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Lorenza Ti

 

 

 


Nella Stanza
 

 




PIZZO NERO
Borelli






Uno

Ho avuto molto tempo per pensare alle prime volte in cui sono stata costretta a scendere a patti con me stessa, e sul perché io abbia sviluppato, nei miei confronti, un sentimento di così straordinaria intensità negativa.
La prima volta in cui ritengo sia accaduto riflettessi seriamente sulla vita stavo fissando, attonita, il fondo di un water. Guardavo la volta coperta d’acqua resa un po’ schiumosa dai ripetuti sputi nel vano tentativo di liberarmi da una sbornia inopportuna quanto imprevista. Una mano stringeva il sedile bianco avorio, l’altra uno spazzolino da denti, il cui manico – di tanto in tanto, con seria intenzione –, spingevo giù in gola. E, nonostante ogni sforzo, nulla era accaduto; nulla, se non l’estenuante e faticosa produzione di spumosi, candidi, superflui fili di bava.
Dunque, guardando la curvatura dello scarico, mi ero sentita impotente e quindi, in una successiva analisi, depressa, contrariata. Chi avrebbe mai immaginato che una persona come me poteva trovarsi a quell’ora – era il primo pomeriggio – in uno stato di tale abbrutimento? A quella domanda ricordo di avere sorriso e, in cerca di suggestioni poetiche, mi ero persino spinta ad andare ancora più lontano con le analogie, fino a contemplare la vaga somiglianza tra lo scarico e me; come il water era destinato a fagocitare ogni genere di schifezza così, la mia vita, era attraversata da ogni sorta di scoria...
Ma perché accadeva tutto questo? La causa era forse da ricercare nel mio matrimonio mancato? No, non poteva essere. Luca si era innamorato di un’altra donna pochi mesi prima delle nozze; un mazzata impossibile da accettare completamente. Ma il tempo era trascorso ed aveva giocato in mio favore; cinque anni ritenevo fossero un periodo sufficiente per elaborare il lutto di una perdita. Il lavoro mi piaceva, mi appagava, e allora quale poteva essere la ragione che mi confinava in bagno, in ginocchio con uno spazzolino da denti da usare come arma? Forse perché a Luca potevo perdonare il disamore, ma non il fatto di essere diventato uno scrittore di successo? Era, questa, un’ipotesi su cui valeva la pena riflettere… ma alla fine mi ero costretta a smettere di pensare; lo sguardo fisso al fondo del water, lontana anni luce da riflessioni spietate, contorte e…, sì, inutili.

Ricostruisco tutto questo nel silenzio della stanza. Da qualche tempo sono costretta ad osservare il mondo da questo angolo di purgatorio quando vorrei invece ritrovare la curiosità di girare lo sguardo verso la finestra, gioire se splende il sole, o rattristarmi se da un cielo grigio cadono pesanti gocce di pioggia.
È già arrivato l’inverno?

Da bambina avevo grandi progetti e, proiettando i sogni verso il 2000, m’immaginavo una donna arrivata. Una donna di trent’ anni, allora, mi sembrava quasi anziana. Quindi per forza nel 2000, la creatura che avevo in mente di diventare doveva avere un marito; per forza dei figli; per forza una vita normale. Per forza…

L’anno 2000 era passato attraverso un’estate assai calda, in cui avevo trascinato in villa al mare un ragazzo di nome Marino. Qualche giorno, giusto il tempo di conoscerlo. Non rammento con precisione né il momento in cui avevo deciso di portarlo con me, né la ragione che mi aveva spinta verso una nuova avventura. Lontana dalla mia città, a centinaia di chilometri dalla gente a me familiare, il ragazzo – mi ero detta – era un capriccio che potevo concedermi.
Marino mi era piaciuto per il particolare punto di castano dei capelli, per la forma degli occhi spesso socchiusi e, non ultimo, per la sua testa assolutamente priva di idee.
Doveva essere l’ora di pranzo quando mi aveva raggiunta sulla spiaggia e, piegando le ginocchia abbronzate, aveva annunciato di avere fame. A quel punto dovevo essermi girata, probabilmente avevo anche aperto gli occhi dietro le lenti nere degli occhiali.
Fame, mi ero ripetuta tre volte, chiedendomi da quanto tempo non provavo quella sensazione.

E così, quella del mare, è stata la seconda volta in cui sono stata percorsa da una vaga sensazione di disagio, di estraneità. Perché non avevo fame? Perché non avevo più desideri e abitudini normali? E perché riuscivo a nascondere così bene, dietro la facciata, un’esistenza distorta e sofferente?
Ero – e spero vivamente, superato questo fastidio, di tornare ad essere – un avvocato in carriera: una giovane ed abile professionista. I corridoi del tribunale si sgombravano al mio passaggio, al mio incedere deciso. Penso di essere nata per questo lavoro: ho sempre amato studiare, cercare tra le parole, smontare tesi e poi rimontarle a mio vantaggio. La mia passione sta nel tessere trame, individuare cavilli e, dai cavilli, ribaltare la scena ad esclusivo vantaggio del mio assistito. La mia tecnica consiste in un procedimento linger – lento, calmo, in inglese –, a cerchi concentrici, inesorabili. Nessuno, credo, è più felice di me quando fisso negli occhi il nemico, con intensità, fino a vedere il suo cervello… vacillare.
Immagino questo miserabile mondo diretto da una grande regia capace di assegnare ruoli ben stabiliti: comparse, co-protagonisti, leader. Posso concludere, senza per questo apparire immodesta, di appartenere ad una gerarchia sul cui riconoscimento non possono esserci dubbi. La grande pantomima offerta dai processi importanti è lo scenario ideale della mia vita: sono una protagonista.
In ogni caso, non sono sposata, non ho figli; di tanto in tanto è accaduto mi svegliassi insieme ad un uomo di cui non conoscevo nemmeno il nome.
Era il Duemila, e la donna che ero diventata era lontanissima dal sogno di una ragazzina.

La villa era – lo è tutt’ora –, affacciata al mare. Mi ero sollevata dal lettino e, compiuti i pochi passi necessari a lasciare la spiaggia e ad entrare nel giardino, mi ero diretta verso il sentiero di pietra tra i due prati intervallati, qua è là, da cespugli di ortensie bianche, rosa e blu. Il caldo della roccia sotto i piedi, e una gran confusione dentro la testa, sono le uniche sensazioni che ricordo. Forse, con aria distratta, avevo fatto risalire gli occhiali sul naso e mi ero girata. Marino mi seguiva distanziato da tre passi; tre passi indietro, come le mogli dei musulmani. Avevo pensato a Clara, la donna di servizio, chiedendomi cosa poteva aver mormorato guardando il letto, i bicchieri e le bottiglie lasciate ovunque, e poi le inequivocabili macchie, le cassette hard sparse giù, in salotto, e le bustine slabbrate, i preservativi gettati nel secchio.
Quella confusione doveva averla sconvolta a tal punto da indurla a tagliare la corda, appena finito il lavoro, rinunciando a scendere in spiaggia per salutarmi.
Lì, sulle pietre calde del sentierino, avevo immaginato le tozze dita di Clara allungarsi sulle copertine dei video, sollevarle e scorrerle lentamente con lo sguardo: l’espressione del viso cambiava, evolvendosi dalla curiosità alla perplessità, dalla perplessità alla sorpresa, dalla sorpresa al disgusto. E, pensando alle trasformazioni che tumultuose si susseguivano nel breve spazio compreso tra il mento e la fronte, avevo chiuso gli occhi. Nel buio le immagini correvano indietro: Marino sorrideva e allungava una mano, io con bicchiere in mano puntavo i gomiti sul bancone, inarcavo la schiena. Era cominciata così, senza amore, senza parole, senza niente. Puro istinto animale, lo stesso istinto che adesso spingeva Marino verso il cibo e me a fermare i passi.
“Vieni qui”, avevo detto. Marino era il tipico animale da sesso, un amante pronto e instancabile. Mi aveva abbracciata e baciata con la bocca spalancata, in breve il mento era coperto di saliva. Non avevo guidato il suo polso, lui sapeva cosa fare;
l’ indice aveva superato l’elastico del mio costume e, scendendo, si era inoltrato. “Aspetta”, avevo sbuffato scostandomi. Entrando in casa, lungo il percorso, mi ero spogliata di quel poco che avevo. Poi, con il dorso della mano mi ero asciugata il mento. “Daai”, avevo detto raggiungendo il divano; mi ero seduta allargando le ginocchia e lo avevo guardato piegarsi, baciarmi una coscia. Incredibile; in soli due giorni, avevo già imparato a riconoscere ogni mossa. Marino sollevava lo sguardo e mi scrutava socchiudendo gli occhi. Un lieve ammiccamento un po’ infantile e un po’ no; un’espressione sicuramente studiata e ripetuta un’infinità di volte prima di raggiungere il punto esatto d’incertezza che tanto conquista alle donne.
“Sei sposato, Marino?”
Lui aveva sorriso; una curiosa inclinazione si era disegnata sulle labbra. “No, convivo”.
“Sei felice?”
“Non sarei qui”.
Mi ero spinta indietro cercando, con la mano il suo viso, guidandolo verso il centro. Mi piacevano le sue labbra, le dita accarezzavano i fianchi e si spingevano al seno. Avevo sollevato il bacino fino a quando due dita erano entrate, scivolando su su, imponendomi di trasalire. Ascoltavo la morbida carezza della lingua, e il brusco contatto con i denti. Contraevo i muscoli, ruotavo leggermente le anche; nel buio delle palpebre, danzavano, ripetendosi, le immagini di un film. Marino mi stringeva le cosce, le dita che mi avevano esplorata erano bagnate e chissà se lasciavano lunghe scie dense sulla pelle. Inarcando la schiena lo avevo costretto a baciarmi in alto, e poi a scendere, sempre di più, fino al solco delle natiche. Poi lo avevo allontanato per girarmi; avevo puntato le ginocchia sui cuscini e mi ero offerta. Con le dita mi aprivo, mi cercavo, mi piaceva sapere di essere guardata. Marino mi accarezzava, mi accarezzava con gesti ampi; ascoltavo il suo respiro profondo, da animale trattenuto. Ruotavo i fianchi e godevo; tutto in un silenzio assoluto. I ricordi si avvicinavano, come soldati pronti all’attacco lanciavano minacce. No, non dovevo cedere. Hei, avevo pensato o forse detto mentre mi giravo. Con le mani cercavo la sicurezza del divano, non volevo aprire gli occhi, guardare. Avevo scostato le ginocchia, accogliendolo sopra di me. Marino aveva un modo delizioso di penetrarmi; era delicato, prudente. Io invece mi ero subito spinta per averlo tutto, sentirlo battere fino a mozzarmi il respiro, e ancora non mi bastava perché avrei avuto bisogno di molto altro per non far caso al respiro gelido dei ricordi che soffiava e soffiava. Marino aveva allungato le braccia dietro la mia schiena, io inarcavo il dorso, obbligandolo ad una curvatura necessaria per aumentare il piacere e allontanare i nemici. Ero ormai abbastanza vicina quando lo avevo costretto ad un ritmo lento e fondo “Sì, così…”, ero mia abitudine ripetere, “così”.
Marino aveva sollevato la testa e, nonostante continuassi a tenere gli occhi chiusi, lo sentivo guardarmi, e poi tentare di baciarmi. Allora avevo girato la testa; i baci li tolleravo appena, non li ricambiavo più, ormai.

Restavano le contrazioni nervose, locali e periferiche, il sudore sul retro delle ginocchia ed il desiderio insopprimibile di allontanare, rendere invisibile l’uomo del momento. Come se tutto quello che era appena accaduto fosse stato solo in pensiero astratto e vergognoso, uno di quei pensieri di cui non è mai bene parlare, per educazione, per pudore, per convenienza, per tutto…

Soltanto in bagno, curva sul lavandino, mi ero accorta che indossavo gli occhiali: se avevo fatto l’amore con quelli, potevo tenerli anche mentre mi sciacquavo il viso.
Solo una scusa per non guardare i brevi, decisi tratti che da un po’ di tempo si allungavano intorno agli occhi.

Pensavo che avrei potuto avere tutto, perché tutto mi sembrava di avere: bella casa in città, al mare e in montagna. Armadi saturi di abiti, segreterie affollate di messaggi; uomini a go go. Una bella donna, un habitat fisico da ragazza, una personalità forte, un’intelligenza vivace .
Piacevo per l’ energia e anche per la cattiveria.
Com’è stata brava a riprendersi dopo quella storia, avevo sentito sussurrare gli amici. La storia, la chiamavano, senza sapere i dettagli di una vicenda che aveva tenuto banco per una stagione intera provocando, immagino, inevitabili e feroci scoppi di risate.
Quanta fatica recitare un ruolo, quale inutile dispendio di energie…
Occorre stia ad enumerare le volte in cui una cupa disperazione mi ha obbligata a trovare rifugio in bagno, a sedermi sul bordo della vasca e a soffocare il pianto in un asciugamano?

Fisso l’angolo della stanza, lo spazio rettangolare compreso tra le gambe del letto e una sedia di plastica blu. E’ accaduto in un attimo, inseguendola; cieca e sorda correvo, e non era facile sulla sabbia bagnata. Ho ancora nelle orecchie il suono sordo salire dal cemento. Aspettami! Voglio solo capire! I capelli danzavano lungo la schiena coperta da un maglione chiaro; serpi d’oro che seguivano il ritmo dei passi. Avevano il profumo sferzante dei fiori, i capelli di Mirit, e spero un giorno di poter tornare a baciarli, a farli scorrere tra i denti.
Se adesso sono qui, a ripercorrere a ritroso ogni dettaglio, è per ammettere che, una volta nella vita, sono stata impulsiva, imprudente e… sì, poco attenta.



Due

Osservatori, a mio parere, si nasce, non si diventa; e, l’attenzione, è una qualità che si fissa via via di generazione in generazione, affinandosi in un contesto culturale propizio. Non tutti godono del privilegio di cogliere i particolari e di intravedere, attraverso di loro, la verità, l’essenza delle cose. Ricordo ad esempio Gioia, la donna che provvedeva alla cura della casa dei miei genitori, quando ero piccina. Ad un tratto aveva preso a lamentarsi della distrazione della figlia: un giorno bruciava una presina, un altro dimenticava la sigaretta accesa sul bordo del davanzale o la porta di casa spalancata. “Sant’Iddio, che figlia!”, imprecava Gioia senza riuscire a cogliere un nesso tra i vari incidenti; se lo avesse fatto si sarebbe accorta che sua figlia era tesa, preoccupata e avrebbe potuto aiutarla. Infatti la figlia era incinta e, terrorizzata dalla madre, un bel giorno si era data alla macchia per abortire.
Di qui la mia teoria, secondo cui non a tutti dovrebbe gravare l’onere di fare figli; l’approssimazione, così come l’attenzione, si tramanderebbe come una tara, nei secoli, impossibile da controllare. Va da sé, oggigiorno chi decide di diventare genitore è per lo più guidato da un istinto di natura egoistica ed egocentrica nel quale poco spazio trova la preparazione e il desiderio di “creare per formare”.
Naturalmente esistono le eccezioni; ma sulle eccezioni, di fatto, nessuno si è mai azzardato ad accampare teorie.

“Sei felice, Luca?”
“E tu, sei felice?”
Con calma avevo chiuso la rivista abbandonata sul grembo e, dopo aver fatto scorrere le dita sopra la copertina, l’avevo riposta sul piccolo mobile accanto alla poltrona sulla quale stavo accoccolata da una buona mezz’ora.
…E tu,sei felice?…
Avevo preso tempo, il tempo necessario per incassare il colpo e reagire, dissimulando la sorpresa. Non era stato un grande sforzo, in verità; Luca aveva evidentemente altro per la testa, inoltre – ero convinta allora! – non era mai stato predisposto all’osservazione. Ah!… con quanta sciocchezza ed arroganza lo avevo giudicato! Quanto poco avevo compreso di lui! E quale smacco la mattina in cui avevo appreso della pubblicazione del romanzo. Sì, un romanzo tanto strombazzato nei giornali. Ma come?!, mi ero detta, tra i due, io ero il cavallo di razza, io l’elemento brillante e promettente!
Dunque mi ero sbagliata. Mi ero sbagliata e mentre gli parlavo, raccontando sciocchezze sul mio lavoro, già iniziavo a sospettarlo.
Luca era seduto di fronte a me, ad un passo, le braccia allungate sui fianchi, dietro le spalle la solita, confortante finestra affacciata sul giardino.
“La cena di ieri sera”, mi ero informata. “Tutte cariatidi come dicevi, oppure hai avuto qualche sorpresa?”
“Quale sorpresa?” Improvvisamente aveva sollevato le mani, le dita si erano aggrappate ai braccioli compiendo piccoli e brevi movimenti che, in cinque anni di assidua frequentazione, non avevo visto mai. E mentre guardavo pensavo: ci siamo, ci siamo. Non lo aspettavo, il momento, ma fin dall’inizio stava in qualche modo sospeso sopra di noi, come una possibilità, un rischio, una fatale malattia.
Ci siamo.
Adesso che il tempo è passato posso dire di aver assaporato, il momento. Un momento teso, carico di ansia, di timore ma anche di furiosa energia vitale. Il cuore batteva, i pensieri correvano, e tutto il mio sforzo era concentrato a mantenermi calma, imperturbabile. Luca era indolente per natura, apparentemente lento nei processi mentali, di conseguenza non era potuta sfuggirmi la sua prontezza, il rispondere alle domande con le stesse, identiche, domande.
“Raccontami qualcosa, chi c’era?”
“I miei”, aveva risposto. “I soci di mio padre, quindi, l’avvocato Parlotti, l’ avvocato Rinaldi…li conosci già, quelli del tuo studio.” Trascinava le parole come fossero funi pesantissime, macigni faticosi da trasportare. Poi aveva aggiunto, laconico: “Dicono che sei molto abile, possiedi la quantità giusta di cattiveria”.
“E tu cosa pensi, Luca”.
Aveva sollevato lo sguardo e aveva sorriso, dimesso. Un’espressione nota, vagamente infelice. Poi si era improvvisamente alzato e, lasciandosi cadere sulle ginocchia, mi aveva abbracciata, aggrappandosi così come, poco prima, le sue dita si erano aggrappate ai braccioli.
“E allora, tesorino…”, aveva sussurrato. Sentivo i muscoli della sue braccia stringere con forza; la stessa forza con cui avevo represso l’impulso di sibilare: “…tesorino un corno!”

C’erano stati giorni in cui i suoi baci erano lunghissimi; pomeriggi di baci, notti di baci, fondi, dolenti, quasi drammatici. Cresciuti insieme, Luca ed io, non avevamo mai smesso di desiderarci e la possibilità di una vita da trascorrere su rotte distinte non era mai stata contemplata. Una bella coppia dell’alta, altissima borghesia. Una coppia felice prossima alle nozze. Il restauro della palazzina in centro – con cortile interno per l’eventuale compagnia di una coppia di cani –, non era ancora ultimato, ma non c’era problema; avremmo trascorso un certo periodo nell’ala nord della tenuta in campagna dei miei genitori.
“E il viaggio di nozze, Luca: New York e poi crociera ai Carabi, oppure tutto Maldive?”
…“New York e poi crociera ai Carabi, oppure tutto Maldive?”

In piedi, uno di fronte all’altro. Mi aveva abbracciata e baciata, con leggerezza. Poi aveva affondato il viso tra i miei capelli e, sul collo, avevo avvertito un lento, lunghissimo sospiro. Ero stata sul punto di parlare, di chiedere; tenere a bada il sospetto e poi l’ansia che via via si evolveva in angoscia era uno sforzo che aggiungeva fatica al dolore. Mentre gli accarezzavo una spalla, dondolavo busto, trascinandolo nella dolce danza dell’essere cullati. E quasi sembrava fossimo un po’ meno disperati.
Mancavano un paio di mesi; da tempo ormai avevo smesso di contare lo scorrere dei giorni. I preparativi delle nozze proseguivano, ed entrambi sapevamo che nessuno avrebbe festeggiato.
Luca aveva scostato un lembo della mia camicia, le dita salivano lungo la colonna vertebrale; avvertivo il tocco leggero su ogni vertebra, inarcavo la schiena stringendolo, con il bacino lo cercavo, lo trovavo.
Eravamo – siamo – della medesima altezza e questa uguaglianza ci aveva indotti a sorridere in più di un’occasione: testa contro testa, spalla contro spalla, petto contro petto, siamo fatti – dicevamo – apposta per stare insieme. Inoltre ci legava una passione travolgente, un desiderio difficile da spiegare perché non aveva mai conosciuto stanchezze, cedimenti. Nessun amante, nessun rivale, nessun desiderio di cambiare rotta, puntare verso nuovi orizzonti.
Mi baciava il collo, e poi scendeva, aiutandosi con le dita scopriva la mia pelle; rabbrividivo, tutto era diverso. In silenzio aveva allargato i lembi della camicetta, slacciato il reggiseno; guardavo il suo viso abbassarsi, le labbra tendersi ai capezzoli, posarsi sopra mentre le mani stringevano il seno.
Avevo represso l’impulso di allontanarmi. Luca aveva trascorso la sera precedente in un circolo, i gomiti puntati sul tavolo del bar, e nessuna voglia di parlare. E la sera prima?, com’era andata la sera prima?, mi ero chiesta. Non lo sapevo; nessuno era stato in grado di riferirmi.
E, così, nel silenzio aspettavo una parola, un gesto, un’ammissione. Un altro gradino della lunga scala che mi avrebbe condotta all’inferno.
Non sentivo nulla mentre il suo viso scendeva al ventre. Non riuscivo ad attribuire un significato ai baci, alle carezze di cui era generoso. So che non esiste passione più intensa di quella provata dagli amanti in procinto di lasciarsi. Personalmente non condivido questa idea; infatti, Luca, non lo desideravo più.
La sera prima – mentre lui se ne stava ancorato sullo sgabello a fissare il vuoto e ad accarezzare i suoi tormenti – io, in un aeroporto, avevo incontrato un uomo. Una storia strana, a tratti incredibile; ancora adesso – mentre sto qui immobile ad osservare la lenta calata verso il buio – fatico a ricostruirla con precisione.
Avevo vinto una di quelle cause che, tra colleghi, viene definita “grande”; l’umore era alto. Mancava oltre un’ora all’imbarco quando mi ero seduta al bar ed avevo ordinato qualcosa di alcolico. Posata a terra la cartella – in modo tale da farla ricadere sulla caviglia e non perderne il contatto –, avevo sollevato lo sguardo in direzione di un uomo che da qualche istante solleticava l’attenzione di uno sperduto, quanto attivissimo, angolo del mio cervello. La curiosità c’era, ma il desiderio di posare le labbra sul bordo del bicchiere era più forte; quindi solo più tardi avevo guardato. Il ragazzo vestiva elegante; solo un dettaglio perché c’era qualcosa di più. Ci sono persone capaci di emanare onde, vibrazioni così intense da costringere quanti gravitano attorno a girare lo sguardo. Ecco, quel ragazzo aveva quel tipo di magnetismo. Per il resto aveva occhi e capelli neri, il viso abbronzato da puntuali sedute al cospetto dei raggi UVA e una bocca tanto morbida da indurmi a riflettere sul modo con cui stavo rispondendo ai suoi sguardi. Lui guardava me e, adesso, io guardavo lui. Luca era divenuto un’ombra e, relegato alla rete delle sue incertezze, l’avevo bruscamente scacciato dai pensieri.
C’era come una scossa lungo la spina dorsale, la circolazione del sangue traeva nuova energia da quella spinta; ero una macchina in accelerazione. Avevo sollevato il calice, l’avevo bevuto fino in fondo. Poi ero tornata a lui, e lui era ancora lì, davanti a me; tra noi, un paio di tavoli rotondi di metallo, identici a quello dove premevo con forza i gomiti.
Stava in piedi, la schiena appoggiata al bancone; una mano stringeva un bicchiere, l’altra una cartella di cuoio, simile alla mia. D’impulso avevo spostato la caviglia per sentire il tocco della borsa; un movimento necessario per mantenere un contatto con la realtà, e farmi credere possibile un contatto anche con lui.
A ripensarci adesso credo sia stato proprio quell’impulso ad indurmi a valutare le diverse ipotesi e, in ultima, ad alzarmi, afferrare la cartella e lasciare il tavolo. Il bar era sospeso sull’atrio, di conseguenza avevo disceso le larghe scale prefabbricate spingendo velocemente le gambe in avanti, risoluta e decisa, senza mai levare lo sguardo da terra. Gradino dopo gradino l’eccitazione e il fluire del sangue si erano stemperati. C’era senz’altro qualcosa di eroico, e di saggio, nella fuga. Niente abbordaggio, niente scambio di battute e di numeri telefonici. A cosa sarebbero servite le parole, i numeri, i gesti, e le scuse, magari, quando invece erano bastati appena due sguardi per raccontare, ammettere ogni debolezza. Riviste e un paio di quotidiani, che non avevo avuto il tempo di guardare, erano nella borsa; in attesa della partenza avrei potuto leggere.
Invece avevo preso la strada delle toilette anziché quella dell’imbarco e, poco dopo, mi ero fermata a fissare l’acqua scorrere sul lavandino; nessun pensiero in testa e nessuna voglia di muovermi. Restavo lì, come ipnotizzata, le mani strette al bordo di marmo chiaro. Nel bagno non c’era nessuno, le porte verdi erano spalancate su wc immacolati ed il suono del flusso dell’acqua mi rassicurava. Avevo lavato le mani lentamente, sciacquandole e risciacquandole per tre volte consecutive senza smettere di guardare il getto che si rompeva al contatto con le dita. Alla fine avevo sollevato le spalle e mi ero esaminata. Mi ero trovata in forma, anzi, ero bella: un peccato Luca avesse altro per la mente, intrighi, misteri, senza dubbio un’altra donna. Ma in quel bagno, con le porte aperte ed il getto ininterrotto dell’acqua, mi sentivo al riparo da ogni dubbio, da ogni paura.
Lo specchio copriva l’intera parete e, per un gioco di spazi e di angolature, si rifletteva su quello del bagno degli uomini. Era bastato un attimo, l’attimo in cui l’obiettivo del mio sguardo si era spostato di pochi millimetri. Lui era lì davanti ad un lavandino. Avevo abbassato lo sguardo quando una scossa violenta mi aveva percorsa da sotto in su. Niente mi sembrava più banale, adesso, in quelle due stanze lontane solo pochi passi. Così avevo raccolto la cartella, chiuso il rubinetto e con passo deciso mi ero diretta verso di lui.
“Good evening, baby”. Avevo usato un tono basso e fondo, divertendomi sulla pronuncia, contenendola e arricciandola come nel peggiore dei dialetti irlandesi.
Il ragazzo appariva sorpreso, e il suo sentimento era confermato dai tratti improvvisamente induriti del viso; forse non credeva fosse possibile che tutto si stesse per svolgere e adesso, a poca distanza da me, non era più sicuro di nulla. Ma era tardi per ogni pensamento, avevo pensato portando la mano libera alla bocca e, dopo aver succhiato il pollice, l’avevo languidamente asciugato sulle sue labbra, premendo ai lati. Avvicinandomi, avevo indovinato ogni fibra nervosa che dava vita alla bocca; rapide e decise contrazioni dei muscoli che via via aumentavano, lungo gli zigomi.
“Come here”. Con un cenno del capo avevo indicato la porta più vicina, dietro la quale mi ero nascosta posando, in un angolo, la cartella.
Aveva una cravatta gialla con piccoli disegni romboidali, il ragazzo, ed una camicia azzurra ben stirata. Chiusa la porta avevo sorriso facendo scorrere la gonna lungo le cosce, poi mi ero sfilata le mutandine. Erano boxer di seta beige, impalpabili al tatto tanto che, dopo averli stretti in un pugno, li avevo infilati con noncuranza nella tasca della camicia. “Dio…”, aveva sussurrato mentre gli afferravo un lembo della giacca fissandolo negli occhi. Aveva gli occhi più scuri che avessi mai visto, dischi neri con una punta di luce nel mezzo. Mi ero avvicinata per cogliere il suo respiro e lo avevo baciato. La bocca era morbida, come immaginavo potesse essere la bocca di una donna, ma la lingua spingeva, invadeva. E, mentre mi baciava, ero tornata a sollevare la gonna, quindi avevo puntato un piede sulla parete di fronte. La sua mano era subito scesa all’altezza del reggicalze. Le dita solleticavano l’elastico, lo tiravano e lo rilasciavano come per gioco. Quando ero tornata a guardarlo, aveva sorriso brevemente; un guizzo gli aveva illuminato l’espressione. “Hei”, aveva detto pizzicando piano la carne tenera tra la calza e il fianco. Avevo chiuso gli occhi senza riuscire a credere a quello che stavo facendo, a quello che avevo scelto di fare.
Non avevo previsto che fosse possibile provare eccitazione e desiderio per un uomo diverso da Luca – e tanto meno per un uomo incontrato da pochi minuti –, ma a questo punto credo fosse stata proprio questa consapevolezza a fomentare la bramosia di possedere, di essere posseduta. Senza domande, senza parole, senza niente.
Avevo slacciato la giacca e scostato il reggiseno con gesti pieni di fretta, ma i suoi baci non mi saziavano; cercavo qualcosa di più. Fissavo un angolo del soffitto mentre gli spingevo una spalla verso il basso guidando il suo viso: volevo sentire la bocca, capire se sapeva usarla. Con due dita aveva scostato le labbra, poi avevo sentito il suo respiro caldo sempre più vicino. Avevo inarcato la schiena trattenendo i sospiri; alcuni passi si muovevano oltre la porta, la costeggiavano e superavano quella di fianco. Le sua bocca aveva succhiato lentamente, l’avevo sentita aderire, morbida e umida al mio sesso. Avevo allungato una mano sotto la coscia iniziando a penetrarmi con le dita, fino in fondo, fino a sfiorare il piacere. Poi, dopo aver fatto scivolare il piede dal muro, mi ero girata; le mani sollevavano la gonna, i fianchi si offrivano. Le sue dita mi avevano stretta, i polpastrelli erano affondati nella carne, ed io avevo spinto, strisciando e strusciandomi contro di lui. Ero così inclinata, così sensibile capire com’era fatto. Avevo girato il viso, solo un istante per guardarlo, e ancora una volta avevo sorpreso quell’espressione, quell’ondata strana capace di stravolgere il suo sguardo. Rapidamente aveva portato un indice davanti alle labbra “Sst..”, aveva sussurrato accennando al bagno di fianco. Sorridendo, avevo chiuso gli occhi. Lo avevo sentito scivolare lungo il solco delle natiche e poi più in basso, ma a quel punto mi ero scostata bruscamente, scuotendo la testa. Avevo pensato che era una follia, e forse non volevo più.
Nel silenzio si era piegato sulle ginocchia ed aveva ripreso a leccarmi dall’alto verso il basso, con generosità. Ascoltando la sua lingua, immaginandola scivolare sulla pelle, ero tornata ad eccitarmi. Con le dita mi penetrava, davanti e dietro, stoccate sempre più profonde alle quali non mi sottraevo, ma anzi mi offrivo spingendo i fianchi verso la sua mano e la sua bocca. Mentre premevo una guancia sulle piastrelle bianche, avevo iniziato a lasciarmi andare, poi lui si era alzato.
Non mi ero aspettata quel contatto improvviso e violento, e credo di non sbagliarmi se penso di aver gridato. Nessuno, mai, mi aveva presa in quel modo crudele, e brutale.
“Stai buona, su…”, le sue labbra si muovevano sul mio orecchio. “Relax”.
E, mentre iniziava a muoversi dentro di me, le sue dita riempivano la vagina. Il piacere avanzava, ed era un piacere diverso, rarefatto. Mentre mi guidava in un ritmo serrato, aveva chiesto a cosa stavo pensando.
Non credo di aver risposto.
Poi, in silenzio, ci siamo lasciati. Uno dopo l’altro, fuori dal bagno.

God protect the ones who help themselves in their own way.
(* Dio protegga chi aiuta se stesso, lungo la propria strada)


Fine del secondo dei dieci capitoli più un finale…