffocate da quello sguardo gelido.
"Ti ho fatto una domanda, allora?" insistette, guardandola dritto negli occhi.
"Ci ho provato, ma non è facile, insomma io..." balbettò, chiedendosi perché lo volesse sapere in quel momento.
"Non sopporto le palle, Eleonora. Voglio la verità, adesso".
Eleonora era allibita: non riusciva a capire quella sua trasformazione. Aveva quasi paura di lui.
"Com'è che ti lascia dei messaggi d'amore in una camera d'albergo? Il coglione ha pure messo la data di ieri. Dì la verità: ha passato con te la notte, vero? Hai scopato con lui e poi sei venuta con me, senza farti alcun problema. Sei una gran puttana!" il tono della voce era basso, stranamente non gridava, ma le parole erano più taglienti di una lama d'acciaio.
Eleonora non sapeva cosa dire. Malediceva Marco per quel pensiero romantico, malediceva se stessa per non aver saputo prendere subito la giusta decisione. Ora rischiava di perdere Alessandro, l'unico uomo in grado di possederla, di farla vibrare interamente.
"Non è così, credimi. Ma non è facile chiudere definitivamente una storia, quando si è già parlato di matrimonio..." Eleonora cercò di rabbonirlo, ma lo sguardo di lui era sempre più glaciale.
"Non è facile?! Io cos' ho fatto con Antonella? Lo sai che tuttora mi tampina? Eppure io sono irremovibile".
Non le diede il tempo di replicare, perché uscì sbattendo la porta.
Eleonora si sentiva stanca e disperata, temeva di perderlo, proprio ora che aveva scelto. Fare l'amore con entrambi in così breve tempo le aveva tolto qualsiasi dubbio; Alessandro, così determinato, non le avrebbe lasciato molta autorità nella loro vita a due, ma era pronta a rinunciarvi pur di continuare a soddisfare la femmina sensuale che soltanto con lui aveva scoperto essere.
Di colpo si addormentò.
Nel sonno sognò Alessandro: tornava per fare pace, per pregarla di rimanere con lui. Era nuda, sentiva il suo corpo smaniarsi.
'Allarga le gambe. Non toccarti. E tieni gli occhi chiusi'.
La voce di Alessandro era decisa, come nella realtà.
Lentamente fece ciò che lui le aveva ordinato. Sentì qualcosa di morbido che le sfiorava l'interno delle cosce e si sforzò di capire cosa fosse: forse la sua lingua, ma non ne era convinta.
L'oggetto si avvicinava sempre di più al pube, che si protendeva, smanioso di farsi toccare, ma più manifestava il suo desiderio, più questo si allontanava.
'Che cos'è?' chiese infine curiosa.
'A te indovinare. Se ci riesci, hai diritto all'orgasmo, sennò dovrai aspettare' di nuovo quel tono imperativo.
Si spostò sull'addome piatto, facendole contrarre i muscoli per una sensazione mista di solletico e desiderio.
Corse su e giù per entrambe le braccia, evitando il contatto con le mani, che l'avrebbero facilmente riconosciuto. I movimenti lenti e delicati sulle spalle, la fecero gemere.
'Hai voglia, vero? Adesso te lo metto in mezzo alle gambe, ma dovrai rinunciare all'orgasmo, perché non hai saputo indovinare' le disse in un sussurro.
'Che importa, tanto è un sogno!' pensò Eleonora ed allargò ancor di più le gambe.
L'oggetto scendeva dalle spalle verso l'inguine con una lentezza esasperante. E finalmente arrivò e sfiorò il clitoride, proteso ed infiammato.
'E' un pennello!' esclamò Eleonora, pensando a quello che teneva in borsetta per sistemarsi il trucco all'occorrenza.
"Fuoco! Ero certo che la tua parte più sensibile fosse in mezzo alle gambe" commentò maliziosamente, continuando a spennellarla, finché non riconobbe i segnali di un prossimo orgasmo.
A quel punto si fermò, brutalmente ed Eleonora, in preda a dolorose convulsioni, aprì gli occhi, rendendosi conto a fatica che non aveva sognato.
Alessandro era in piedi di fianco al letto. Infilò il pennello in tasca.
"Questo lo tengo con me, mi ricorderà il tuo odore, il tuo sapore" mormorò, guardandola con una strana luce negli occhi.
Eleonora vi lesse desiderio, ma anche vendetta e senza ritegno lo supplicò di restare, di farla venire.
"Quando capirai che appartieni solo a me, allora ti prenderò" ed uscì dalla stanza, lasciandola scossa fisicamente e moralmente.
Si alzò, le gambe tremanti la portarono al frigobar e le mani incerte presero una bottiglietta di vetro di Coca-Cola, la stapparono, la misero fra le gambe e la spinsero su e giù; quelle bollicine fredde aumentarono il piacere, che arrivò, finalmente, portando sollievo al corpo, ma non alla mente.

Due giorni dopo, Eleonora era rientrata e aveva lasciato Marco.
"Amo un altro - gli aveva detto, senza girare troppo intorno al nocciolo della questione. - Mi dispiace, ho capito che non sei l'uomo della mia vita ed evidentemente non sono io quella giusta per te".
Marco era rimasto senza parole. Era un ragazzo molto buono, accomodante: non avevano mai litigato, non c'era mai stato motivo per discutere.
Pian piano l'espressione del suo sguardo era cambiata, trasformando il viso in una maschera di rabbia e dolore.
"Ci sei stata a letto?".
Eleonora era impressionata da quel cambiamento, ma decisa a non tornare indietro. Aveva annuito.
"E' per questo che mi lasci? Lui ti fa divertire di più?" chiese in un tentativo masochista di sapere il vero motivo di quella separazione.
Eleonora aveva soffocato l'impulso di negare per non farlo soffrire. Voleva chiudere per sempre, inutile addolcire l'amara pillola.
Aveva annuito di nuovo.
"Puttana" aveva sibilato Marco, prima di girarsi ed andarsene.
Era la seconda volta nella sua vita che si sentiva chiamare in quel modo ed era accaduto negli ultimi due giorni. Ma, invece di sentirsi offesa, aveva provato una strana esaltazione. Aveva scoperto una nuova Eleonora, fatta di sensi e di piacere fisico, che la faceva stare bene. E questo grazie ad Alessandro.
Corse a telefonargli, ma le rispose la segreteria telefonica. La prima volta interruppe la comunicazione, ma subito rifece il numero e lasciò un messaggio con voce sensuale.
"Sono Eleonora e sono libera di amarti e di essere tua. Non farmi aspettare, ti prego".
Arrivò la sera e la notte la trovò insonne: Alessandro non aveva chiamato e lei non ne poteva più dell'attesa.
Il giorno dopo Elisabetta entrò in camera sua.
"Hanno portato questo pacchetto per te" disse, posandolo sul tavolino di fianco al letto dove Eleonora era coricata, senza mostrare interesse per l'oggetto.
"Cosa c'è che non va? Hai una faccia!" chiese preoccupata.
Eleonora le spiegò brevemente cos'era successo a Bologna: la visita prima di Marco, poi quella di Alessandro, che l'aveva minacciata di lasciarla se non faceva subito una scelta, l'incontro con Marco e il messaggio ad Alessandro, cui non aveva ancora ricevuto risposta.
"E Marco? Come l' ha presa?" Elisabetta era tesa e nervosa.
"Mi aspettavo una reazione più... viva, ma si è limitato a darmi della puttana, dopo avermi chiesto se c'ero stata a letto e se mi era piaciuto di più" disse con una smorfia di disgusto.
"Avresti meritato davvero un'altra reazione: avrebbe dovuto prenderti a sberle. Sei stata con due uomini nello stesso giorno, ti rendi conto?" Elisabetta, la brava ed irreprensibile sorella, le stava facendo la paternale, anche se non vedeva l'ora di correre a chiamare Marco, per consolarlo.
"Non è stata una decisione facile: a Marco sono molto affezionata, lui mi dava sicurezza, stabilità, ma sessualmente era disastroso paragonato ad Alessandro. Ho solo ventitré anni, voglio sapere cos'è l'amore, la passione, non mi sembra di chiedere la luna" sbottò lei.
"Forse avresti dovuto parlargliene, dirgli cosa volevi" continuò Elisabetta, per conoscere meglio la situazione.
Era innamorata di Marco da quando sua sorella glielo aveva presentato e, nonostante tutti la giudicavano fredda e razionale, si era masturbata più volte, pensando a lui. Non poteva credere che Marco fosse una frana: era convinta che potesse essere dolce e brutale, delicato e violento, secondo il momento.
"Dopo più di due anni dovrebbe conoscermi, sapere ciò che mi piace. Ma probabilmente hai ragione: nel nostro rapporto io ho sempre deciso e scelto, lui ha sempre accettato tutto per amore. Alessandro mi ha fatto capire cosa significa essere posseduti: quando facciamo l'amore, lui sa portarmi a dei punti in cui potrebbe farmi fare ciò che vuole, perché sono in suo potere".
Elisabetta era sconvolta da quella rivelazione. Entrambe erano donne sicure di sé, di ciò che volevano. Nessuno poteva intromettersi nelle loro decisioni. Ed ora sua sorella era pazza di un uomo che le faceva fare ciò che lui desiderava!
Uscì dalla stanza ancora shockata, ma si affrettò a telefonare a Marco per invitarlo a pranzare insieme.
Eleonora si alzò svogliatamente. Quando uscì dal bagno, notò il pacchetto ancora incartato che Elisabetta aveva lasciato sul tavolino.
Si sedette sul letto, lo scartò e si trovò fra le mani una scatola anonima ed un biglietto.
'Amore mio, ero certo che avresti fatto la cosa giusta. Purtroppo sono impegnato fuori città per qualche giorno. Ti mando un regalo per farti sentire meno la mia mancanza. Ti desidero da morire. A presto. Alessandro".
Baciò ed inspirò il cartoncino che emanava il suo profumo. Lui non era più arrabbiato, la desiderava e si premurava di farle un regalo. Aprì con forza rompendo la scatola e da un sacchetto di raso rosso estrasse un vibratore: ricordava molto il pene di Alessandro, sia per le dimensioni abbondanti sia per il colore chiaro. Lo prese in mano, sfiorandolo tutto: anche al tatto sembrava vero. Era ben disegnato, coi testicoli ed una ventosa che si attaccava a qualsiasi superficie, per poterci montare sopra. Sentì le mutandine completamente bagnate. Chiuse la porta a chiave e lo provò. All'inizio faticò a lasciarsi andare. Era bagnata e il clitoride rispondeva ai continui sfregamenti, ma quando lo infilava non provava granché, nonostante la piacevole vibrazione che le faceva toccare tutto l'interno. Le mancava terribilmente Alessandro, le sue mani, la sua lingua. Ma lui voleva che lei godesse, per questo le aveva regalato quel vibratore. Così continuò a masturbarsi esternamente e il clitoride non la deluse: di lì a poco sentì l'orgasmo arrivare. Le gambe che tremavano violentemente, la sensazione di svenimento che partiva dallo stomaco e saliva al cervello, le facevano perdere la lucidità; e poi un'esplosione: tutto si muoveva, come in un ballo sfrenato, lasciandola sconvolta e spossata col vibratore ancora in mano.

Nei giorni seguenti Eleonora si dedicò completamente all'arpa per prepararsi ad un importante concorso che si sarebbe svolto a Gardone, sul lago di Garda. Quando la stanchezza o l'assenza di Alessandro non le permettevano la benché minima concentrazione, si chiudeva a chiave in camera e si trastullava col vibratore. Ormai aveva raggiunto una notevole dimestichezza e riusciva a raggiungere momenti di piacere altissimo, che, se non erano a livello degli incontri col suo uomo, erano sicuramente meglio del masturbarsi da sola.
Fu in uno di quei momenti che Alessandro chiamò. Era sola in casa e decise di non rispondere per non rinunciare al piacere che sentiva vicino. Scattò la segreteria telefonica e con sorpresa sentì la sua voce.
Si precipitò al telefono e rispose, ansimante.
"Ciao, piccola, che stavi facendo? Aspetta, lasciami indovinare. Il giocattolo che ti ho mandato ti è piaciuto vero? Ci stavi giocando anche adesso? Dai, fammi sentire" chiese con voce suadente.
Eleonora, senza dire nulla, in preda ad un'eccitazione quasi violenta per quella situazione imprevedibile, mise il telefono in viva voce e, sdraiatasi a terra, riprese il suo gioco.
"Toccalo, Eleonora, voglio che la tua mano esperta lo stringa forte in basso e lo sfiori delicatamente sulla punta. Ancora... ora leccalo, tutt'intorno... colpisci più forte. Sei bagnata, vero? Sento l'odore del miele, vorrei berlo tutto, vorrei affondare la mia lingua nelle tue labbra. Continua a leccare, Eleonora. Immagina i tuoi capezzoli fra i miei denti: lo so che quando stringo, ti bagni di più... adesso mettilo fra le gambe, senza infilarlo, non è ancora il momento di venire. Strofinalo forte avanti e indietro: premi sul clitoride solo quando viene avanti, senza fermarti" Alessandro era molto preso anche lui da quel gioco. Si era slacciato i pantaloni, liberato dai boxer ed aveva iniziato a muovere la mano, sognando fosse quella di Eleonora: vedeva la sua pelle color avorio, le dita lunghe ed affusolate, le unghie curate, salire e scendere, stringendo o sfiorando, in un crescendo di piacere che lo faceva impazzire.
Eleonora dal canto suo continuava a masturbarsi come lui le aveva ordinato, cercando di trattenersi, di non lasciarsi andare, anche se sapeva di non poter resistere ancora a lungo.
"Adesso, Eleonora, vieni... vieni...".
I gemiti che provenivano dall'apparecchio, scatenarono in Eleonora un miscuglio di sensazioni così forte da farla piangere ed urlare contemporaneamente.
"Sei grande, davvero. Passo a prenderti fra mezz'ora, ok?".
Eleonora rimase qualche istante sul letto. Quando il respiro tornò ad essere regolare, si alzò e si preparò in un attimo.
Indossò un abito che aveva acquistato da poco: arrivava a coprirle le ginocchia, color celeste, e le stava come una seconda pelle, evidenziando le sue belle curve. Appositamente non mise biancheria intima, per non rovinare l'effetto così naturale.
Quando lo vide, sentì un colpo allo stomaco, forse al cuore: una morsa così forte da farle annebbiare la vista e ritrovarsi immediatamente bagnata.
'Com'è possibile desiderare tanto un uomo?' si chiese, mentre saliva sull'auto e si lasciava baciare con sensualità.
All'improvviso Alessandro si staccò da quell'abbraccio e si fece cupo.
"Devo parlarti, Ele. E' meglio se andiamo a casa mia" il suo tono era abbastanza serio da farle presentire qualcosa di brutto.
Entrarono nel bilocale in cui viveva da solo, dove regnava il tipico disordine di un single.
Eleonora si sedette sul divano, mentre lui accese lo stereo e versò del succo di frutta in due bicchieri.
Dopo averne sorseggiato un po' le spiegò il motivo per cui era sparito in quei giorni.
Antonella, la sua ex, aveva scoperto di essere incinta e lui era il padre. Alessandro, dopo aver riflettuto, aveva preso una decisione: voleva essere padre, non avrebbe mai rinunciato a suo figlio. Aveva proposto ad Antonella di portare a termine la gravidanza: si sarebbe preso cura lui del bambino, insieme con Eleonora. Antonella aveva rifiutato: o la sposava o abortiva.
Lui si era dimostrato irremovibile e lei aveva tentato il suicidio. Più che altro una messinscena, fortunatamente il bambino non ne aveva sofferto. Ora stava cercando di convincere Antonella a dargli il bambino.
Eleonora era allibita.
"Alessandro, io non sono pronta per dei figli adesso! Oltre tutto non è nemmeno mio".
"Ma è sangue del mio sangue. Se ami me, amerai anche lui. Devi solo volerlo" ribatté lui in tutta tranquillità.
"Beh, io non lo voglio" Eleonora era molto irritata, soprattutto da quel tono così calmo, di chi ha già preso una decisione definitiva.
"Perché no? Mi hai detto che il tuo sogno è un marito, dei figli".
"Il mio sogno è diventare una musicista famosa e poi formare una famiglia con dei figli miei!" ribadì, alterata e sconvolta, uscendo dal suo appartamento.
Raggiunse a piedi la stazione degli autobus ed attese, impaziente di tornare a casa, cercando di capire cosa stava realmente succedendo.
Scese nella piazza del suo paese completamente inebetita. Rientrò a casa e si chiuse immediatamente in camera sua. Dopo poco sentì bussare ed Elisabetta, in perfetta forma, ben vestita e truccata, pronta evidentemente per un appuntamento, entrò.
Era preoccupata per sua sorella: l'aveva vista rientrare sconvolta e si chiedeva cosa le fosse successo.
Eleonora si mise a piangere e le raccontò di Antonella, del bambino, dell'idea di Alessandro di crescerlo insieme con lei e si sentì terribilmente umiliata.
"Grandissimo figlio di buona donna!" esclamò la sorella.
"Mette da parte la vera madre, pretende che la sua compagna allevi il piccolo, senza nemmeno chiederle il parere: devo dire che ha un'ottima considerazione di te!" sibilò di nuovo.
Eleonora continuava a piangere: non poteva accettare una simile umiliazione, oltre al fatto che la cosa era davvero inverosimile. Ma l'idea di rinunciare a lui era sconvolgente!
Elisabetta la coccolò a lungo. Le dispiaceva vederla soffrire, ma egoisticamente temeva che questo l'avrebbe riavvicinata a Marco, senza dubbio più comprensivo e sensibile di quell'elefante.
"Che intenzioni hai?" le chiese, quando i singhiozzi si calmarono.
"Non posso accettare, non voglio. Oltre all'offesa, c'è il fatto che non me la sento di fare da madre ad un bambino che non è mio" sussurrò.
"Ne parlerai con Marco?" osò Elisabetta.
"Marco? E perché dovrei? Le nostre strade si sono separate definitivamente: non abbiamo più niente da condividere" Eleonora si mise a sedere e guardò la sorella negli occhi, sorridendole.
"Piuttosto tu: stai uscendo con lui, o sbaglio?".
"Ti dispiace?" arrossì lei.
"Te l' ho detto: è finita. Secondo me aveva sbagliato sorella. Credo sarete una bella coppia" le disse, abbracciandola con affetto.
La guardò uscire, felice e la invidiò. Ripensando alla sua storia con Marco, però, l'invidia lasciò il posto ad una sensazione fastidiosa: se non avesse incontrato Alessandro, probabilmente sarebbe rimasta con lui e non avrebbe mai conosciuto le gioie della passione.
Nuove lacrime le rigarono il viso: se non avesse conosciuto Alessandro, ora non soffrirebbe tanto!
Fortunatamente la partenza per Gardone era imminente e si sforzò di concentrarsi sul concorso.

Saltiamo all'ultimo capitolo… siamo a pagina 153 del romanzo.

PARTE QUARTA



Eleonora finì di sorseggiare il caffè senza zucchero, con cui era solita terminare la colazione a base di frutta fresca e yogurt. Si alzò, stirandosi, ed uscì sulla terrazza che si affacciava sul lago. Quel panorama le procurava sempre una notevole sensazione di benessere, così come quelle stanze calde ed accoglienti, finemente arredate con mobili antichi, la facevano sentire a casa.
Era una splendida mattina di un caldo giugno. Eleonora si era svegliata all'alba ed aveva provato i brani previsti per la sera, finché non le avevano portato la colazione in camera alle otto.
Si spazzolò i capelli e poi uscì dalla suite dell' hotel di Gardone, per una passeggiata nello splendido parco in cui l'antico palazzo era immerso.
Era pieno di magia il lago di Garda.
Lo amava particolarmente da quando, una decina d'anni prima, appena diplomata, aveva partecipato al suo primo concorso, svoltosi al teatro del Vittoriale. E quella sera avrebbe partecipato ad un concerto di beneficenza per i bambini del Kosovo, nello stesso teatro che l'aveva vista giovane debuttante. Michele l'aveva sconsigliata: aveva già troppi impegni e lui non poteva accompagnarla. Ma Eleonora aveva insistito. Era superstiziosa: Gardone le aveva portato fortuna, quando ne aveva avuto bisogno. Ora doveva ricambiare. E poi era sempre pronta, quando si trattava di fare qualcosa per l'infanzia bisognosa.
Pensò, sorridendo a Michele: era sempre più sicura della loro unione, nonostante le differenze. L'amore per la musica era il loro collante ed aveva fatto miracoli, al punto da far desiderare anche a lui un bambino, per il quale avevano già avviato le pratiche per l'adozione.
Lasciò le chiavi alla reception e, mentre scambiava due parole con il portiere, si sentì chiamare da una voce che evocava antichi ricordi. Si girò e rimase senza fiato nel vederlo camminare verso di lei, con quel sorriso incantevole. Si ritrovò, dopo molti anni, fra le braccia di quell'uomo, che aveva amato come nessun altro sentendosi perfettamente a suo agio. Ricambiò quel lungo abbraccio con trasporto.
"Alessandro, quanto tempo... Come mai qui?" chiese emozionata con un filo di voce.
Si staccò da lui e mano nella mano uscirono dall'albergo; camminarono lentamente per un viale fiorito, che scendeva verso il lago. Alessandro le raccontò di uno stage, che la multinazionale, presso cui lavorava, aveva organizzato per i dirigenti. Era arrivato la sera prima e sarebbe rimasto per altri quattro giorni. Le parlò della sua vita, del successo sul lavoro e dei figli.
"Ti sei dato da fare in questo periodo! - Scherzò Eleonora. - Io ero rimasta a Simone".
"Dopo che te ne andasti la prima volta, pensai di impazzire. Avevo bisogno di dare a qualcuno l'amore che provavo per te. I primi tempi Simone assorbiva ogni mia energia ed io mi dedicavo completamente a lui. Poi quei giorni in albergo ci avevano riavvicinato. Di più: ci avevano confermato il nostro amore. Ma tu te ne andasti di nuovo senza una parola. E dentro di me si scatenò l'inferno: avevo assolutamente bisogno di pensare ad altro. Antonella non voleva altri figli... forse capì quello che stavo passando e così arrivò Lucrezia".
Si erano seduti su una panchina ed Alessandro le parlava fissandola coi suoi occhi verdi, con la stessa intensità di allora. E come allora lei si sentiva donna: non artista o amica o amante. Con lui, lei era tutto e di più: era completa. Era ciò che aveva cercato in tutti i rapporti che aveva avuto, anche quelli di una sola notte.
"Ho sempre seguito i tuoi successi. Sapevo che saresti diventata un'arpista famosa: tu e l'arpa siete una cosa sola".
Continuava ad accarezzarle le mani e lei era come abbandonata ad un antico sogno, mai realizzato.
Gli spiegò del concerto e promise di fargli avere un biglietto. Si scambiarono i numeri di cellulare, mentre rientravano fianco a fianco: i loro corpi si sfioravano nell'ondeggiare della camminata, ma si salutarono senza toccarsi, frastornati da quel miscuglio di emozioni provate in una manciata di minuti.
Eleonora lo guardò raggiungere un uomo, probabilmente un collega, che gli fece notare di essere in ritardo.
Rientrò nella suite e si sedette sul terrazzo, senza smettere di pensare ad Alessandro.
Era ancora un bell'uomo, coi capelli biondi un po' brizzolati, gli occhi verdi, il fisico asciutto. Fece un rapido calcolo: Alessandro aveva trentasette anni, ma non li dimostrava.
E lei? Fra un mese sarebbero stati trentacinque: si era forse accorto dal suo viso del tempo passato? Corse in camera e si guardò attentamente allo specchio: qualche ruga d'espressione intorno agli occhi azzurri cominciava a notarsi, ma nel complesso anche lei non dimostrava la sua età. Indossava un abito lungo, bianco con dei piccoli fiori blu, un paio di sandali bassi, i capelli biondi trattenuti da una fascia azzurra che le lasciava scoperto il volto, senza un filo di trucco.
'Accidenti, avrei potuto indossare qualcos'altro stamattina e truccarmi' pensò, arrabbiata con se stessa. Sentì di nuovo lo sguardo ammirato di Alessandro su di sé: no, non lo aveva deluso, ne era sicura.
Chiamò il teatro, pregando di mandare un biglietto all'albergo dove alloggiava Alessandro e di riservargli uno dei posti migliori.
Si mise a suonare: le dita scorrevano libere sulle corde, mentre la mente si abbandonava ai ricordi.
Alessandro aveva parlato senza imbarazzo del loro amore, rievocando momenti indimenticabili. Eppure era finito. Lei stessa aveva preferito fuggire, aveva scelto di non combattere per quel sentimento che non era più riuscita a rivivere. Solo con Michele aveva raggiunto un equilibrio, una serenità impossibili con altri. Erano la loro musica ad unirli, la loro vita intensa, ricca, a far la differenza. Aveva giurato a se stessa che sarebbe rimasta fedele a suo marito, perché era l'unico con cui poteva avere una relazione stabile.
Escludendo Alessandro, naturalmente. Ed ora Alessandro era ricomparso e non aveva fatto nulla per nascondere quell'amore che l'aveva conquistata tanti anni prima. Quella era la loro seconda chance? Forse il destino voleva dar loro una mano?

Mentre si preparava per il concerto, che stava per iniziare, Eleonora ricevette uno splendido mazzo di tulipani, i suoi fiori preferiti. Alessandro ringraziava per il biglietto e la invitava a cena dopo il concerto. Si fece portare un foglio ed una busta in preda ad un'emozione da adolescente. Ringraziò a sua volta ed accettò felice l'invito.
Indossò un lungo abito verde, aderente, con una profonda scollatura, che lasciava scoperta buona parte della schiena. Aveva scelto il verde, colore della speranza, per un futuro migliore per quei poveri bambini. Ma in quel momento la speranza era anche di rivivere qualcosa di magico con Alessandro.


Il romanzo continua, in totale sono 164 pagine.