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Manuela Taddei
Le maialine romantiche
portano i tacchi a spillo
PIZZO NERO
BORELLI
Alle mie amiche
Tiziana, Paola,
Claudia, Luigina, Patrizia, Simona,
Paola Orienti, Morena.
Aveva deciso di buttarsi
dalla finestra,
poi scelse di lasciarsi cadere sul fallo
eretto dell'uomo che,
sdraiato sul divano, la stava aspettando.
Fu comunque un salto mortale, e lei
ne venne trafitta.
(Una ragazza di nome Sabina)
CARAMELLE IN TELEVISIONE
Sabrina lavorava da poco in
televisione ed era sempre in ritardo.
A Sabrina avevano fatto un contrattino da programmista regista per una
rubrica d'informazione in seconda serata e, a volte, programmista
significava fare di tutto, a parte pulire i cessi della redazione intasati
di cartacce. Al pari degli scrittori famosi che hanno i ghost writer i
quali lavorano per loro senza mai apparire, in televisione i giornalisti
arrivati vantano schiere di aspiranti programmisti, a volte, con uno
stipendio da fame. Un mondo di intellettuali, scribacchini, sedicenti
artisti, ma anche "non so bene cosa", quello dei programmisti, che viveva
in precarietà.
Sabrina pensò al suo amico Flavio, regista, che, dopo un matrimonio
fallito con una spogliarellista francese (Marie assomigliava piuttosto ad
un transessuale), un lungo fidanzamento con una giornalista bionda e
nevrotica, adesso aveva sposato Laika, anoressica modella balcanica. Laika
però era bella e dolce, e a Flavio piacevano quelle senza forme. Nel
contempo avevano messo al mondo due figli che stavano dai nonni perché lui
non aveva mai una lira, d’estate faceva il bagnino a Ladispoli per far
quadrare i conti. Nondimeno era bravissimo.
E poi c'era il caso di un collega che aveva pubblicato un libro(si
trattava di racconti a sfondo esistenziale), a proprie spese, senza
venderne una copia.
“Chi ha detto che gli intellettuali sono i nuovi poveri aveva ragione”,
brontolò Sabrina che quella mattina era più nervosa del solito; le otto e
trenta erano scoccate da un pezzo e lei era ancora in casa che ciabattava
sul da farsi.
Pensò di concedersi il lusso di un taxi piuttosto che affidarsi alla
pubblica ferraglia mentre assestava la porta dell’ascensore con un
calcetto, rimanendo con l'altro piede in tralice. Rapidamente calcolò che
non gliel'avrebbero rimborsato e si precipitò in strada.
Lei non era un intellettuale, non aveva finito neppure l'università, ci
teneva a dirlo. Fare giornalismo, partecipare al montaggio di un video,
esauriva una forma di energia, di avventura. Stare troppo in redazione o
al montaggio la deprimeva, quello che voleva era viaggiare e incontrare
gente, soprattutto uomini. Si ricordò di una collega che era diventata
l'amante di un capo struttura, e, miracolosamente, aveva ottenuto il
patentino da giornalista. Ora faceva l'inviata di un Tg.
“Come avrà fatto quella?”, si chiese aggrappata alle maniglie del tram.
La bella (si fa per dire) e il suo pigmalione si erano conosciuti durante
una vacanza al mare, lui teneva a riposo la pancia vistosa del dirigente
di mezz'età arrivato al potere dopo una serie di intrallazzi politici che
mantenere gli procurava una gastrite cronica, mentre lei gli passava
continuamente davanti, col gelato in mano e i capelli bagnati raccolti a
treccioline per destare la sua attenzione. Lui l'aveva notata, se l'era
trombata, senza mollarla però; treccioline ci sapeva fare.
Gli sforzi di Sabrina erano mirati a divenire una vera giornalista, e le
capitava di vivere momenti di ansia. Ad esempio, si ritrovava ad
attraversare una galleria di specchi, anzi di monitor, in cui qualche
narciso che lavorava in tv si rimirava continuamente. Chissà perché la
televisione faceva quell'effetto sulla gente; persino le persone più
normali e intelligenti correvano il rischio di cadere nel famoso laghetto,
faticando non poco a distaccarsi dalla propria ombra virtuale. Anche lei,
nelle rare occasioni che era apparsa in video, si piaceva, doveva
ammetterlo; quando pensava a sé stessa, le era capitato di parlare
all'altra, quella in tv. Al contempo senza il suo lavoro, si sentiva un
poco smarrita; adorava costruire racconti con le immagini, quasi che la
televisione avesse il potere di conferire realtà a ciò che è lontano,
permettendole di raccontare ogni volta storie diverse, quelle di tutti i
giorni, annullando le distanze e la tristezza.
Piazzale Clodio: era arrivata. Cercò il tesserino magnetico con cui si
accedeva al Palazzone, e l'enorme porta a vetri della redazione girò due
volte su se stessa. Sabrina passò velocemente tra una rotazione e l'altra,
trattenendo la coda dello spolverino ed entrò, senza avere il tempo di
prendere un caffè.
Quando finalmente riuscì ad appartarsi in bagno per sciacquare gli occhi
arrossati da ore di montaggio, alzò il viso dal lavabo e osservò la
propria faccia tremare nell'acqua, moltiplicata in una serie infinita di
piani sequenza; gli occhi le bruciavano, però era contenta di vedere
crescere il suo lavoro.
Sollevò il viso: era sempre Sabrina, la scura e bella Sabrina, con le
forme e un naso pronunciato, mediterraneo, un tipino che molti colleghi
avrebbero voluto portare a letto.
“Basta con le seghe mentali”, promise. “Sei solo stressata. Ora chiedo al
capo se mi spedisce da qualche parte, non posso stare troppo a lungo
incollata alla sedia, io".
Sabrina fece una smorfia alla faccia nello specchio e si asciugò il viso
con un pezzo di carta, imprecando contro la tirchieria del direttore di
produzione; quell’uomo era capace di risparmiare persino sull'acqua
minerale, riciclandola dalle bottiglie semivuote.
"Chissà dov'è quel cretino", si chiese Sabrina pensando a Emilio
Zucchetti. "Sempre a leccare il culo da qualche parte…".
Zucchetti sembrava un principe ebreo fuori dal ghetto. Però come
produttore televisivo aveva naso (di per sé già molto lungo) ed era
riuscito a imporre la sua società nella jungla romana degli appalti. La 'Start',
adesso, era la numero uno.
Nel bagno accanto qualcuno stava tirando la catena dell'acqua.
“La storia di questo posto è scritta nei cessi!”, borbottò una voce tra
dai gargarismi della latrina. Lei riconobbe Franco, uno dei montatori.
Franco era sempre nel bagno dove si rifugiava per rollare tabacco e
qualcos'altro in santa pace, lasciando dietro di sé un'inconfondibile scia
di erba, sandalo e mal di stomaco. Qualche volta il mal di stomaco di
Franco aveva un odore, una specie di aroma, un olezzo di muschio e di riso
in bianco.
“Ciao”, la salutò lui all'incrocio dei due bagni.”Tutto bene?”.
Sabrina rispose con un cenno di assenso, pensò che ultimamente trascorreva
mediamente dieci ore al giorno in sala di montaggio e che lo scandire del
tempo era segnato dalle visite di Franco al bagno.
Provò ad immaginarsi fuori di lì, dopo l'ultima messa in onda di quella
stagione televisiva giunta ormai termine. Sognò di essere in un angolo di
mondo caldo, masticando pesce tutti i giorni, pesce e sesso, e un languore
caldo le salì tra le gambe. Perché non andare a vivere in Spagna, a
Barçelona, o a Malaga? Avrebbe potuto curare le pubbliche relazioni di una
casa editrice italiana all'estero ad esempio, come faceva il cugino di
Gabriella, la segretaria di redazione. In fin dei conti lei era ancora
precaria, e i giochi rimanevano aperti. Avrebbe chiesto a Gabri
l'indirizzo di suo cugino. Però Gabriella era una ragazza strana,
competitiva, non sarebbe stato facile. Sabrina fantasticò d'iniziare una
relazione col cugino di Gabriella in Spagna, mentre non si decideva a
rientrare in sala di montaggio.
Pensò a Malaga, a come l'aveva conosciuta una volta, rivide il disco rosso
del sole che inghiottiva il nastro bruciato dell'autostrada, e se stessa
addormentata sulla spalla di Juan.
Juan…, già il nome, pieno e rotondo come sanno pronunciarlo gli Spagnoli,
conteneva in sé una promessa. Juan faceva il barista in un piccolo paese
magico alle porte di Granada e si era appena separato dalla moglie. Lei e
Juan si erano imbroccati ad una festa di piazza, lui l'aveva sedotta
ballando la Sivigliana solo per lei. Gli spagnoli erano un poco retrò,
però autenticamente galanti; soprattutto facevano sentire la compagna di
letto di una notte una vera regina di cuori.
Malaga viveva l'enorme kermesse delle ferie d'agosto, una settimana intera
di feste, balli, canti e orge di piazza. Nessuno pareva mai aver voglia di
dormire. Sabrina guardava incantata alle donne gitane che arrivavano coi
loro uomini sui carri di legno trainati dai cavalli andalusi in un
esplosione di cosce, colori, trine e ghirlande. Quelle donne erano grasse,
ma quando danzavano il loro corpo sprigionava energia pura. Juan danzava
con loro; le gitane ridevano e ammiccavano, ruotando a ventaglio intorno a
Juan i grossi sederi; Sabrina, che non sapeva ballare la Sivigliana, li
seguiva un pò imbarazzata.
"Non sta cansada?" le chiese una di loro. Sabrina rispose che no, non era
mai stata sposata.
"Ah, non sta cansada...".
La donna, con fare malizioso e un pò sguaiata, le infilò una mano tra le
cosce stringendole la fica. Ma il suo non era un gesto d'amore lesbico,
quanto piuttosto un passaggio di consegne: la vecchia madre che affida la
figlia all'uomo, ne faccia cosa gli pare, la sposi e se la scopi. Oppure
era la meretrice di un bordello e lei una puttana compiacente.
Juan si avvicinò alla vecchia e la baciò, quindi trasferì il suo bacio con
passione alla bocca di Sabrina. Sabrina pensò che in quel bacio che non
finiva più, ritmico e forte, c'era tutta la Spagna che tifava per lei. Il
mondo le girava attorno, alato e sessuato, mentre l'orologio di una chiesa
segnava le sei del pomeriggio e il caldo rendeva impossibili gli sforzi
dei ventagli nell'aria immobile, sospesa come un fiato. Decisero di andare
a vedere la corrida, Sabrina non aveva mai visto una corrida ed era
elettrizzata.
L'enorme toro nero fece il suo ingresso nell'arena, e dalla Plaza si levò
un boato. Sabrina sudava per il calura e per l'emozione, voleva che
l’animale si salvasse, ma al contempo provava una forte eccitazione che
era anche quella del popolo degli spalti: l'ebbrezza nera del sangue e del
sesso.
Strinse forte la mano di Juan, vedeva i movimenti del toro, ne seguiva la
rabbia e la disperazione: il toro non combatteva la corrida, ma lottava
per la sua vita e sembrava lo capisse. Quando il matador gli inflisse la
prima banderilla, Sabrina si alzò in piedi, provò una fitta al ventre
eccitandosi, del toro, del matador, della sabbia scura dell'arena che
avrebbe ghermito la vita del toro, i suoi coglioni, il nero pece del suo
mantello; Juan se ne accorse e la prese sulle ginocchia.
Il matador spezzò un'altra banderilla nel collo dell' animale che stava
schiumando. Sabrina sentì che la sua frenesia nervosa era al massimo.
Dispose la gonna a corona sulle gambe di Juan per nascondersi ad occhi
indiscreti e si posizionò sul suo pene che stava crescendo, allargando le
natiche delicatamente per non schiacciarlo, quindi si abbassò le mutandine
aiutandosi con una mano. Lui contraccambiò, sfregando forte in quella
fessura che si era offerta imprigionandogli il pene che pulsava come il
cuore del toro.
Quando il matador esibì al popolo degli spalti l'orecchio del toro
morente, la gente di Malaga impazzì per quel ventaglio nero dedicatogli
dal più famoso torèro di Spagna e si alzò sugli spalti. Juan sollevò
Sabrina come se il suo corpo fosse diventato leggero al pari di una piuma,
la spinse contro la ringhiera e lo fece entrare, approfittando della
confusione.
Nel baleno in cui la verga arroventata di Juan penetrò nella sua carne, il
toro morì, regalandole uno spasmo, la vita entrava, e Sabrina pensò ai
coglioni del toro e a quelli di Juan che non aveva mai leccato. Lui si
assestò con un paio di colpi dentro di lei, e cominciò a muoverlo
spingendo in tutte le direzioni, mentre lei gridava al matador - avrebbe
voluto che anche lui la prendesse in quel preciso istante, inneggiando
alla vita e al sangue di Spagna. Il loro orgasmo fu violento, senza
tenerezza, come la Plaza di Malaga.
Qualcuno le posò un bacio sul collo. Era Pietro, il suo fonico.
“Come stai, cara?”, la salutò Pietro pieno di charme. Sabrina si scosse
con sussulto.
“Bene, ma, adesso che ti vedo, mi ricordi che dobbiamo lavorare”.
“Lavorare!”, rispose Pietro. “ A te pesa questo lavoro? Io mi diverto e mi
pagano pure”.
“ Magari ti senti un creativo”, lo schernì Sabrina.
“Sì, è vero, mi ritengo fortunato. Tu vorresti timbrare il cartellino
tutti i giorni alla stessa ora?”.
Sabrina preferì non rispondere.
“Vuoi sapere cos'è un sogno?”, disse lui a Sabrina, riallacciando un
discorso interrotto due giorni prima. “Ecco, guarda: qui vediamo una
ragazza con una lunga treccia in posa per il fotografo. Con una mano
accarezza il dorso di un cane lupo, ma è una carezza piatta, tesa nello
sforzo di compiacere l'obbiettivo. Osserva invece quest' altra fotografia:
qualche anno dopo abbiamo la stessa fanciulla coi capelli corti, da
maschietto. Vuole che la credano un essere androgino, con un inusuale
volto da maschietto su un corpo molto femminile e prorompente. I capelli
corti le danno un'aria impossibile, lei è consapevole di suscitare
desideri bisessuali. Tutto questo è reso possibile dall'assenza di
movimento della fotografia; l'immagine in divenire del video clip non
riesce a cogliere questi passaggi, i mutamenti dell'animo, perché è troppo
veloce e immediata. Si consuma nell'istante in cui la vedi”.
Sabrina gettò un'occhiata distratta alle fotografie che Pietro le
proponeva. Stranamente riuscì solo a pensare ad un amante francese che
voleva fotografarle il didietro, mentre lei si muoveva scodinzolante per
fare l'amore:
"Voglio immortalarti il culo, mia bella micina, è la tua parte migliore!
Vieni cara, non scappare!".
Samir era mezzo sangue, la madre era francese e suo padre siriano, il naso
camuso tradiva le ascendenze magrebine nonostante i capelli biondi.
"Chi l'avrebbe mai detto che in un italiana avrei trovato la mia "metà"?",
blaterava lui che si era appena fatto una canna e pareva infoiato dal
desiderio. Avevano girato tutti i bistrot della banlieu dove lui viveva-
Sabrina ora non ricordava bene quali amici avessero in comune - avrebbe
riconosciuto però l'odore di coke e di ruggine di quella ferrovia che era
costretta ad attraversare, della ferrovia sotto il ponte che mandava
sinistri bagliori rosati; l'odore di coke e il colore di quella ruggine
associati al desiderio di lui, al suo profilo scarno e all'occhio glabro.
Sabrina non riuscì a confessare a Pietro le proprie fantasticherie.
“Dovrai cambiare sala, obiettò Pietro. “Si missa di là”.
Ser Hemly Primo, il setter irlandese di Pietro, era sbucato dalla sala di
montaggio numero C e si era avvicinato a Sabrina, annusandola soddisfatto.
Ser Hemly gradiva molto stare là dentro, immerso nell'odore di schiacciata
all'olio dei panini dell’ora di pranzo e di fumo.
“Hai sentito che vengo dal bagno, eh birbone?”, disse lei al setter
stordito dalle sigarette al mentolo di Franco. “Ma non sono io che ho la
roba, mi spiace”.
Pietro lo tirò via scaraventandolo sotto una delle enormi poltrone
girevoli che si trovavano in sala di montaggio, ormai Ser Hemly subiva di
tutto. Forse l'avevano anche sodomizzato.
“Scusa Pietro. Nessuno ti ha chiesto un saggio sulla fotografia, abbi
pazienza”, riprese Sabrina cercando di addolcirsi. “Hai trovato la musica
adatta per il mio montato? Tieni presente che si tratta di un risveglio
dal coma”.
Pietro era seduto di fronte al mixer e smanettava, evitando di guardarla.
“E io dico che così com'è non te lo mandano in onda”, disse. “Ti conviene
tagliare prima che lo veda il tuo capo redattore”.
“Sarebbe?”.
“Il tuo montato è troppo crudo, quel ragazzo sbatte la testa dappertutto
come un fantoccio di pezza; dovresti ammorbidirlo con qualche copertura,
parecchie coperture”.
Sabrina pensò alle polemiche che il suo pezzo avrebbe scatenato.
“Va bene, io taglio e tu cuci" rispose. "Però sbrighiamoci, di questo
passo rischiamo di passarci la notte qua dentro, e io ho un
appuntamento!".
Sabrina voleva uscire di lì, era riuscita a strappare una cena con sesso
al suo collega Marco Parisi, e non voleva rinunciarvi per un malato in
coma. Guardò al video, rivide il volto senza vita di quel poveraccio
crocifisso in un'espressione ebete da due occhi rotanti, mentre la testa
ciondolava sul collo come quella di una gallina morta, e desiderò ancora
di più di trovarsi tra le braccia e le gambe di Parisi. Percepì la carne
materia viva e sicura e la morte un orizzonte lontano a cui non voleva
pensare.
In quella redazione c'erano troppe
donne, i pochi maschi lì dentro sembravano bruttini, quelli carini e un
poco granosi erano già stati accaparrati da qualche furbastra. Per giunta
alcune colleghe si dimostravano terribilmente competitive e avevano la
carriera in testa anche quando andavano al cinema o a bere un aperitivo.
Per lo più erano romane, mentre lei che veniva da Firenze, a volte,
soffriva di nostalgia. Non che Roma non le piacesse, tutt'altro, e le
donne romane erano calde e spiritose, ma Sabrina aveva l'inquietudine
addosso, ovunque si trovasse; di questo ormai era consapevole. Perciò,
quando aveva tempo, lei flirtava col suo collega Marco Parisi.
Fotografo, programmista e detective a scappatempo, robetta leggera, tipo
infedeltà coniugali, Parisi sembrava non aver mai un momento per vederla.
Ma soprattutto frequentava altre donne.
Una bella sera di maggio, anticipo di una lunga estate, Parisi e Sabrina
decisero d'incontrarsi senza mettere altro tempo in mezzo. Più che altro
era lei a rincorrerlo, ma lui adorava essere cercato.
Quel giorno Marco, durante la pausa del pranzo aziendale, le aveva fatto
scivolare un bigliettino tra le patate fritte con cui la invitava a cena,
nel suo residence. Se lo desiderava, poteva restare anche a dormire, una
enorme concessione da parte sua, che lasciava presagire una certa
intimità.
Sabrina finalmente uscì dalla sala di montaggio, chiamò un taxi e si fece
portare al residence di Parisi. La macchina sfrecciava nella notte romana,
una notte luminosa ed eccitante come il gusto del lusso e del capriccio.
La notte ideale per accarezzare i fianchi e rifugiarsi sotto le ascelle di
un uomo morbido e superfluo come Parisi. Lui era sulla porta che
l'aspettava.
“Arrivi adesso!”, disse fingendo il broncio. “Ce ne hai messo di tempo,
quasi non ci speravo più”.
“Che sciocco, ormai ti avevo detto di sì, no?".
Sabrina entrò scrutando il posto. Il residence di Marco non era affatto
male, moquette tinta acciaio dappertutto, chissà quanto gli costava.
Nell'appartamentino la televisione era ancora accesa.
Sabrina fece una smorfia.
“Non potresti spegnerla per favore?”.
“Devo vedere una cosa più tardi, tolgo solo l'audio”.
“Ok, se è proprio necessario..”, si arrese Sabrina.
Una volta avevano fatto l'amore mentre lei stessa e i suoi colleghi
andavano in onda; la cosa le aveva dato fastidio, le era parso di avere
due vite, una fuori e una dentro la scatola. Parisi, invece, amava questo
tipo di eventi; difatti si era fotografato e registrato dappertutto,
imbustato come una pin-up.
“Vuoi mangiare?”, chiese Marco. “Ho comprato due mozzarelle, quelle che
piacciono a te, e ho preparato anche un'insalata. Lui si fece avanti un
poco goffo. Stava adottando lo sguardo da tonno che gli veniva tanto bene
quando voleva sedurre una donna. In redazione chiacchieravano di Parisi
come di un “tombeur de femmes”, voce che lui alimentava provandoci con
tutte. Così nascono le leggende.
Marco le si avvicinò e le cinse le spalle.
"Voglio vederti nuda" le sussurrò, " e stanotte potremo dormire assieme".
Sabrina fece scivolare la camicetta di organza ai piedi dei blue jeans con
meditata lentezza, trastullandosi con i bottoni. Marco non le suscitava
propriamente la voglia di essere posseduta, quanto piuttosto un raffinato
desiderio di sedurlo; era troppo dolce e troppo amico perché lei potesse
sentirsi preda.
Marco si sfilò i pantaloni e rimase nudo davanti a lei. Sabrina si rese
conto che forse non lo aveva mai osservato bene, ma quello che ora vedeva
era un pene abbronzato di notevoli dimensioni che magicamente cresceva al
suo sguardo.
"Ho voglia di te, subito, dammela o ti violento", scherzò Parisi
buttandola sulla moquette con ancora indosso i blue jeans. "A volte con te
mi sento in imbarazzo perché sei una collega, quasi non mi sembra vero",
si scusò.
"Muoviti tonto, fammi vedere cosa sai fare!" pensò Sabrina che ora si
stava scaldando.
Ascoltò i fremiti del suo corpo, il respiro affannoso di lui salire sul
seno, la lingua succhiare i capezzoli, le mani scostarle frenetiche la
cerniera dei blu jeans, abbassarli con forza e lasciarli a metà; lo
ascoltò montarle le anche, cavalcarla con bramosia, penetrarla senza
possederla e ricadere spossato.
Sabrina che non aveva avuto un orgasmo, voleva assecondare con le mani di
lui quella farfalla che sentiva ancora sbattere tra le gambe. Lo guidò in
mezzo alle cosce stringendogli le dita con le sue contrazioni fino a farsi
male, invischiandolo del suo umidore.
Marco la lasciò fare, anzi sembrava provare piacere a graffiarle l'utero,
e il suo membro sbottò di nuovo. Lei lo prese in mano mentre gonfiava e
lui ricambiò frullando dentro di lei; gliela menava a quattro dita come se
sbattesse un uovo, dove non era riuscito il suo pene frettoloso le mani
fecero un miracolo, liberando la farfalla dal bozzolo.
Parisi si scostò da lei e tastava la moquette in cerca delle mutande.
“Hai fame?”chiese.
“Direi, non abbiamo ancora mangiato”.
Lui le strinse la vita con un braccio mentre aveva aperto un barattolo di
cioccolata; non sposava proprio con le mozzarelle, ma era buona Perugina.
Parisi ne era ghiotto: si passò la lingua tra i denti divenuti cremosi,
dentata panna di sesso. Sabrina pensò che aveva un bel cazzo burroso, lui
le sorrise stringendosi negli occhi grigi. Marco aveva gli occhi piccoli e
quella luce color fumo dello sguardo lo facevano assomigliare ad un
rapace.
Lui le fece intendere che l'avrebbe spalmata volentieri di nutella per poi
leccarla tutta.
“Ora no”, fece Sabrina. “Se non mangio svengo! E poi devo rimettere la
crema al diaframma”.
Sabrina andò al bagno, cercò il diaframma, provò a girarlo e si accorse di
non riuscire più a toglierlo.
Tornò in cucina e trovò il suo collega incollato al video della
televisione. Sabrina non riusciva a vedere niente.
“Allora, qual'è l'evento tanto importante che aspettavi?”.
Marco si fece scudo con una forchetta, mentre lei cercava di sedurlo e
spegnere il televisore.
"Ferma, fammi vedere cosa cazzo succede”.
Parisi alzò la forchetta verso lo schermo, la televisione stava dando
luogo a una sequenza di eventi in cui compariva sempre la faccia di uno
dei massimi politici del paese. Lui azionò il telecomando, ripristinando
l'audio: su tutte le reti, anche quelle private, era la stessa cosa, in
campo c'era solo lui, l'Onorevole.
“Deve essere successo qualcosa di grave”, disse Parisi a Sabrina che
apparentemente se ne infischiava.
“Più grave del solito può esserci solo un colpo di Stato. Ma questo è
impossibile, perciò non mi agiterei tanto".
Non fecero in tempo ad ascoltare le notizie della tv, che squillò il
telefono.
Era la redazione, o meglio il capo redattore. Sandro era sempre all'erta;
non nicchiava certo come loro che, ogni tanto, pensavano anche al sesso.
“Parisi, accidenti a te, che stai facendo?”, tuonò il capo-ragazzino.
“Devi venire qui immediatamente, c'è un'emergenza. Mi senti? Allora
rispondi. Ma che stai combinando, sei diventato scemo, per caso? Il
parlamento ha chiesto l'autorizzazione a procedere per l'Onorevole. Voglio
che ti piazzi sotto casa sua prima che esca di casa, quello va sempre a
Messa all'alba. Deve dirti qualcosa: se si fotte sua madre, cosa ha
mangiato a colazione se ti pare, ma devi farlo parlare, a qualsiasi
costo!”.
Sandro sbraitava dentro la cornetta e si sentiva lontano due miglia.
“Sta fiutando uno scoop”, disse Sabrina. "E' un genio".
“Ma perché proprio io?”, protestò debolmente Parisi.
“Qui non c'è più nessuno”, replicò Sandro. “Sono tutti a Milano e Sabrina
è introvabile. Quella pazza: prima l'ammazzo e poi la licenzio; comunque
tu sei il più adatto per questa cosa, con te canta. Sei ancora lì?
Muoviti, cazzo!”.
Marco imprecò contro l'Onorevole e il Parlamento della Seconda Repubblica.
Sabrina vide svanire il dolce corpo di lui e la promessa di dormire
insieme.
“Perché non ci va lui che è tanto bravo?”, implorò. “Tu sei appena uscito
dalla sala di montaggio!”.
Parisi si strinse nelle spalle come per dire: “Non è colpa mia”.
Sabrina si ricordò del diaframma e fu presa dal panico.
“Aiutami a togliere il diaframma!”, strillò. “E non fare quella faccia, è
solo un coso di plastica”.
“Dove sei domani?" chiese Marco infilandosi la giacca col taccuino tra i
denti senza dar peso al diaframma.
"Torno a Firenze, se Dio vuole".
Lo saprà l’Onorevole cos'è un diaframma? Secondo te posso chiedergli di
aspettare?”, domandò Parisi.
Sabrina uscì sbattendo la porta ed ebbe la sensazione che i loro sporadici
incontri si sarebbero ridotti a zero. Dopotutto quell'uomo non la
interessava; troppo ansiosi di coinvolgere una proficua amicizia, non
scopavano neppure bene e, cosa più importante, lei non provava la
passione; gli voleva bene, questo sì, d'un affetto grato e raffinato. Ma
quella strana alchimia per cui ti abbandoni tra le braccia di qualcuno che
hai appena conosciuto, tra loro non era mai scattata. Se avesse avuto
ancora bisogno di coccole, si sarebbe presa un gatto, possibilmente
castrato.
La notte romana moriva, inchiodata ad una volta celeste senza più stelle,
lasciando spazio ad un'alba umida. Una ragazza triste, un cronista con la
cipolla in mano e un diaframma usato vagavano nella notte, in attesa che
qualcosa uscisse: l’Onorevole o il diaframma.
Le cose più volgari
che ti diceva ti eccitavano
fino al midollo,
E niente era troppo sporco da fare,
per quell'uomo.
(Bessie Smith)
LE MAIALINE ROMANTICHE VANNO IN
PARADISO
Il telefono aveva trillato come un gatto preso nell'uscio, e Sabrina si
era alzata di corsa, inciampando nella valigia disfatta che giaceva in
mezzo alla stanza da letto; quando tornava da Roma, per rilassarsi,
Sabrina si rifiutava persino di organizzare il lavaggio delle mutande.
“Ciao, come stai, rintronata?”.
Era Roberta, la sua migliore amica, che le dava il benvenuto via cavo.
Roberta era disoccupata e viveva ancora coi genitori in attesa di piazzare
le sue tele. Nella speranza di sfondare come pittrice curava le relazioni
di uno scultore famoso, una vecchia checca; in questo modo pensava di
rimanere nel giro dell'arte e lui le vendeva qualche quadro. A Sabrina le
opere dell'amica non piacevano molto, le sembravano troppo ingenue, ma lei
insisteva nell'usare certi materiali come la pasta di gesso e il legno
tritato, a cui aggiungeva il rame, l'ottone e le foglie d'oro, dando vita
a spessi bassorilievi. E i suoi temi erano sempre gli uomini e le donne,
abbondando di simbologie sessuali come poppe e falli ma anche strumenti
musicali quali il flauto.
Roberta aveva fatto sua una massima di Prince che diceva: "La vera
trasgressione oggi è essere normali"; perciò gli aveva dedicato un quadro,
appendendolo in cucina. Ciò nonostante, Robi vedeva l'analista, una volta
la settimana.
A metà giugno in casa di Roberta non era rimasta neppure la domestica, e
lei trotterellava da un bar all'altro, sbevazzando crodini e ciccando
noccioline salate. Quando non era appesa al telefono con le amiche.
"Bentornata", aggiunse Roberta felice che Sabrina fosse a Firenze. "Ti
aspettavo già ieri, come mai- il tuo direttore non ti lasciava andare?".
"Infatti. Mi hanno spedito in Sardegna, ma è stato un bene".
Sabrina raccontò all' amica del suo ultimo incontro con Marco Parisi, di
quanto, a volte, ne avesse le scatole piene di stare a Roma; però il
viaggio in Sardegna era stato rilassante e per di più in aereo aveva
conosciuto un ragazzo carino che, quando sorrideva, assomigliava a Stefano
di Trento.
"Come si chiama?" chiese Robi.
"Jeff. Era seduto accanto a me ed è sceso a Roma. E'australiano", precisò
Sabrina, con civetteria.
"Australiano?" s'interessò Roberta. Non era facile vedere un australiano,
neppure a Firenze, e gli uomini di quel continente lontano le sembravano
una rarità esotica.
"Sì, di origine italiana comunque. Altrimenti, col mio inglese non saremmo
andati lontano. Ehi, riprenditi, non ti ho detto di avere scopato con
Russel Crowe!".
"Lo rivedrai?".
"Non credo, può darsi, non è che m'interessi più di tanto. Ha voluto il
numero del mio cellulare".
"Ti chiama, stai sicura", sentenziò la sua amica.
"Boh, chissà" rispose Sabrina svagata. Parlare di sciocchezze con le
amiche di sempre le faceva un gran bene; le sembrava di essere a casa, tra
quattro mura sicure e cedeva alla pigrizia.
"Sai se c'è qualche festa", chiese Sabrina all' altra che, ne era certa,
non ne perdeva una. Le feste d'estate a Firenze erano un occasione d'oro
per divertirsi e conoscere un sacco di gente, a partire dagli americani
che non "ballavano" solo nel Chianti.
"Dovrebbe essercene una domani sera a casa di Fabrizio, a Fiesole. Ho
preso un' invito anche per te".
"Grazie, puzzola".
Sabrina era veramente grata a Robi che aveva tanto tempo da dedicare alle
p.r. del divertissement anche per lei.
"Ti va di pranzare insieme?", offrì per sdebitarsi.
"Devo andare dall'analista un quarto all'una", si lamentò Roberta.
"Non ci posso credere, lavora anche a pranzo la tua strizzacervelli?".
"Lei non mangia a pranzo, non sono tutti bulimici come te", attaccò
Roberta che evidentemente era in pieno transfert. Una volta aveva persino
confessato di desiderare fottersi la sua analista, senza per questo
sentirsi lesbica; un desiderio irrefrenabile di entrare nelle cosce di
quella bella signora bionda, toccarle, stringerle tutte per sé.
"Secondo me, ne avresti bisogno anche tu", continuò. "Non riesci a
costruire una relazione significativa, alla tua età".
Sabrina pensò che sarebbe stato meglio per l'umanità saltare l'Edipo,
tornare ai giorni primordiali quando gli uomini strisciavano nel fango ad
adorare gatti, scorpioni e scarafaggi e scopavano coi propri fratelli,
come facevano gli egizi, ma non voleva banalizzare. E poi Roberta, quando
parlava di analisi, usava il vocabolario tipico degli strapazzati.
"Senti chi parla, quando ti fissi su un cazzo ti ci vuole l'avvocato per
staccarti! Vogliamo cambiare argomento?".
Robi incassò senza replicare.
"Vediamoci stasera per l'aperitivo, lo dico anche alla Bea. Facciamo un
quarto alle sette; se arrivi prima, mi raccomando, aspettami".
"Certo che ti aspetto, babbea, a più tardi".
Sabrina riattaccò regalandosi un senso di concretezza. Dopotutto la sua
vita non era poi così male: le si stava aprendo la possibilità reale di
fare giornalismo, aveva trentadue anni ma ne dimostrava ventisette, non
pagava l'affitto e, grazie ad un senegalese che l'aveva investita, stava
per ricomprarsi una macchina decente. Era single, questo sì. Ma era
necessario essere sposati o in coppia per essere felici? Però in coppia
vivendo in appartamenti separati, forse, era la soluzione migliore.
Quello era il problema, lo spazio fisico e mentale; lo sapevano bene i
giapponesi che lavorano come formiche serrati in microappartamenti
all'interno di megalopoli tecnologiche e sono i più stressati del Pianeta.
Sabrina s'immaginò i giapponesi nudi e lisci nei loro peni piccoli e senza
peli che si scopavano le fichette rasate di mogliettine in miniatura.
Difficile immaginarli buoni amanti, anche se qualcuno sosteneva il
contrario.
Sabrina staccò i fili del telefono perché voleva dormire ancora un poco,
prima dell'aperitivo.
Nel chiaroscuro del giorno la vita le fece un inchino, immateriale, ma a
lei sembrò di vederlo solido come una creatura.
“Mia cara ragazza... arrivederci, a presto”, disse l'entità, lasciandola
piena di desiderio come una coppa vuota. Quell'ombra l'ossequiò di nuovo e
lei, lusingata e attratta, sprofondò nel sonno in un’ esplosione di bianco
e di nero.
L'aereo delle linee interne
dell'Alitalia aveva appena iniziato la sua discesa verso Pisa e Goffredo
poteva vedere, sebbene ancora celato dalle nuvole, il profilo della famosa
Torre apparire improvvisamente dalla terra, in un succedersi d'irregolari
geometrie attraversate da chiazze di colore. Il verde e l'azzurro aprivano
delle fessure tra gli spazi bianchi, cancellavano e contenevano la
fisionomia della città. A Jeff si strinse il cuore: l'aveva lasciata da
bambino ed ora, vista dall'alto, gli sembrava di poterla avere nel palmo
della mano, piccola e definita come fosse disegnata all' interno di una
cartolina.
Goffredo era appena sceso dall'airbus e aspettava i bagagli, impaziente di
fumare una sigaretta.
In men che non si dica si ritrovò tra le braccia di sua zia senza avere
avuto il tempo (e soprattutto la voglia) di pensarla.
"Dio mio, che bel ragazzo ti sei fatto, lasciati guardare!" Ancora non ci
posso credere: eri solo un ragazzino quando sei partito... E mia sorella ?
Orio, che fa?, almeno uno dei due poteva muoversi. Finiranno col morirci
in Australia, te lo dico io".
La donna bionda decolorata che era sua zia lo strinse quasi a soffocarlo.
Jeff sentì che c'era qualcosa d'innaturale in quell'abbraccio, e lei
odorava di colonia e di cipolle, il profumo color tortora delle domeniche
pomeriggio passate in famiglia. Jeff rivide come in un sogno la cucina
anni settanta piastrellata di granito rosso e blu che aveva lasciato al
paese, e tentò di svincolarsi.
"Zia, come hai fatto a passare la dogana? Potevi aspettarmi fuori".
"Conosco un finanziere, mi ha lasciata entrare. Sai com'è, siamo in
Italia...".
Goffredo non le rispose.
"Afferra questa", disse, e le passò una piccola sacca a tracolla
riservando la valigia per sé.
"Chissà quante donne ti correranno dietro", riprese sua zia Clotilde. "Ti
ricordi tua cugina Ginetta? Si è fatta carina sai, e mi studia bene. E'
iscritta a Economia e Commercio".
Jeff ghignò. Come poteva scordarsi quanto fosse brutta Ginetta da piccola,
con quella faccia da vecchina e una bazza appuntita che mai nessuna
chirurgia estetica sarebbe riuscita a limare. Solo quando giocavano al
dottore ritrovava una certa dignità femminile alzando per lui la maglietta
e scoprendo delle tettine inesistenti. Ginetta se la faceva toccare anche
volentieri, da lui e dagli altri maschietti della scuola. Alzava la gonna
a ruota, si toglieva le mutande ed eccola lì a mostrarla a tutti in pieno
mezzogiorno nel cortile, prima che rientrassero le maestre. Jeff ammirava
una fessura rosa aprirsi in mezzo ad un monticello senza peli, una vera
topina. Una delle ultime volte che giocarono al dottore (poi la sua
famiglia partì per l'Australia), pensò anche di infilaglierla col pisello
che si era fatto improvvisamente duro, più grosso, e sembrava che seguisse
da solo quella fighetta come una barca sa sempre dove direzionarsi in
mezzo al mare; provò a metterlo dentro ma non ci riuscirono: Ginetta ce
l'aveva stretta e chiusa come un collare da cani e gli faceva male.
"Economia e commercio…, chi l'avrebbe mai detto!".
"Ah, bene", finse d'interessarsi Jeff con sua zia Clotilde. "E ora dov'è
la mia cuginetta?".
"Ti sta aspettando a casa nostra, con ansia".
"Che donne appiccicose", pensò Jeff. E si ricordò di uno schiaffo che sua
zia gli aveva elargito quando ancora era un bambino curioso. Lui, dopo la
scuola, siccome sua madre lavorava (faceva l'infermiera), passava metà del
pomeriggio nella merceria di Clotilde, a rovistare tra gli scampoli pieni
di colori. Non solo. Il negozio di Clotilde era ben fornito di biancheria
intima per signore, taglie forti, che sua zia amava provare; si chiudeva
nello sgabuzzino del retro-bottega e indossava mutande e reggiseno prima
di metterli in vendita. Non più tanto giovane allora, ma neppure una
signora matura (Clotilde soprattutto era abbondante), preferiva tutti i
colori pastello: rosa, celeste, avorio.
Accadeva questo e il ragazzino tratteneva il respiro.
Sua zia entrava furtiva nel sgabuzzino degli scampoli e si spogliava della
propria biancheria sbiadita, scartava con cura gli indumenti destinati
alla vendita appoggiandoseli al seno copioso, li annusava così tutta nuda
e li riponeva a malincuore con un sospiro. Spesso neppure li metteva.
Oppure indossava solo le mutandine e si fermava ad accarezzarsi con quella
biancheria addosso.
Fu così che suo nipote la sorprese a strusciarsi la fica con un paio di
slip color carne, mentre con l'altra mano si massaggiava- Jeff non vedeva
bene cosa, un punto preciso che la faceva andare in visibilio.
"Hum, sì, sì, caro...", faceva Clotilde ad un essere immaginario.
Quindi appoggiò le grosse chiappe su uno scatolone liberando la mano a
favore degli slippini e accelerandone lo sfregamento sulla passera
incontinente. Quella matrona se ne sarebbe anche venuta sulle mutandine
delle clienti se non fosse stato per il nipote che in quel momento ruzzolò
assieme al cartone da dove, ritto in punta di piedi, ammirava le voglie di
sua zia.
Adesso Clotilde neppure ci pensava, convinta che i ragazzi non abbiano
memoria; invece Jeff aveva i ricordi nitidi come quelli di un elefante e
lo schiaffo ancora gli bruciava. Ma soprattutto gli friggeva il ricordo
del feticismo di sua zia: ora che la vedeva, avrebbe voluta metterla a
pecorina e farsela senza ritegno, schizzandole sul grosso culo per
dispetto.
"Goffredo sbrigati, o faremo tardi a cena", gracchiò Clotilde.
Jeff fissò il suo profilo allineato con quello dell'aereo là fuori
dall'enorme vetrata, afferrò la valigia dal nastro trasportatore e seguì
Clotilde fuori dall'aeroporto.
Un sogno venne a trovare Sabrina:
lei e il ragazzo dell'aereo galleggiavano sulla Luna cercando dei minerali
d' oro in un Klondaike fatto solo di pietre grigie, rarefatti colori che
sfioravano l'azzurro; lei cercava di baciarlo ma sprofondava nel vuoto di
quell'aria senza gravità. Jeff era circondato da una coppia di omosessuali
che lo divertivano mimando il faccione della luna piena, e poi, ghiotti e
voraci, riuscivano a leccarlo tutto mentre lui li lasciava fare.
Sabrina pensò che l'oro era il sesso e che farlo con Jeff le sarebbe
piaciuto, però non seppe darsi una spiegazione circa gli omosessuali.
Quindi si rigirò varie volte nel letto, si riaddormentò e non sognò più
nulla.
La festa a Fiesole era
affollatissima; il padrone di casa aveva fatto le cose in grande non
mancando d'invitare, oltre i soliti inossidabili amici, molti stranieri,
soprattutto donne, che a Firenze studiavano l'italiano e il modo di farsi
scopare da un focoso amante latino. Un'umanità con l'abbronzatura da
lampada che si faceva notare per essere giovane e bella. Sabrina non era
mai riuscita a capire perché a Firenze più che altrove la gente assumesse
quell'aria patinata, da copertina, che li rendeva tutti un po’ simili
l’uno all'altro; persino i tedeschi avevano smesso le ciabatte ortopediche
per calzare le morbide decolté di Pollini o i sandali di Armani copiando i
cittadini indigeni, mentre le giapponesi modellavano il capello liscio e
scuro con eguali riflessi ramati, uscendo, magre e impeccabili, nello
stile minimalista di Prada, più simili a piccole ghèiscia senza ombrellino
che a studentesse delle Belle arti.
La sera era il momento clou di questa esposizione vivente e Sabrina, che
detestava arrivare sola in mezzo a tanta perfezione, dovette farsi largo
tra i calici alzati, faticando non poco perché la perfezione rimaneva
immobile e non si spostava di un millimetro.
Sabrina teneva alto il proprio bicchiere quando vide la Bea.
“Ciao chicca, come stai?”, la salutò.
Beatrice le rispose con un bacetto obliquo.
“Hai notato", disse, "c'è già un sacco di gente ubriaca. C'è anche Loris
con quella tipa con cui esce adesso; mi è già venuto il nervoso, vorrei
sapere chi cazzo l'ha invitato- ora gli dico qualcosa".
"Sei matta, lascia perdere, o ci buttano fuori un'altra volta".
Beatrice era conosciuta per certi eccessi: divorata da un'irrefrenabile
gelosia, era capace di prendere a schiaffi i suoi ex amanti e fidanzati
ovunque li incontrasse, solo perché non stavano più con lei.
Beatrice aveva già fatto il tiro alla bottiglia nel bar di Loris appena
pochi giorni prima.
"Non troverò più un amante come lui, così tenero e selvaggio", strillò.
"Se era ubriaco non gli si rizzava proprio ma ci passavo sopra, poi si è
fatto vedere con quella troia, capisci!".
"Sono sicura che ne avrai un'altro, e migliore di lui".
"Quando?", delirò la Bea.
"Buongiorno, Babbo Natale, che ne so?".
"Credo che dovremmo farci una bella vacanza, Sabri. Quando scade il tuo
contratto?".
"A luglio, i primi di luglio. Però devo portare via tutte le mie cose da
Roma, mi ci vorrà almeno una settimana".
"Meglio, così ad agosto noi partiamo per il Portogallo. Ci sono delle
offerte interessanti, passando dal Belgio".
Sabrina non era d'accordo di attraversare mezza Europa del Nord per andare
a Sud, ma aveva la fregola e rinunciò a discutere delle prossime ferie con
Beatrice. Si diresse invece verso la cucina dove aveva adocchiato un
ragazzo che le sembrava carino. Lei e lo sconosciuto si guardarono, poi
lui scomparve all'interno della cucina, bisbigliando qualcosa all'orecchio
di un'amica.
Sabrina era eccitatissima perché alla festa c’era anche un suo ex, e
questo la rendeva più infiammata. Indossava un abito di seta rigorosamente
nero, ma cortissimo, che finiva in un bordino di pizzo, stile sottoveste.
Sabrina voleva confidare alla Bea la passione per il nuovo arrivato, ma
quella era sparita. Vagò da una stanza all'altra della villa in cerca di
Beatrice, portandosi dentro una sensazione di estate e di baci rubati sul
collo.
"Come ti chiami, bellina?" Lo sconosciuto della cucina le si parò davanti,
apparendo da dietro lo stipite di una porta. Sabrina si sentì crescere un
paio di baffetti, graziosi e leggeri come quelli di un gatto che la
solleticavano.
"Sabrina", rispose stupidamente.
"Come la Sabrina di "Vacanze romane?".
Non era uno qualunque allora, conosceva i buoni vecchi film che piacevano
a lei.
"Ti va di ballare? Stanno mettendo i lenti".
Sabrina si era lasciata trasportare un poco in trance, quindi gli chiese
che lavoro facesse, il nome l'aveva afferrato in cucina: Vinicio.
"Faccio l'odontotecnico, lavoro con mio padre che è dentista".
Vinicio le prese la testa tra le mani, quindi scese rapidamente sul seno,
difeso solo dal debole corpetto del vestito, modello a balconcino,
stringato come quello della nonna. Si tuffò sul quel seno percepito
attraverso la stoffa; poi, impaziente, passò a palparle il culo.
“Che poppe hai”, ripeteva in continuazione. “Lasciamele toccare! Vieni,
andiamo di là".
Vinicio la guidò attraverso uno stretto corridoio cui seguiva una rampa di
scale in legno massello, nello stile delle vecchie ville patrizie, che
portavano alla zona notte dove il padrone di casa aveva chiuso le porte
delle stanze, eccetto una, a disposizione degli ospiti. Sabrina lo
lasciava fare, Vinicio le assestò un potente sculaccione e la buttò sul
letto. Lei si sentiva sciogliere, soprattutto per lo sculaccione a cui non
sapeva resistere.
“E’ presto, torniamo a ballare”, protestò debolmente, in bilico sul bordo
del letto e con la mano di Vinicio sul sedere. "Qualcuno potrebbe vederci.
Insomma ti conosco appena".
“A me sembra di ricordarti da una vita”, disse lui sfoderando il peggio
del vocabolario Gallico. Ma era tanto carino, la porcellina aveva già
voglia di succhiarglielo.
“Dai amore, non fare la capricciosa, lo so che ti piace".
Lei, che non aveva mai potuto soffrire le suffragette, si ritrovava a fare
discorsi femministi in quella notte di mezza estate quando le stelle
chiamavano a tutt’altra cosa: ora vedeva cazzi dappertutto, cazzi a forma
di stella che ammiccavano invitanti come la glassa sulla torta.
Il problema non era l'imbrocco, quanto mantenerlo. Dopotutto, "cos'è un
pompino in più o in meno di fronte all'eternità?", aveva detto qualcuno.
Niente appunto, rispetto ad una cosa così grandiosa e all'eterno ritorno-
e lei, all'alba di un millennio che si presentava ricco di promesse, era
ancora lì a chiedersi una cosa tanto banale.
Decise di sfidare l'imperituro e accettò la sfacciata corte di Vinicio.
Lui cominciò a spogliarsi mentre continuava a baciarla, Sabrina vedeva un
lembo di camicia svolazzarle sulla faccia, il profilo latino di lui
incorniciato da quella manica azzurra e ne era incantata. La stoffa si
aprì con foga scoprendo un ventre teso, liscio e brunito dal sole. Di
fronte al miracolo della sua pelle lei ebbe un brivido che la svegliò in
tutto il corpo. Ma, a parte la camicia, Vinicio non tolse nient'altro, le
stava sopra muovendo ritmicamente il bacino e sembrava volerla possedere
con i vestiti addosso, masturbandola sulle mutandine.
Sabrina sentiva il suo pene lievitare sotto i pantaloni, peraltro così
fini che imitavano una pellicola; eccitata lo afferrò, cercando di
portarlo fuori dal tessuto di lino.
Vide il membro dorato, fatato: lui era così dotato che ebbe paura le
avrebbe fatto male. Lo catturò tra le mani e cominciò a sfregarlo quasi
aggrappandosi a quel cazzo incredibile.
"Come lo prendi bene tra le mani", apprezzò lui. "Dimmi dove lo vuoi,
adesso".
Lei non rispose e Vinicio la invitò ad alzarsi trascinandola di fronte ad
una cassapanca dotata di una pesante specchiera.
"Guardati", le disse, "come sei bella. Girati".
Sabrina, curiosa si voltò verso lo specchio, quello che vide fu la presa
rapida dell'uomo dietro di lei che le afferrava i fianchi per piegarla
carponi con le ginocchia appena appoggiate sulla cassapanca. Vinicio le
fece scivolare via lo slip e lei osservò la propria fica splendere nello
specchio per via delle ombre nella stanza, le tette nude si offrivano
sopra il corpetto slabbrato come due grosse mele; poi lo vide abbassarsi
sopra di lei con il membro eretto, Sabrina inarcò le reni per assecondarlo
ad entrare, piena di desiderio e di stupore.
Un dolore leggero l'accolse nell'attimo in cui la penetrò. Le mani di lui
le si posarono sul sedere, e cominciò a spingere in profondità mentre la
cercava dentro, sbavando parole calde sul collo; i suoi movimenti
divennero progressivi, più sicuri, accompagnando la punta del suo sesso a
sfiorarle le viscere. Sabrina sollevò il culo per riceverlo meglio. Ad un
certo punto lui fece una cosa che la rese quasi folle. Senza uscire, le
centrò il ventre sulla cassapanca e prese a sfregarle il clitoride contro
il legno, grazie al corpo di lei che faceva strusciare sulla panca a
intervalli regolari, secondo il suo ritmo delle sue stoccate.
"Ti piace, eh, puttana?".
Sabrina non capì più niente; lui che era quasi abbandonato sopra di lei
cominciò a tremare, gemeva e si contorceva, accelerando gli spasmi di
entrambi. Poi rimasero immobili, tutti e due, sulla vecchia panca.
Vinicio si staccò per primo, accendendosi una sigaretta, e lei si accorse
di volerlo di nuovo, o quantomeno accarezzava l'idea di desiderarlo.
"Non ti ho chiesto neppure che lavoro fai", chiese lui ritornando in sé.
"Accompagno gite turistiche all'estero", mentì Sabrina a cui non andava di
parlare del suo lavoro perché sarebbe seguito lo stupore del suo
interlocutore. La gente rimaneva sempre affascinata e cominciava a
guardarla in un altro modo, un fatto, questo, che lei non aveva mai
capito, neppure dicesse di fare l'astronauta. E adesso si sentiva piena di
altre cose.
"Fantastico! Accompagneresti anche me da qualche parte?".
"Dove vuoi andare?"
"Mah, ce ne sono tanti di posti belli, che so- al mare, ad esempio in
Jamaica...".
"La Jamaica è lontana e costa troppo, io non ti posso offrire il viaggio,
potresti dividere solo la camera con l'accompagnatrice( che sarei io),
pagando la differenza con la singola però".
Sabrina era un abile mentitrice pasticciona, se lui avesse accettato si
sarebbe trovata nei guai.
"Ah", fece Vinicio, un poco deluso, anche se si trattava di una semplice
chiacchierata.
"Potremmo farci un week-end più alla mano, tipo all'isola d'Elba. Per
esempio, sabato prossimo", osò Sabrina che adorava andare nelle isole,
soprattutto con un uomo.
"Non posso, sarò al Forte con la mia fidanzata, mi dispiace".
Sabrina si scostò da lui, qualcosa le franò dentro con un nitido rumore di
cristallo.
"Ecco, anche questo è andato", pensò lei, e tutto ciò per aver concupito
l'eternità. Ben gli stava.
Poi l'istinto di sopravvivenza prese il sopravvento.
"Brutto pezzo di mota", sibilò tra sé, "è fidanzato, e bene. Figuriamoci
se uno che fa il dentista non ha la fidanzatina con la casa a Forte dei
Marmi, magari la riempie di corna e a lei sta bene purché non si venga a
sapere!".
Sabrina, però, non poteva accusarlo di nulla. Si vestì in fretta e uscì
dalla stanza, senza dar retta a lui che le chiedeva il numero di telefono,
non si sa mai.
Roberta, che stranamente non si era ancora vista, entrò quasi di corsa,
sbattendo nella porta del primo salone dove Sabrina era tornata a cercare
un drink per dimenticare Vinicio.
Robi si versò una miscela colorata e molto alcolica, aveva già l'aria
alticcia e disperata. Forse da qualche parte della casa giocavano ancora a
Tequila Bum Bum.
“Che hai puzzola?, chiese Sabrina “Dov'eri finita?”.
“Ero a parlare con un uomo”.
“A parlare con un uomo?”.
“Sì”, fece Robi. “Dovevo definire una questione prima di venire qui”.
“Sarà stata molto importante per te se hai perso la festa”, disse Sabrina
pescando una sangria preparata dal padrone di casa.
“Infatti lo è, forse sono incinta”.
Sabrina non raccolse subito l’informazione e continuò a servirsi da bere.
In qualche parte del suo cervello la stava rifiutando; Roberta era rimasta
incinta almeno un paio di volte, questa doveva essere la terza.
“Sei impazzita!”, sbottò, recuperando la lucidità. “E di chi?”.
“Di Giuseppe, il poliziotto”.
“Ma se avevi detto che non ci avresti scopato?”.
“Ferma, io ho detto che non ci avevo "ancora scopato". E' successo il
giorno dopo”, chiarì Robi svuotando il bicchiere.
Sabrina si mise a sedere, mentre la musica del secondo salone continuava a
bombardarle le orecchie; nell’aria c'era una leggera voglia di niente, e
lei avrebbe potuto approfittarne, se non fosse stato per quella svampita
che le stava di fronte col suo carico di problemi.
“Il giorno dopo quando?”, chiese ancora a Roberta.
“Ma sì, ti ricordi che noi ci siamo viste al Decò martedì”, spiegò
l'altra. “ E' stato mercoledì, o giovedì. Ero tranquilla perché lui non mi
è venuto dentro, invece qualcuno di quegli spermatozoi bastardi è passato
lo stesso”.
“Certo che è passato. Scommetto che avete scopato un paio di volte e allo
scemo non è mai venuto in mente di andare a lavarsi!”.
“Stavamo in macchina, eravamo troppo coinvolti. Giuseppe è proprio il mio
tipo, moro con gli occhi azzurri”.
“Macché tipo e tipo”, s’incazzò Sabrina. “Ti basta che si tirino giù la
cerniera ed è già il tuo tipo”.
“Chi sei tu per fare il grillo parlante? dimmelo", si ribellò Roberta che
cominciava ad avere gli occhi lucidi.
Poi crollò su una panca attrezzata a mobile bar, schiacciando una
ciliegina.
“E ora che faccio? Io non ho più il coraggio di andare in ospedale, dammi
un fazzoletto per favore”.
“Non ce l'ho”, balbettò Sabrina un poco dispiaciuta. “Fa caldo”.
Roberta cercò inutilmente un pezzo di carta.
“Non chiedermi più niente, hai capito? Portami in bagno perché vomito!"
Roberta buttò fuori anche l'anima. Almeno avesse rimesso il girino, pensò
Sabrina tenendole la fronte e asciugandole i capelli ricci con la carta
igienica.
"Perché ci piacciano tanto gli uomini anche quando sono stronzi?" si
chiese Roberta.
"Perché sono belli e hanno cazzi teneri, e noi siamo maiale, maialine
romantiche" commentò Sabrina.
Sabrina uscì nel parco per respirare l'aria elettrica della notte
appoggiata ad un albero da frutto e affondò con i sandali nel terriccio
molle del prato; l'afa calda di quei giorni si era addensata sulle colline
e il fiato della terra stava per scaricarsi in un temporale.
La testa bionda e ricciuta di Roberta le si posò sulla spalla come un
uccellino.
“Vorrei una storia bella, una storia nuova”, disse Robi.
“Si, lo so”.
"Vado a casa, te che fai?".
"Anch'io, mi sono stufata. Dammi un passaggio, se riesci a guidare, io non
ho la macchina".
Se tu fossi ancora
qui
Ti stringerei
Ti scuoterei per le ginocchia
Ti piegherei la schiena sul mio ginocchio
Ti morderei la nuca
Fino a farti aprire la bocca a questa vita.
(Sam Shepard)
INDICE
Caramelle in televisione
Le maialine romantiche vanno in
paradiso
L'amante australiano
Il Banderas del Poggetto
La giarrettiera perduta di Dulcinea
Un'amicizia particolare
La prima volta di Valerie
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