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LE
TENEREZZE DI GIANNA (n°34)
Io sono una prostituta. Credo almeno. Come altro potrei essere chiamata? Eppure sono anche diversa, molto diversa. Sono molto più di una di quelle, molto, molto, di più. Come prostituta vendo il mio corpo ad ore, vendo la mia disponibilità agli uomini, non solo a loro, come vi dirò. Come prostituta mi faccio manipolare, palpare, penetrare; ma non così di frequente come si può pensare. Anzi, abbastanza di rado accade che i miei clienti ottengano la soddisfazione finale da me, ma alle volte è inevitabile e non posso tirarmi indietro, anche se non mi piace e spesso mi fa schifo. Come prostituta prendo i soldi dai miei clienti. La differenza è che io prendo cifre difficilmente immaginabili da una puttana anche dalla più bella, preziosa ed esclusiva. Mantenendo intatta la mi a liberta, la mia indipendenza, la mia vita privata. Non ho protettori, amanti, mariti; ho però la mia personale guardia del corpo; questo è assolutamente necessario per il particolare lavoro che faccio…
Gianna depone il telefono. Guarda pensosa la sua immagine alla specchiera del salottino in cui ha ricevuta la chiamata, con le braccia raccolte su di sé. Veste una tuta sportiva bianca, in mano ha ancora il biscotto che stava mangiando. E' struccata. Ha passato buona parte del pomeriggio oziando, mangiucchiando, leggendo, guardando un po' di televisione. Ha passato due ore, in mattinata, in palestra, la sua palestra privata annessa alla sua bella casa. Deve tenersi in forma, deve essere più che perfetta. E' la perfezione che gli uomini si divertono a profanare, a disfare, a deturpare, non unicamente la bellezza. Una familiare sensazione la scuote dai suoi pensieri e comincia a prepararsi. Gianna fa un' accurata doccia, si lava i capelli, poi, nuda, si guarda criticamente ad un grande specchio. Tutto il lussuoso bagno è uno specchio e Gianna può esaminarsi minuziosamente.
GIULIANA LOJODICE
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