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Giliana Azzolini

 

Storie erotiche

ovvero l'Etrusco di Spina




 

 




PIZZO NERO
Borelli







Presentazione


La storia da scrivere e da leggere era un'investitura, il sine qua non di accessione al gruppo e doveva avere come denominatore comune la trasgressione; così, per dar spazio alla fantasia troppo spesso intrappolata nel pragmatismo quotidiano, per ribellarsi ad un contesto formativo e sociale restrittivo, moralista anche bigotto. Ma poi l'anello di unione roteava su disparate esperienze collettive.
Si riunivano in genere il sabato sera nel vecchio Casone abbandonato della valle fra i canneti prolifici di zanzare. Nell'unica stanza rettangolare spiccava la cucina col camino "alla vallesana", l'inusitato magazzino per il pesce e il deposito per gli attrezzi. Sul braciere veniva cucinata l'anguilla pescata da loro stessi. Sul tavolone si squarciavano ovoidali o sferici cocomeri e verrucosi o lisci meloni. Il lambrusco e il clinto c'erano sempre a rinvigorire le voci e gli umori. E così, il silenzio circostante che sfumava nelle indistinte linee del paese, veniva rotto da un crescendo di vita che fuoriusciva dal Casone attraverso le inferriate, fin su la valle, contagiandola nel fermento a temporale della natura.
Il 4 luglio 1968, il gruppo composto di quattro donne e tre uomini con un'età compresa fra i 21 e i 40 anni, si riunì per la prima volta. In seguito, la loro fu un'amicizia profonda svincolata da qualsiasi ipocrisia e tabù.
Miriam, la più giovane, era l'intellettuale del gruppo o per lo meno si atteggiava a tale. Estroversa, polivalente, disponibile. Iscritta a filosofia, dopo sei esami, si lasciava andare a disquisizioni sulla maieutica, nel far scaturire la verità dell'oppositore che prima voleva negarla (in questo era maestra) o sul sofismo, nella possibilità di insegnare le virtù (in questo era un po' scarsa). Ma la si poteva perdonare perché simili concetti venivano espressi con una sensualità tale che era un piacere ascoltarla.
Bella, rossa naturale, quinta di reggiseno, bocca carnosa, induceva chiunque a pensieri forti. Pittrice, poetessa, cantante di balera, era soprattutto l'unica figlia di Gianrico Ferroni, magnate della bassa. Ribelle, contestatrice, con quel pizzico di volgarità che la portava ad assumere posizioni provocatrici e indiscrete (fumava la pipa, il sigaro, diceva - la vuoi vedere - e la faceva vedere) con quell'aria provocatoria e ribelle che ti manda il sangue alla testa per la rabbia e l'eccitazione. Miriam prendeva la vita di petto.
Olga era agli antipodi. Veniva da un paesino a nord del fiume. Aveva trovato lavoro presso la famiglia di Miriam come ragazza tuttofare. Di quattro anni maggiore, era timida e riservata quanto Miriam era estroversa e sfacciata. Scuola di base, con l'hobby dell'archeologia collaudata dal ritrovamento in loco di reperti etruschi e romanici. La zona era prolifica di resti antichi. A volte era sufficiente calciare una zolla per farli emergere.
Bionda, con slavati occhi azzurri, caratteri somatici delicati, alta, metteva all'istante un velo di soggezione che spariva dopo una sua risata. Rideva piegando la testa all'indietro e scuotendo chi le stava accanto. Non fine forse, indubbiamente disarmante. Miriam era stata la prima a provocarla, mentre Olga, sdraiata sul divano, sgranocchiava pop corn concedendosi un momento di relax. Le aveva accarezzato a lungo la coscia ed era salita all'inguine introducendo la mano dentro la mutandina.
Vuoi?- aveva detto mordendole l'orecchio e il gioco era continuato su in mansarda fra bambole e peluche, fra manichini e vecchi tagli di stoffe. (La madre di Miriam era stilista).
Wainer consegnava personalmente frutta e verdura in casa Ferroni. Aveva 32 anni. Benestante, agricoltore nonché assessore e presidente della squadra locale di calcio. Non alto ma ben fatto, sagace, occhi neri magnetici. Assomigliava a certi volti etruschi, così come ci sono pervenuti. Cordiali, imperscrutabili. Italici. Sposato con Wanda di un anno più giovane di lui, aveva sorpreso Miriam nuda, quel meriggio di afosa estate, leccare, sensuale come una pantera, la fighetta di Olga. Non c'è che dire, ne era rimasto sconvolto. Furtivo come una lepre, era scappato via (non subito), ma si era portato l'immagine a casa proponendola alla moglie in un gioco erotico che non l'aveva contagiata. Lei, la moglie, era una donna semplice che badava a lavorare e a tirar su i figli e certi pensieri, certe combinazioni erotiche non la turbavano proprio. Nemmeno le realizzava a livello mentale; per lo meno, non lo dava a vedere.
Ma come ti vengono certe idee - gli aveva detto e si era lasciata andare con la sua tipica risata da bambina che aveva fatto innamorare Wainer. Sì, perché grandi doti fisiche Wanda non le aveva. Non era nemmeno colta a differenza di suo marito laureato in agraria. Laureato per lavorare la sua terra e farne una risorsa produttiva, sempre più ampia e funzionale. Wainer era indubbiamente un despota, ma non le faceva mancare niente e in fondo a lei andava bene così.
Vieni - le diceva senza tante storie - succhiami l'uccello - e lei eseguiva il comando con una maestria da professionista. Eppure nessuno glielo aveva insegnato. Certe donne nascono con questa capacità atavica e basta. Wanda faceva finta di obbedire, riluttante alle richieste di Wainer; in realtà le piaceva da morire. Quel movimento ritmico della bocca e della lingua che sconfinava ogni volta in un erotismo creativo e sconvolgente, la rendeva audace e appassionata.
Wainer la prendeva per i capelli, ritmava il movimento e le diceva tenero e poi tenace - Hai una bocca fantastica, continua, amore mio, sei fantastica, ti adoro - e il contingente si trasfigurava in cieli colorati in cui il respiro era quello del cosmo. Ogni volta. E lei si scioglieva nell'orgasmo del suo uomo e lo faceva suo nel ritmo della vibrazione.
Oppure, le diceva spostando le vettovaglie dalla tavola apparecchiata - Dai, fammela vedere - e di fronte alla sua ritrosia - Te lo ordino - e la prendeva per i capelli legati in una lunga coda. Oppure - te la voglio leccare - E gliela baciava. Lei in genere non si opponeva e comunque, non a lungo. Le piaceva il sistema intimidatorio di suo marito e siccome non aveva problemi a venire come tutte le donne prive di complessi, si lasciava andare come una gatta in calore.
Wanda aveva gli occhi marroni, i capelli marroni, la carnagione marrone e cucinava bene l'anguilla. Ma soprattutto la dava con semplicità, con l'istinto non inquinato della donna antica. Non si vergognava di mostrare al suo uomo le parti intime, né l'imbarazzava esibire alcuni difetti (un po' di pancia, qualche smagliatura, conseguenze del duplice parto). Era se stessa sempre. Spontanea come quando lavorava la terra. Eppure suo marito usò del bello e del buono per inserirla nel gruppo dove alla fine si mostrò elemento prezioso. Da non sottovalutare la sua specialità nel cucinare l'anguilla.
Edda aveva 25 anni. Capelli corti sbiaditi, smorfia costante, niente seno, niente sedere, niente fianchi, niente marito. Vergine prima, vergine dopo. Prima con problemi di identità, dopo con la consapevolezza della sua identità. Aveva scoperto, capito e accettato che le piacevano le donne. In paese si sapeva che era freddina, tutta casa e chiesa, ma la colpa non era sua, bensì del contesto in cui viveva che la voleva per forza normale. Come lesbica era calda e appassionata.
Jules, amico d'infanzia, le aveva sempre voluto bene. Erano cresciuti insieme nella stessa casa colonica scoprendo il sesso nei giochi infantili. Ma, mentre per lei era sempre stato il semplice gioco del dottore, per lui era stato l'avvio alla sessualità. Iscritti entrambi alla facoltà di veterinaria, Edda l'aveva superato nel numero di esami.
Jules teneva i capelli sulle spalle. Bruno, con barba e baffi, spalle larghe, alto, bello come un dio, portava Jeans stinti, camicie a fiori, sandali da frate. Fumava erba con moderazione. Sempre dietro a gruppi rock, amava la vita senza regole. Di esami ne aveva dati pochi. In compenso viveva. S'innamorava sempre delle donne sbagliate che lo buttavano nella prostrazione più nera. Poi scolava lattine di birra, fumava marijuana e si innamorava di nuovo.
Aveva aiutato a partorire la Linda che, quella notte di pioggia e di fango, non riusciva a sgravarsi. Alla fine, tutti quanti impantanati, avevano riso, bevuto e affettato il salame all'aglio. I muggiti di Nero, il vitellino, li aveva tenuti svegli fino all'alba rinvigorendo l'amicizia. La Linda era di Wainer e Wanda. Jules, dal canto suo, si era fermato il giorno dopo in cascina e li aveva aiutati a raccogliere frutta. E così, aveva parlato dell'Edda, della sua amica d'infanzia e la sera stessa cenavano insieme sotto il porticato. A Wainer certe idee erano già balenate per la testa e le covava nella sua mente di uomo godereccio. Aveva quindi tirato fuori la dissolutezza simpatica e contagiosa della Miriam e l'idea elaborata da lei di trovare un luogo adatto per riunirsi di tanto in tanto a esprimersi sotto vari punti di vista.
C'è un Casone - disse - che fa al nostro caso. E' dello Straniero, ma è sempre vuoto. Non dovrebbe fare storie per affittarcelo.
Il Casone era di Miuri, uomo stravagante e misterioso. Di lui si sapeva poco. Si era stabilito nella bassa due anni addietro e precisamente nella villa abbandonata dei conti Morosini, villa che aveva fatto ristrutturare senza lesinare spese. Dimostrava una quarantina d'anni. Aria vissuta, un po' corrotta e quel velo di mistero che lo rendeva affascinante e irraggiungibile. Tendeva a isolarsi e non aveva amici. Con lui, un cane da caccia e un falco. Appariva un uomo d'altri tempi. Lo si vedeva aggirare nelle anse della valle in cerca di animali, di antichi reperti, forse di solitudine. Nessuno sapeva da dove provenisse né come si mantenesse, ma siccome non recava danno o disturbo, era accettato. Il Casone era suo, ma non vi era mai entrato. Rosso, riccioluto, pieno di lentiggini, con temibili occhi azzurri. Unica nota sgarbata, il naso adunco che gli conferiva un'aria inquietante. Taciturno, enigmatico, non lasciava trapelare nulla della sua vita privata. Voleva essere lasciato in pace e ci riusciva. A Miuri erano piaciute la simpatia e la spontaneità di Wainer nel chiedergli il Casone in affitto; così glielo aveva prestato senza la stipulazione del contratto di locazione.
Pongo una condizione - disse mentre Wainer stava andandosene - parteciperò anch'io ai vostri incontri - E lo disse con quell'aria ammiccante, disarmante per cui non gli si poteva dire di no. Sul momento a Wainer spiacque questa richiesta. Aveva delle idee molto chiare su quello cui sarebbe approdato il gruppo. Avrebbe di gran lunga preferito pagare un regolare affitto e portare avanti il suo programma. Ma l'impulso lo spinse a sorridergli e a battergli la mano sulla spalla.
Bene bene - disse - mi fa molto piacere, così saremo in sette.




PRIMO INCONTRO

Era il 4 luglio 1968 e il caldo sfumava i contorni della valle e delle creature che l'abitavano. Il Casone, nella foschia del meriggio, sembrava una casa di spettri. Inquietante, a tratti spariva, a tratti riappariva e il sole ricamava sui muri scrostati, arazzi di luce. Wainer aveva organizzato il primo incontro. Sua moglie avrebbe provveduto a cucinare le anguille. Il pretesto era una bella mangiata (ed era di per sé un buon pretesto), ma nell'aria aleggiava quel sapore di eccitazione e di trasgressione che abbracciava a livelli sottili il pensiero di ciascuno. Dopo cena, un po' brilli, avevano trovato facile e spontaneo coricarsi sul tappeto posto davanti al camino spento. Wanda, restia, inclinando la testa sulla spalla sinistra come era solita fare di fronte a una situazione di imbarazzo, aveva riso con la mano sulla bocca.
Dai, spogliati anche tu - la sollecitò Miriam - ho voglia di fare sesso, cosa volete che vi dica, è più forte di me, ho voglia di mostrarvela, di toccarmela - E così dicendo, aprì le gambe slanciate mentre stava supina e mostrò i peli riccioluti della sua bella e paffuta passerina.
Fammela vedere meglio - disse Wainer senza preamboli e la illuminò con la torcia. Di sicuro quella ragazza eccitava, così immediata e spontanea; accidenti, lo raddrizzava sul momento. Edda si scoprì lesbica più che mai e la sfiorò, prima timidamente sull'ombelico e poi sul pube e ancora sulla riga sempre più aperta, sempre più calda. Gli altri guardavano eccitati. Jules smise di fumare e si accovacciò ad annusare le due donne come un animale in calore. La notte li tenne svegli. Wanda sembrava non partecipe, ma rideva sfiorandosi la bocca con le dita.
Adesso basta, non startene così impalata mentre muori dalla voglia - la redarguì suo marito - lasciati andare, fa' vedere chi sei, di che sei capace, insegna alle tue amiche come si succhia un uccello - e così dicendo l'afferrò per la lunga coda e la indusse a prenderselo in bocca. Wanda apparteneva a quella categoria di persone che non vogliono mai iniziare un'esperienza nuova e poi, una volta entrate nel gioco, non sanno più sottrarsene e contribuiscono più di tutti.
Miuri se ne stava seduto sotto l'alto finestrone. Non partecipava, ma non intralciava. L'aria era satura di eccitazione e di zanzare. Ovunque c'erano fumi d'incensi, di piastrine insetticida e di spirali zanzarifughe. Si trovarono al mattino paghi. L'esperienza della notte era stata splendida. Il primo a svegliarsi fu Jules.
Avete visto uscire Miuri? Che strano soggetto, non ha detto una parola, non ha partecipato.
Però ha mangiato, eccome ha mangiato - aggiunse Wanda.
Ha un'aria così vissuta, antica, credo che me lo farei - esclamò Miriam.
E chi non ti faresti - disse Wainer con una smorfia - non sei mai sazia.
Lei non l'ascoltò e proseguì - Ehi! Ho un'idea. Sarebbe bello presentare ogni sabato una storia, un vissuto, piccante.
Piccante? - chiese Olga che aveva capito benissimo.
Voglio dire, eccitante, sensuale, dai ragazzi facciamolo.
Stava sorseggiando del caffè freddo e se lo lasciò scorrere sui chiari capezzoli e giù fino all'ombelico e al ramato triangolo.
E una volta scritti - disse Jules interessato - che se ne fa?
Miriam - Ce li leggiamo no? E magari ne facciamo un libro.
Sì, da dare alle stampe - lo beffeggiò Edda - ma chi le pubblica oggi come oggi certe cose? (era il 1968)
Wainer - E a noi che ce ne importa? Sarà il nostro libro, il libro del gruppo, sì, si può fare, l'idea è niente male.
Miriam ora taceva, ma già balenava nella sua testa l'idea di una storia dove già tante volte era stata la protagonista intrigante, sensuale.
Ebbene - disse - inizierò io. Il prossimo sabato avrò per voi qualcosa che vi intrigherà, ne sono sicura. Così dicendo lasciò andare la testa all'indietro. I lunghi capelli ondeggiarono al vento del desiderio che aveva scatenato tutt'intorno.
Cos'è stato? - chiese all'improvviso Wainer - non avete sentito niente? - Cosa avremo dovuto sentire?! - lo canzonò Olga.
Wainer - Un sibilo.
Eh! Sì, l'etrusco - esclamò Jules.
Wanda - Che?!
Jules - Ma sì, la storia dell'etrusco dai! Qui nella zona tutti la conoscono, con delle varianti bizzarre. - Quale storia?! - chiese Olga che, provenendo a nord del fiume, era all'oscuro della leggenda.
Jules - E' la storia di un etrusco che viveva in questa zona duemila anni fa, anno più anno meno e che ogni tanto si fa sentire - E vedere - concluse Edda - Mio nonno giura che lo vide a letto con la nonna.
Eh! Sì, una scusa buona - rise Wainer - per non passare per cornuto. Sai te quante contadinotte qui della bassa hanno dato la colpa all'etrusco. Sembra che cerchi la sua innamorata.
E così se le scopa tutte - rise Jules - Dubito che la troverà troppo in fretta, credo che la sua sia una ricerca interminabile.
Lascia anche dei segni, incisioni sulla pelle, tatuaggi - continuò Wainer.
Come questo? - disse Miriam mostrando il tatuaggio di un'aquila colorata sul braccio - o come questo - aggiunse esibendo una serie di puntini rossi sparsi sul corpo.
Sì, sta a vedere che l'etrusco è una zanzara, magari un vampiro, attenta al collo! - e l'afferrò con desiderio leccandole le punture d'insetto sparse su tutto il corpo.
L'alba si presentava chiara quando lasciarono il Casone.



SECONDO INCONTRO

La settimana era trascorsa con un'impronta insolita. Ognuno di loro aveva avuto una notevole carica d'energia. Quella sera Miriam indossava un prendisole di seta. Giallo. Corto. Il sudore glielo aveva avvolto intorno al corpo come una seconda pelle. Il segno delle natiche, della passerina (come sempre era senza mutande) erano un invito chiaro.
Ho scritto la mia storia - disse esibendo alcuni fogli battuti a macchina - Si tratta di un racconto fantastico, cioè di una favola che proprio favola non è, di un'esperienza incredibile ma verosimile.
Dai, dai - chiuse Wainer senza preamboli - incomincia a leggere, con la speranza che il brano non sia così confuso come la presentazione.
C'è posto anche per te - disse cerimonioso Jules con un inchino.
Con chi parli? - chiese Edda - Ma con l'etrusco!- rispose.
Miuri sedette sulla sedia posta sotto la finestra, accavallò le gambe, accese la pipa e socchiuse gli occhi.

LA PICCOLA CASA DEL BOSCO

Oriana abitava in un casa piccola piccola al limitare del bosco dove gli alberi si diradano per dar spazio al pascolo. Nessuno sapeva niente di lei, se non che abitava la casa che un tempo era stata della vecchia Tonia, strega di nascita, fattucchiera e cartomante di professione. Qualcuno diceva che c'era una parentela fra loro. Altri affermavano che l'unica parentela fosse quella relativa al demonio. Oriana era subentrata nella piccola casa del bosco, il giorno stesso dell'incendio della chiesetta posta nel bel mezzo della radura. Fra le ceneri fu trovato l'anello con l'ametista che Tonia usava nei suoi sortilegi malefici. Per questo, si presumeva fosse bruciata nell'incendio, senza dubbio da lei provocato.
Oriana aveva ben poco della presunta parente; a livello fisico intendo. Il suo aspetto era leggiadro e, se non fosse stato per le dicerie spesso scandalose e grottesche, si sarebbe potuta considerare una figura angelica. I capelli, rossi come il rame al sole, le arrivavano alle reni armoniosamente scomposti. Gli occhi, verde smeraldo, non sottraevano alla malia amorosa nessun incauto giovanotto che avesse avuto la fortuna o la sfortuna di incrociarli. I seni, ambrate cuspidi; le gambe slanciate, i fianchi un poco torniti. L'andatura felina forse un po' studiata e l'indugiare morbido dei movimenti. Lo stupore innocente del volto. La voce cadenzata di toni molteplici. Affascinante, carismatica, desiderabile.
Nel paese raccontavano che nessuno poteva resisterle, non tanto per la bellezza, o per lo meno non solo per quella, quanto per la malia e la sensualità. Qualcuno parlava di vibrazioni magnetiche da lei emanate da rendere chiunque succube delle sue forme e del suo carisma. Forse per questo era definita strega anche se nessuno l'aveva mai sorpresa a fare il malocchio o intingoli diabolici. Era definita strega per la sua carica erotica. La fantasia popolare era arrivata ad attribuirle tutti gli amplessi più scatenati. Di sicuro era un modo per ciascuno di esternare la propria libido e, ancor più, di proiettare i propri sogni proibiti su una creatura affascinante e indifesa.
Pierre passava spesso davanti alla sua casa quando andava nel bosco a suonare il violino o a trovare l'ispirazione per la poesia. Ma diciamolo francamente, queste erano una scusa, una giustificazione alla sua passione per Oriana. Lei se n'era accorta e si divertiva a torturarlo mostrandosi seminuda nella radura assolata o a gambe aperte mentre, sulla poltrona del giardino, fingeva di leggere con le mutandine minuscole che nulla lasciavano all'immaginazione.
Pierre, appena diciassettenne, aveva scarsa esperienza di sesso. I primi giochi erano stati quelli con la cuginetta coetanea quando, sotto la quercia dello stagno, si erano toccati, esplorati con curiosità e stupore. Ma i rapporti veri e propri non li aveva mai vissuti e li ipotizzava nelle sue frequenti masturbazioni.
Sua nonna gli diceva spesso - Non passare davanti a quella casa! Lei, non oso nemmeno pronunciare il nome, è assatanata, mai sazia, ha distrutto famiglie, si dice che nelle notti di luna piena si incontri sotto la grande quercia col diavolo in persona, dio ce ne salvi e liberi - e intanto si faceva il segno della croce. Ma le parole della nonna erano un incitamento a conoscerla e ottenevano l'effetto contrario.
Quel giorno in cui la neve aveva coperto il paese e il bosco con la magia dei suoi cristalli, Pierre si era spinto fino al limitare della macchia incantata. Il pensiero di Oriana fu per un istante sepolto dalla coltre bianca e incontaminata. Si era munito di penna e taccuino perché sperava di trovare ispirazione da tale spettacolo. Si fermò in una radura ad ascoltare il silenzio, interrotto dai rumori di piccoli animali, dallo stridio di personaggi mitici e nascosti, dal respiro del bosco stesso. Se la trovò davanti. Era avvolta da una pelliccia bianca. Anche gli stivali erano bianchi.
Ciao - gli soffiò all'orecchio e intanto si mosse verso di lui lasciandolo senza respiro. Sì, perché sotto la pelliccia era nuda. Del tutto.
Prendi freddo - fu la prima cosa che riuscì a dire e se ne vergognò. Ma era per vincere l'imbarazzo.
Non ti preoccupare - gli rispose - so badare a me stessa - e si avvicinò a lui ancor di più - Mi piaci- continuò Oriana sfiorandogli i capelli - avvicinati - Così dicendo gli prese la mano infreddolita e l'appoggiò al seno.
Pierre era incapace di pensare o di provare qualsiasi emozione. Si sentiva semplicemente pietrificato.
Non aver paura - sussurrava lei e faceva scorrere la mano del ragazzo sul suo corpo di velluto e nella sua calda morbidezza. C'era accanto a loro un vecchio albero incavato in cui trovarono rifugio.
Ora lasciati andare - gli disse sensuale - non temermi. Gli slacciò i pantaloni e sfiorò il membro impazzito. Poi tolse la mano e lo guardò con intensità - Sei adorabile, la mia ragione di vita - E sfiorò l'estremità dell'erezione con la lingua.
Ti voglio - singhiozzò Pierre e gli sembrò di impazzire.
No - gli rispose crudele - mi limito a osservarlo e a immaginarlo con un ritmo frenetico dentro di me, la senti? È calda, umida, toccala.
Pierre lo fece e il suo membro, sfidando il freddo glaciale, si ergeva nel turgore giovanile. Ma lei, sadica, continuava a guardarlo in adorazione. Fu spontanea la mossa del ragazzo di prenderselo fra le mani per liberare quell'impulso massacrante che lo invadeva; ma Oriana fu sollecita a imprigionargli entrambe le mani fra le sue.
No, non lo fare - e per rendere esecutivo il suo comando, si slacciò il nastro bianco che le cingeva la fronte e gli legò le mani dietro la schiena.
Guarda il mio seno - gli disse e intanto lo accarezzava - ed ora più in giù, ti piace vero? - Si coricò allora sulla neve protetta dalla pelliccia e dagli stivali e aprì le gambe Guardala e basta - gli ripeteva in un'immobilità statuaria - pensa di possederla e di goderla - Il parossismo era inaudito.
Ti prego - si lamentava - sto impazzendo.
Sono vergine - gli rispose - Si tratta di un patto, del patto che ho fatto con un vecchio amico. Lui è molto corrotto, può avere tutte le donne che vuole. Io gli servo per alimentare la sua lussuria. Se infrango un patto, mi proietto nella mia realtà e muoio all'istante. Sai, sono nata nel 1547 - E intanto rideva e poi, socchiudendo gli occhi - Non credere a una parola di quello che dico - e chiuse il discorso.
Ma Pierre non capiva né gli importava. La voleva e basta.
Oriana allora si tolse dalla posizione supina e, tolta la pelliccia, si mise come un animale e piano piano iniziò quel ritmo atavico che fa andare avanti il mondo. Era una splendida cerbiatta in calore posseduta da una creatura invisibile. Quell'amplesso anomalo sembrava non finire mai. Pierre era sicuro che il corpo di Oriana fosse posseduto. Non certo da lui. Eppure la sentiva. Il suo membro era turgido ed entrava nelle morbidezze di lei con impeto, rabbia, dolcezza. Con oscenità. Fu l'orgasmo più impetuoso della sua giovane vita. Chiuse gli occhi per intrappolare quell'attimo eterno mentre lei gli diceva - Ci rimangono altri due incontri, di più non mi è consentito.
Aprì gli occhi mentre il vento sferzava sugli occhi e sul membro, ora tenero arbusto piegato alla tormenta. Di Oriana, nessuna traccia. La neve immacolata gli diceva che aveva sognato.
No, non può essere, si tormentava, io l'ho avuta qui, le ho parlato, ho sentito il suo profumo, l'ho accarezzata; ma che diavolo sta succedendo?
Fece la strada del ritorno col cuore in tumulto. Davanti alla casa di Oriana si fermò e intravide dalla finestra con le tende scostate, il bagliore dei capelli. Corse a casa trafelato. Nei giorni successivi non riuscì a fare niente. L'ansia era spasmodica. Il desiderio di lei lo offuscava. L'incognita della sua esperienza lo faceva impazzire. Smagriva a vista d'occhio. Allora decise di andare da lei. Era passato un mese da quel giorno. La neve era scomparsa. La notte di luna, piena di stelle. Nel buio più assoluto, uscì di casa e bussò alla finestra illuminata.
Ti aspettavo - esclamò. Pierre allora non ebbe paura di lei. Quella storia della sua età era stata una costruzione mentale, ne era sicuro, e forse l'aveva solo sognata. Ma quale magia, quale diavoleria! Oriana era una ragazza di diciotto, vent'anni, bella, disponibile, sensuale, appassionata e lui, Pierre, la desiderava pazzamente. Lo condusse sul letto a baldacchino della stanza che guardava il bosco.
Ora spogliati - gli sussurrò all'orecchio - e lasciati guardare.
Il suo fisico era asciutto, la pelle scura; i capelli, neri come l'ebano, gli arrivavano alle spalle. Bello e sensuale.
Oriana si tolse la vestaglia bianca che l'avvolgeva e rimase nuda.
Non toccarmi - gli disse e nella sua voce c'era un velo di rassegnazione misto a corruzione - lascia fare a me. Fino a quando lui lo vorrà, devo mantenermi vergine, altrimenti per me è finita.
Lui chi? - chiese Pierre - Il Signore della Terra, l'Angelo della corruzione, l'Illusione dei sogni, il Re della lussuria - rispose.
Vuoi dire il diavolo? - Forse l'angelo. Lui è bello come un angelo. Affascinante, potente, dominatore.
Ma come hai potuto scendere a patti con lui?
Quando fui condannata al rogo per presunta stregoneria, per poter aver salva la vita, gliela donai. Era il 1567 ed ero vergine. Quando uscii viva dal rogo, la gente fuggì spaventata; qualcuno invece si inginocchiò in adorazione. Mentre mi rendevo conto di ciò che stava succedendo, una voce possente tuonò nell'aria o forse nella mia mente - Devi donarmi la tua verginità, in cambio ti dono la lussuria più sfrenata. Se verrai meno a questo patto, troverai la morte nel fuoco. Solo l'amore autentico di un uomo ti può salvare da questa magia - E una fragorosa, stridula risata spense la sua meditazione - Ecco - disse Oriana - questa è la mia storia.
E sembrava una ragazza qualunque, impaurita per una minaccia troppo grossa e per l'impotenza alla salvezza. Poi, sciogliendosi i capelli - Ora vieni - disse - amiamoci senza pensare a niente, ma non infrangere il patto. Capisci quale fiducia ho in te, in fondo ti basterebbe immobilizzarmi e togliermi la verginità.
Poi, autorevole - Ma non ti conviene perché non ti toccherebbe sorte migliore. E adesso, lasciati guardare. Vedi, in tutti questi secoli, ne ho visti tanti di membri e ogni volta sono colta da timore e soggezione. Lui, rappresenta per me il proibito. Non l'ho mai avuto e l'ho, se si può dire, idealizzato. Se vuoi ti faccio provare un orgasmo solo attraverso lo sguardo - disse - lasciati guidare, fidati di me, non voglio farti del male. E questi discorsi, ricordalo, non li riferire mai a nessuno. Devono rimanere nel tuo cuore, devono rientrare nel tuo inconscio, devono arricchire la tua sensualità.
Come poteva risponderle quando la follia dell'orgasmo lo stava invadendo, così, senza movimento alcuno, solo attraverso la malia dello sguardo?
Questo è l'inizio - disse lei - tutta la notte è nostra, rilassati. Così dicendo, prese l'uccello col suo manto di sperma in bocca e lo fece rialzare.
Non fare movimenti - gli sussurrava - lasciati solo guidare.
Allora si pose a gambe divaricate sopra la sua testa appoggiata al cuscino e gli mostrò la sua fonte verginale. Fitti peli rossi l'avvolgevano come serpentelli avvinghiati. Si accovacciò su di lui e gli disse - Ora impara a baciarla, prima vellutatamente, poi con fermezza senza stancarti.
Essendo inesperto, all'inizio gli sembrò di soffocare e non ne provò piacere. Ma, piano piano acquistò dimestichezza con lei e gli sembrò di non avere mai fatto altro al mondo. Sentiva a livello istintivo quali movimenti labiali compiere. Sapeva molto bene come muovere la lingua, quale ritmo darle, con quale delicatezza e intensità gestirla. L'odore acre di muschio e di fieno lo invadeva e gli scendeva dentro a mantenergli una costante erezione.
Allora Oriana si girò col volto sull'uccello e lo avvolse nelle morbidezze della sua bocca. Pierre provò un solenne orgasmo. Lei continuò. Lui venne ancora.
Non pensare al mio orgasmo - gli diceva Oriana - pensa solo al tuo. Ma Pierre si accorgeva che la sua felicità era mutilata se non riusciva a sentire la sua compagna vibrare di piacere. Lei allora si scostò e andò in bagno. Ne uscì trasformata. I capelli erano neri, l'aspetto piacevolmente maturo, la vestaglia rossa. Sguardo corrotto, fragranza soffocante.
Ho solo cambiato look - gli disse - ma sono sempre io, credimi. Ti posso apparire come tu vuoi perché è la tua mente, la tua libido che mi vuole trasformata. Questa potrebbe essere solo un'illusione.
Pierre era sempre più confuso, ma non gli andava di elaborare concetti. Gli era sufficiente vivere quella sessualità che aveva sempre sognato.
Lasciami giocare ancora - gli disse - sono per te la più grande puttana della storia, una puttana vergine comunque.
Allora Pierre non ebbe esitazioni e le saltò addosso come un torello imbizzarrito.
Sono costretta a renderti inoffensivo - disse determinata - dovrò legarti - E così fece.
Ora sei in mia balia - gli sussurrò leccandogli l'orecchio - non avere paura, non ti voglio fare del male, ma solo salvaguardarmi.
Salì su di lui e si strusciò come un felino. Quando il pene fu in erezione, Oriana si mise in ginocchio accanto al letto e lo guardò come un dono proibito.
Iniziò a muoversi come quella volta sulla neve, a compiere quel rito che è vibrazione del mondo, pulsione del cosmo. Ebbe un orgasmo interno sconvolgente, di quelli che esplodono per l'idea che hai dell'amore, della sessualità e non per lo sfregamento fisico di un organo. Il suo fu un orgasmo di tipo mentale, quello che poche persone sanno ottenere, il solo nel quale, in tanti secoli, si era specializzata. Sempre se era vera la sua storia così grottesca.
Ora va' - gli disse - ritorna da me il primo giorno di primavera nel momento in cui il sole si mostra sulla sommità della collina - L'ordine era perentorio e non lasciava spazio a repliche.
Mancava circa un mese all'equinozio di primavera e Pierre era invaso dall'idea di lei, di Oriana; della sua voce, della sua avvenenza, della sua sensualità, dei suoi giochi parossistici e diabolici. E venne l'aurora dell'equinozio di primavera, dopo notti insonni, dopo ore ed ore passate a sbirciare dai posti più impensati per poterla vedere o anche solo intravedere nel suo rosso bagliore. Aveva passato tutta la notte a guardare l'orologio, a fissare il cielo forse sperando di accelerare i toni cupi della notte per dar spazio ai primi bagliori rosati.
Fu davanti alla piccola casa con un anticipo di almeno due ore. E poi il sole mostrò il suo primo bagliore sulla sommità della collina. La porta si aprì come per incanto e Oriana, bellissima, seducente, avvolta in un mantello nero trasparente, lo accolse con un sorriso appena abbozzato, gli occhi sensuali e la bocca socchiusa. Aveva scarpette nere coi tacchi vertiginosi e calze velatissime che continuavano su, oltre i fianchi, il seno, le braccia, fino al collo. Era una tuta lieve, trasparente che l'avvolgeva come una seconda pelle. Si tolse la vestaglietta leggera che si raccoglieva in un pugno e rimase con la tuta mozzafiato. Poi accese il giradischi e l'ambiente fu avvolto da una musica soffusa monostrumentale di una romantica chitarra elettrica. Allora iniziò a ondeggiare sui tacchi a spillo, tormentandosi i capelli e rimanendo ferma in una piccola area. Sola nella sua sensualità, sembrava voler escludere Pierre che, incantato, plagiato, se ne stava immobile ad osservarla non distinguendo il sogno dal reale.
Ora vieni in cucina - gli disse risvegliandosi dalla magia - facciamo colazione.
Lui la seguì docile. Ormai la sua volontà era preda del sogno d'amore che l'avvolgeva. Quando lei si lasciò cadere la ciotola del latte sul velo nero, Pierre fu preso da un fremito mai provato e l'accarezzò dove il bianco faceva contrasto col nero. Presa dal gioco, Oriana si versò lo yogurt sul seno, sul ventre, sulle cosce, sul triangolo rosso e lo invitò a ripulirla. Sentiva i capezzoli inturgidirsi al suo tocco, la pelle fremere. S'accorse allora che la sua tuta era aperta in prossimità del pube per tutta la lunghezza della riga. Vi mise la mano e indugiò nel calore vaginale, poi la baciò con impeto. Orina questa volta provò l'orgasmo prima di lui.
Ti insegno l'arte di non venire subito - gli disse - Quando ti senti prossimo all'orgasmo, fermati, rimani immobile, versa sul tuo membro dell'acqua e poi riprendi il gioco del piacere.
Quando Oriana glielo baciò, Pierre aveva dimenticato i suoi insegnamenti e spruzzò il suo piacere sul volto di lei.
Ti ordino di non venire fino a sera! - gli intimò. A lui sembrò una follia dal momento che la furia giovanile l'aveva già invaso e il suo membro era eretto quasi quanto prima; ed erano soltanto le nove del mattino.
Oriana era indubbiamente una creatura mitica, magica. Fata e strega, angelo e demonio, si divertiva a cambiare look. Si tolse la tuta e indossò per lui un abito semplice, arricciato alla vita. Un vestitino da pastorella, con le scarpette basse, i calzini bianchi e le trecce che le arrivavano alle reni. Priva di trucco, mostrava copiose lentiggini che la rendevano simpaticamente buffa e birichina. L'aria ingenua la faceva apparire un'adolescente di 13- 14 anni. Si avvicinò a lui e lo baciò in modo impalpabile; poi rese il gioco divertente correndo per tutta la casa, lasciandosi afferrare e sfuggendo alla presa. Di tanto in tanto sollevava la veste e mostrava la sua farfalla, i fianchi rotondi e il sedere che era un invito a toccarlo, a morderlo, a massaggiarlo. Roteava intorno a lui e gli baciava i lobi, il collo, gli accarezzava i capelli, i peli delle ascelle e poi andava a nascondersi.
Alla fine si masturbarono con voglia infantile, si annusarono come due cerbiatti e lei emise gridolini squillanti. Poi, sadica, staccò la mano dallo svettante uccello e corse a prendere una bottiglia d'acqua. Gliela versò su tutto il corpo e il pene si ritrasse all'improvviso per ritornare vigoroso alla prima carezza. Continuò la masturbazione fino al parossismo e di nuovo gli inflisse la massacrante punizione.
Non è ancora il momento. Impara a contenere il desiderio - gli ordinò. Ma era più facile dirlo che farlo. Non si erano accorti che l'ora del pranzo era passata da un pezzo, così assorti nel gioco d'amore. Due panini furono più che sufficienti. Poi lei continuò il carosello delle trasformazioni. Diventò vamp fatale con parrucca bionda, abito attillato, reggiseno a balconcino, tacchi a spillo. Poi, zingara con capelli neri scomposti, abito a brandelli. Girava per casa scalza. Come animale in gabbia. Irrequieta, si coricò sulla tavola e spalancò le gambe.
Guardami - disse - lo faccio da sola, tu fa come me, accarezzalo, ma non venire prima che il sole tramonti.
Strana creatura Oriana. Diabolica, affascinante, animale selvaggio e femmina accorta. Dolce e sadica. Aveva in sé tutte le donne del mondo: tenere, appassionate, timide, sfacciate, vergini e puttane. L'eterno femminino nel suo temperamento fra le gambe inquiete. E poi, solo Oriana, donna qualunque che si accovacciava per un bidè, mangiava un panino, tirava su col naso.
Fammi vedere mentre fai pipì - disse all'improvviso nelle vesti selvagge di zingara - Ma dove - si vergognò - non oso, mi chiedi troppo.
Ti prego - sussurrò - falla sulle mani, sulla veste, accontentami - E fece un adorabile broncio. Ma la cosa non era così semplice anche perché il pene si ergeva con imponenza. Allora Oriana usò il solito stratagemma dell'acqua e lo indusse come una mamma col suo piccolo a fare pipì. Sgorgò calda, liberatoria. Era comunque un alleggerire il tormento erotizzante accumulato durante tutta la giornata. Lei, maestra di ogni raffinatezza e perversione, se la faceva colare sull'abito, sulle mani, sul seno. Finalmente il sole pietoso si nascose dietro il bosco che acquistò i rosseggianti colori del declino. Allora Oriana gli concesse l'orgasmo. Strinse il membro fra i seni abbondanti e lui venne con impeto nel solco ristretto.
Ora rilassati, ragazzo - gli disse - ti preparo una pasta con un sugo a base di erbe e condimenti afrodisiaci che m'insegnò Tonia.
Tonia? Allora la conoscevi bene.
Altroché! Era una sventurata come me, costretta a portare avanti la verginità e ad alimentare la lussuria del suo dio corrotto. Conosceva i giochi più sensuali, più erotizzanti. Con lei il sesso acquisiva vette di raffinatezza, di volgarità, di dolcezza inaudite. Nei secoli in cui è vissuta, ha elargito lussuria a un numero incalcolabile di persone. Mi è stata maestra. Sai, negli ultimi decenni, si atteggiava a vecchia signora e si mascherava da strega per stanchezza o forse per depressione. E poi le è toccata la sorte che un giorno probabilmente toccherà anche a me.
Chinò la testa, guardò un punto indefinito e disse - Ebbene, l'incendio dove lei trovò la morte, fu provocato dal suo e dal mio signore perché era venuta meno al patto, quello di dispensare sesso e perversioni. La sua disubbidienza è stata punita con la morte.
Ma a te non succederà - disse Pierre - perché io lo impedirò. Sconfiggerò il maleficio perché ti amo.
Piccolo mio - sussurrò Oriana diventata dolcissima - per sconfiggere il malaugurio, devi compiere un grande sacrificio. Devi giurarmi eterno amore ed essermi fedele per cinque anni, cinque mesi e cinque giorni, senza toccarmi.
Ti giuro che ci riuscirò - esclamò Pierre nel suo entusiasmo. Oriana sorrise malinconica e si recò in cucina. Indossò un camicione bianco e gli preparò una cenetta deliziosa. La notte fu magica. Lei, una donna innamorata; lui, un ragazzo innamorato. Parole, promesse, baci. Soprattutto baci, impalpabili, dolci, forti, soffocanti. E carezze, sguardi: le magie dell'amore.
All'alba uscì dalla piccola casa del bosco innamorato da non capire niente. Si erano giurati eterno amore. Lui avrebbe mantenuto la promessa, ne era certo. Cinque anni, cinque mesi e cinque giorni sarebbero passati in fretta, ma intanto aveva già voglia di lei. Avrebbero potuto guardarsi, parlarsi, ma non toccarsi. Questo aveva detto Oriana. Pierre, come i giovani della sua età, aveva voglia di divertirsi. Era snello, affascinante, maturo. Decisamente un bel ragazzo e piaceva parecchio. Ma lui amava Oriana e voleva salvarla dall'incantesimo. Era disposto a qualsiasi sacrificio. Ma il vederla senza la possibilità di toccarla, lo rendeva inquieto. Poi capì che avrebbe dovuto allontanarsi da lei ed emigrò in una terra lontana. La sua malinconia, la sua sessualità repressa, l'avevano reso interessante più che mai. Al suo carattere di per sé misterioso, aveva aggiunto un carisma evidenziato soprattutto dalla sfida con la sua passionalità sensuale. Alla notte doveva combattere coi mostri della libido. Allora sguainava la spada come un San Giorgio alle prese col drago. Alla fine si svegliava spossato, ma più forte. Si sentiva, come dire, vincitore. Aveva imparato la sottigliezza della meditazione che l'aiutava a staccarsi dai condizionamenti della passione e dei sensi. Si accorgeva di pensare ad Oriana come a una creatura da aiutare, ma non la desiderava più. I giochi amorosi che avevano invaso la sua adolescenza, erano caroselli lontani e imprendibili. Ora era forte, pronto all'amore. Ma il volto dell'amore non aveva i tratti di Oriana. Ormai la considerava un fantasma, una creatura mitica e irreale. Forse non c'era mai stata e lui stesso aveva dato vita alle sue fantasie adolescenziali attraverso simile personaggio.
Aveva trovato lavoro in un ufficio di un notaio. La segretaria che lavorava con lui era una ragazza bionda, una delle tante e non gli destava nessun sentimento e tantomeno impulsi erotici. Avevano preso l'abitudine di pranzare insieme e così, fra un discorso e l'altro, Pierre aveva tirato fuori la sua storia fantastica e s'accorgeva che lei l'ascoltava senza poi ritenerla tanto assurda. La ragazza si chiamava Liza e conosceva l'arte di redenzione, tu regredirai verso quello di corruzione.
Non è possibile - gridò indignato - Il sacrificio di tutti questi anni è mio. Il superamento dei sensi, la fede nei valori di fedeltà, sono stati mie conquiste, non tue. Non ti illudere sgualdrina, tu sei una puttana cosmica, mi fai orrore, non ti temo affatto e non credo a una parola di quello che mi hai detto.
Tranquillizzati - gli disse allora - esiste comunque una possibilità di salvezza, quella di purificarsi sotto la Cascata d'argento nella Grotta dei Cristalli, sempre se riesci a raggiungerla - sogghignò malefica. Pierre, pieno di sconforto, di indignazione e di rabbia, si vestì in fretta e fuggì da quella casa ammantata di lussuria, mentre le risate di Oriana echeggiavano nel bosco e nel pascolo. Nessuno l'avrebbe mai corrotto. Passò nella sua vecchia casa. Ora che la nonna era morta, tutto sapeva di abbandono. Mise nella valigia le poche cose che gli premevano e fuggì da quel posto in cui sentiva di non appartenere più. Aveva in sé una malia vendicativa che lo rendeva affascinante e temibile. Prese il primo treno in partenza non sapendo dove fosse diretto. Il biglietto l'avrebbe fatto in viaggio. Chiuso in se stesso, pieno di rancore e di disperazione, non si accorse della ragazza che, di fronte a lui, lo guardava ammaliata. Un colpo di tosse lo svegliò dalla sua cupa trance e l'avvolse con lo sguardo per poi lacerarla all'istante. Troppo fresca la ferita, troppo grande il suo odio per le donne. Fu istintivo il tocco di piede sulla caviglia di lei. Indugiò nel contatto che la ragazza favoriva e la desiderò. Erano soli nello scompartimento e questo lo incoraggiò ad allungare la mano sul ginocchio, la coscia, il seno. Quando entrò un passeggero, il gioco diventò proibitivo, pericoloso e sottile. Con lo sguardo incisivo e un cenno del capo, le intimò di uscire. Non smetteva di fissarla con desiderio, sensualità. Con rabbia.
Scesero alla prima fermata. Muti. La prese ai fianchi e la spinse avanti. Non parlarono, ma appena fuori dalla stazione, sulla panchina del giardino, si baciarono e si toccarono forsennati. Il loro gioco continuò in un motel. La montò come un animale. Intanto la tratteneva per i capelli come fossero redini e sfogava rabbia, passione, odio. Il suo orgoglio ferito. La ragazza sembrava succube e guaiva come un cucciolo. La lasciò senza un bacio e riprese il treno successivo. Voleva fuggire lontano da tutto. Avrebbe voluto scappare lontano da se stesso, ma non c'erano treni adeguati. Trovò una momentanea sistemazione in una città di provincia dove sopravvisse dando lezioni di violino.
Era bello, tenebroso, affascinante con un magnetico sorriso. Passava da una donna all'altra senza reticenze, senza amore. Poi, stanco di loro, non disdegnò la compagnia di un suo giovane allievo. Prima fu un tenero gioco, poi un'impetuosa passione. Era biondo con indifesi occhi azzurri e chiaramente effeminato. Ne approfittò per vivere un'emozione nuova. Mentre si trovava dietro di lui, fece il gesto di mettergli la mano nei capelli. Stephen, così si chiamava, rimase immobile e in attesa. Allora le carezze si fecero insistenti e provocatrici. Si estesero lungo il corpo e si soffermarono sul membro chiaro e turgido. Ormai ogni lezione terminava con questo gioco. Dalla masturbazione si arrivò al rapporto orale. Fu sconvolto dagli spruzzi di sperma sul volto, in bocca. Allora lo indusse a fare altrettanto con lui. Ormai passavano il fine settimana insieme…