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Passione sospesa

 

 

 

 


Ai miei due uomini: P. e A.


Alina Rizzi


Passione sospesa
romanzo

 

 

 

 

 

 


Pizzo Nero
Borelli


PIZZO NERO Pubblicazione mensile N. 44
Direttore responsabile Gian Franco Borelli
Registrazione Tribunale di Modena n.1363 del gennaio 1997
Prima edizione dicembre 2003
Tutti i diritti riservati
Stampa Graphos
Foto di copertina di: Serena Maggi
c BORELLI S.r.l. Via Card. Morone, 21
41100 Modena - Italia
borellieditore@pizzonero.com
edtbrr@tin.it - www.pizzonero.com

 

 

 

 

 

 

 


Prima Parte

In giro sono andata, strega posseduta
ossessa ho abitato l'aria nera, padrona della notte;
sognando malefici, ho fatto il mio mestiere
passando sulle case, luce dopo luce:
solitaria e folle, con dodici dita.
Una donna così non è una donna.
Come lei io sono stata.
Anne Sexton
( Una come lei )


Ios, 20 maggio 2002

Scrivo. Non posso farne a meno, esattamente come sei anni fa. Ma non è una cosa importante. Quando avrò finito chiuderò il quaderno e lo brucerò. Semplicemente. Non desidero avere opinioni o commenti su questa storia. Ciò che è stato riguarda soltanto me e quell'uomo. Nessun altro. Chiunque avrebbe da dire qualcosa, motivi per criticarci, per giudicare me probabilmente. Ma è troppo tardi ormai. Non siamo stati capaci di fermarci in tempo, di controllare le emozioni, di frenare le parole.
Immagino che dovrei sentirmi molto sola e affranta, ma è ancora presto.
E' accaduto soltanto ieri, in fondo.
Sì, ieri è finito tutto. E oggi posso scriverne finalmente.

Con Leon non durò a lungo. Come avrebbe potuto? Non si sentiva più al centro dei miei pensieri a causa di mio marito, che pretendeva la sua parte di giochi ed emozioni. Il suo fascino perdeva smalto e non poteva sopportarlo: troppo vanesio per accettare di essere soltanto uno dei due, uno dei miei uomini.
Del resto io stessa cominciai ad annoiarmi.
Ero diventata una pedina tra due giocatori incalliti, che per emozionarsi avevano bisogno di alzare la posta continuamente. E io tra di loro come una trottola, come un pupazzetto caricato a molla.
Mi vestivo, mi pettinavo, mi truccavo per l'occasione e poi uscivamo, con Andra o con Leon, indifferentemente verso la fine, in cerca di avventure notturne, di trasgressioni in locali bui e senza insegna luminosa.
Credevo sarebbe andato bene, credevo fosse quello che avevo sempre desiderato, ma mi sbagliavo. La passione si era presto dissolta in quel borghese accomodamento dei ruoli: marito e amante in placida convivenza. Una sera dedicata all'uno e una sera dedicata all'altro. Senza drammi e recriminazioni.
Era un progetto assurdo ovviamente, così me ne andai. Non fu difficile. I veri legami si erano dissolti tanto tempo prima.
Tornai in Italia, acquistai un piccolo appartamento in un paese della costa ligure, accettai un lavoro in una libreria e mi liberai del passato. Era ciò che andava fatto per poter ricominciare, e lo feci.

La passione come un destino: possibile? Me lo chiesi subito, quella prima volta.
Mi guardava in silenzio, sorridente. Attendeva un mio gesto, qualunque decisione o anche niente. Io lo sapevo. Sapevo che dipendeva da me. Per questo avevo accettato il suo invito, per mettermi alla prova e perché non so rinunciare.
Guardavo le sue belle labbra, perfettamente conscia del luogo, del tempo, della situazione. Nessun fraintendimento.
Lui era praticamente un estraneo, benché sapessi dove abitava, cosa faceva, chi frequentava.
Non lo conoscevo intimamente, ancora.
Non avrebbe forzato le cose, questo era evidente. Sembrava un uomo cortese e leale. Io non stavo cercando nessuno in quel momento, né storie né avventure. Ciò nonostante non seppi resistere al richiamo di quelle labbra.
Mi avvicinai e lo baciai.
Fu un segnale, non ebbe bisogno di altro. Allungò le braccia e mi attirò a sé immediatamente, facendo aderire i nostri corpi. Premette forte la bocca sulla mia e io l'aprii spinta da un desiderio puro e semplice, nato in quell'istante. Scoprii il suo sapore: mi piaceva.
Subito mi infilò le mani nei capelli, per piegarmi la testa, per godere appieno di quel bacio. L'altra mano scese lungo il mio corpo, dentro il cappotto, sfiorò il profilo dei seni, dei fianchi, delle cosce. Mi appoggiò una mano tra le gambe, respirando più in fretta sopra la mia bocca. Aveva gli occhi chiusi, mi voleva con impazienza.
Lo fermai. Tenni stretta la sua mano tra le mie, impedendogli di superare l'orlo dei collant.
Scostai le labbra dolcemente e lo guardai. Tentò di attrarmi nuovamente a sé ma non volli.
Lui mi guardò senza capire e io non tentai di negare il piacere che provavo.
-Non qui, non così- dissi soltanto.
Questo lo quietò. Mi accarezzò i capelli e sorrise. Disse che capiva, che avevo ragione io naturalmente, e di scusarlo.
Poi tornò a immergere la lingua nella mia bocca e davvero non fu facile resistere alla tentazione di assecondarlo. Quando mi scostai il cuore mi batteva in fretta, avevo la pelle umida sotto il vestito, un gran languore nel petto. Ma mi scostai.
Decisi di tornare a casa.
Non volevo altre follie.
Ho deciso di raccontare una storia. Voglio raccontare alcuni fatti avvenuti tra me e quell'uomo, come fossero accaduti a qualcun altro, così da prenderne le distanze.
Voglio scrivere come ho voglia e quando ne ho voglia. Utilizzare questo quaderno per dare fondo ai dubbi, alle emozioni, ai desideri. Per dire cosa è stato, non per giustificarmi. Si tratta di una storia semplice, in fondo.
Lei potrebbe chiamarsi Agata, per esempio, e lui Saverio.
Non sono i nostri nomi reali ovviamente, ma che importanza ha?
E' la vicenda di un uomo e una donna come tanti altri, della loro passione.
E potrebbe iniziare da qui.

Lei e gli uomini, che si confondono nei giorni e nella sua mente generando il desiderio, l'attesa, il dubbio.
Giovani, vecchi, bianchi, neri: quelli incontrati per caso, al bar, sulla metropolitana, in un mercato marocchino. Presi e lasciati. Persi.
Una storia o forse tante, infinitesimali.
Lei ha un uomo, tra gli altri. Con lui inventa l'amore, giorno per giorno, senza conoscere di più. Vive solo il presente, l'attimo, l'istante già esaurito.
Al domani penserà dopo, quando tutto sarà concluso. Forse.


Ecco, mi pare già di vederla. E' sola, libera, con un matrimonio fallito alle spalle e un uomo da dimenticare per andare avanti.


Sorride bisbigliando.
Una fetta di torta di carote e una bibita nello stesso enorme bicchiere. Lui le sfiora il viso, la guarda, e intanto racconta storie nuove, ricordi divertenti.
Ha mal di testa. E' intontita dalle parole e dalla sua presenza: autentica, prepotente, virile.
Ancora un uomo.

Questo è ciò che capita quanto non si rinuncia alla passione, evidentemente. Ciò che è capitato a me e a quell'uomo, incontrato per caso in un bar sul mare. L'uomo che ho baciato al primo incontro. L'uomo da cui sono fuggita spaventata da un desiderio violento, che credevo ormai perduto. Rivedo quella donna già intossicata di lui. Rivedo me stessa quel primo giorno.


Il sole incendia l'orizzonte per pochi istanti, prima di scivolare tra le onde. Lo osserva abbacinata, incredula, con gli occhi aperti che lacrimano feriti dalla luce. Non si muove, non respira.
Ascolta i semi schiudersi dentro la terra, l'erba crescere. E' di nuovo primavera.
Ha un altro uomo.
Dentro le nuvole rossastre scorge il profilo del suo corpo. Intuisce la curva delle sue spalle, il rilievo del petto, il guizzo del ventre.
Ha fame, ha sete, vorrebbe piangere.
No, ha soltanto nostalgia di lui.
Coi polpastrelli rievoca la ruvidità del viso ombreggiato di barba. Sfiora i suoi occhi, gli zigomi, le mascelle, per ricordarlo col tatto oltre che con la vista. Per non dimenticare.
Ma è troppo presto, è ancora lì, dentro di lei.
Per questo non può muoversi o parlare o cantare o ridere. Non può fare niente, non le interessa niente.
Osserva il sole e annusa la terra, per ore, forse per giorni. Non ricorda altro del tempo che trascorre immobile, in attesa del prossimo incontro.

Incontro che avvenne in un giardino pubblico, per mia scelta. Credevo che il fatto di essere all'aperto, in uno spazio non protetto da sguardi e attenzioni, avrebbe frenato l'impazienza di entrambi. Che illusione!
Le sue mani si poggiarono sui miei fianchi ed io percepii distintamente il suo calore attraverso il tessuto della giacca. Non mi mossi. Guardavo il mare, appoggiandomi alla balaustra di cemento che si sporgeva sulle onde come la prua di una nave. Lui dietro di me avanzò impercettibilmente. Ecco, aderiva al mio corpo e ai miei desideri come un guanto. Uniti, avvinghiati, immobili: due turisti stregati dal panorama. Le sue dita fecero scorrere il tessuto leggero della gonna e l'arrotolarono. Non osai interromperlo. Non può accadere, mi ripetevo, non qui, non adesso. Le fronde sempreverdi non costituivano un riparo rassicurante.
Ora basta, protestavo interiormente.
Un istante di esitazione sarebbe stato sufficiente a far crollare quell'idillio.
Attendevo quel momento, attendevo che lui interrompesse la carezza delle labbra sul mio collo nudo, la dolce pressione delle anche.
Era così irreale averlo a quel modo, in quella luce, tra quegli odori di salsedine e resina ammorbidita dal sole del dopopranzo.
-Sì?- sussurrò contro il mio orecchio.
Volsi il capo e incontrai l'alito caldo che avevo già conosciuto, allora istintivamente mi tesi sulle punte dei piedi e cercai le sue labbra.
Sorrise baciandomi e lento, sicuro, scivolò dentro di me, avvolto da un fruscio di stoffe arruffate. Il calore mi spezzò il respiro. La sua carne liscia e tesa mi colmò con un solo gesto, come incastrandosi nel suo ideale riparo.
Mi chinai in avanti. Le mie cosce si tesero nell'impazienza. Gli andai incontro. Adattai quei lievi, impercettibili movimenti all'onda delle sue spinte.
Lo agevolai sporgendomi imprudentemente.
Sospirò e le sue dita si immersero nei miei fianchi.
Un piacere piano e denso accompagnò quel suo spasmo dentro la mia carne, improvvisamente risvegliata dal lungo torpore.

Tovaglie a quadri rossi e bianchi, sedie impagliate, un vago profumo di verdure nell'aria. La solita musica per radio.
Le offre un vino frizzante e ghiacciato, che le brucerà lo stomaco, ma non importa.
- Che ne dite di un branzino freschissimo?-
Lei alza gli occhi incerta.
- Ai ferri naturalmente-.
- E insalata mista, olio e aceto, se non sbaglio-.
Annuiscono senza neppure interrompere il discorso che si bisbigliano sopra i piatti.
La donna si allontana discreta.
Parlano mangiando, senza concedersi pause. Entra un cliente, altri se ne vanno.
-Torta di mele? L'ho scaldata, non temete - assicura posando i piatti con leggerezza.
Sì, è proprio morbida e calda di forno, come piace a loro.
E' così consueta e fragile la realtà: sta tutto in una sfera di vetro quel piccolo mondo.


Lui era pericoloso, questo ormai mi era chiaro. Non prometteva trasgressioni, giochi, bizzarrie. Telefonava spesso ricordandomi quanto mi desiderava. Aveva un indirizzo e un numero di telefono. Potevo chiamarlo se ne avevo voglia.
E questo era insopportabile. Non ero abituata.
I miei uomini, in precedenza, si erano spesso resi irreperibili. Avevano vite misteriose e complesse. Mi scopavano e sparivano nel nulla.
Saverio no. Saverio c'era. Mi invitava a pranzo e mi baciava in pubblico. Un tipo per bene, si sarebbe potuto definire. Ordinario? Può darsi.
Ma allora perché mi eccitava tanto?
Perché volevo le sue dita addosso a me in qualunque momento?
Perché non potevo stare lontana dalla sua bocca, dalla sua pelle?
Non resistevo.
-Posso infilarti le mani nei pantaloni?-
Rideva, allargava le braccia.
La mano nei suoi pantaloni e la lingua in bocca. Godevo infinitamente.

Il casale è vecchio, di pietra. All'interno si trova la stanza, grande a sufficienza. Contro una parete troneggia l'imponente camino di marmo grezzo sopra cui, la donna che va a riordinare una volta alla settimana, sistema vecchi barattoli da marmellata colmi di fiori freschi.
Li raccoglie nel prato, strada facendo.
Li raccoglie per loro, ogni giovedì.
Di fronte al camino è stato sistemato il grande letto di ferro battuto, coperto da una trapunta a disegni minuti, bianchi e blu. E tra il camino e il letto soltanto un tappeto folto e soffice, disseminato di logori cuscini. Alle finestre sventolano tende bianche rammendate.
Nessuno conosce questo nascondiglio, a parte la donna grassa, che si cinge la vita con pratici grembiuli scuri. Ma lei non parla, accetta senza far commenti l'assegno che lui le porge e scocca attorno un'occhiata nostalgica.
-Arrivederci signorina- sussurra abbassando il capo, poi chiudendosi la porta alle spalle.
Li lascia soli.
Sa che sono impazienti, conosce le loro abitudini. Forse le interpreta nelle lenzuola arruffate, macchiate, strappate. Oppure nei loro occhi.
Sa che fanno l'amore con le finestre spalancate sulla campagna, oppure con le persiane socchiuse, per filtrare la luce abbagliante del primo pomeriggio. Sa che il canto dei pettirossi non copre i loro sospiri.
Se c'è vento, invece, si stendono davanti al camino acceso per amarsi cullati dal crepitio delle fiamme. Qualche giorno dopo la donna spazza la cenere dal pavimento e prepara nuovi ciocchi sulle braci raffreddate.
Nella stanza il tempo cola lento tra le loro gambe: può immaginarlo. Per questo si allontana in silenzio, senza voltarsi. Loro non hanno bisogno di altro, non ora.
Scuote la testa guardando lontano. Si può vivere d'istanti. Si può farne una storia.

La mia storia con Saverio è esplosa in una frazione di secondo. Prima ero una donna sola e delusa. Rassegnata.
Un istante dopo il vortice delle emozioni mi ha riportata in vita.
Non potevo prevederne il seguito. Non si può mai.


L'uomo è una malattia dentro di lei - la starà pensando? -
Per dimenticare fa l'amore con un altro.
Crede di essere convincente mentre cerca di protrarre la magia fingendo che siano quelle braccia a stringerla, quelle mani a sfiorarla.
Si sposta tra due letti a distanza di quattro ore e ripete gli stessi gesti, le stesse parole, gli stessi sospiri. Una bocca si posa dove è già stata baciata a lungo, altri polpastrelli sfiorano i morsi che ha lasciato lui, prima.
Non li distingue più.
Se il tempo non esistesse sarebbero entrambi dentro di lei e l'amore l'unica dimensione possibile.
Chiude gli occhi e i due profili sfumano l'uno nell'altro, si confondono e si annullano.


E' stato un errore. Ho cercato di sostituire un uomo con un altro: non funziona mai. Non è così che si soffoca la passione. Non è così che si fugge da un sentimento.
-Non me la sento, mi spaventi - dicevo a Saverio.
Lui non voleva intendere ragioni. Mi scuoteva per le spalle. Gridava: perché?
Non sapevo cosa rispondere. Avrei potuto dire: perché ho sofferto abbastanza per un altro uomo. Perché ho paura di quel dolore.
Sapevo cosa avrebbe risposto: che lui era diverso. Lo era, infatti.
Ma la paura era ancora lì.
Mi spinse sul letto e mi coprì di baci voraci. Aprì il vestito, si tuffò tra i seni, scese lungo il ventre.
-Cosa devo fare?- chiese, senza staccare le labbra dalla mia pelle.
Niente, non dipendeva da lui.
Sfilò la gonna, le calze e gli slip con un unico gesto. Mi allargò le gambe, per tuffare il viso in mezzo alle cosce, lì dove si dividono come fiumi candidi. Leccò cercando consolazione.
Io non sapevo più per cosa stavo protestando.
Sollevai la testa e lo guardai immerso tra le pieghe del mio sesso, divorarmi estasiato, spingere la lingua con l'ansia di arrivarmi al cuore, di avermi interamente.
Non riuscii a resistere un istante di più: afferrai il suo capo e sollevai le gambe.
La magia si rinnovò senza sbavature.
La sua bocca mi liberò di ogni dubbio, il piacere mi sciolse in rivoli densi.
-Vieni adesso, vieni da me...-
Ecco come mi trovò, come mi riempì.
Scosse la testa, perso, senza fiato, incredulo.
Ecco come quella gioia calda e appagante mi si depositò dentro.


Il romanzo prosegue…

 

 

 

 

 

 

 

 

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